Svelata nell'Inchiostro: La Sconosciuta che Era la Mia Amica

In libreria a Roma, Tamara e Bianca si riconoscono, flirtano tra libri erotici e finiscono a scoparsi con passione fino all'orgasmo.

22 min read September 06, 2026New

Non credevo che una semplice libreria in Trastevere potesse rovesciarmi la vita in un pomeriggio di pioggia leggera. Ero lì per ripararmi e sfogliare qualche volume di illustrazione, le dita già macchiate d’inchiostro, quando l’ho vista. Capelli corvini che le cadevano sulle spalle come seta bagnata, una scollatura ampia da cui spuntava un tatuaggio scuro, forse un fiore o un uccello, che scendeva verso il seno. Trentadue anni, l’ho capito dopo; io ne avevo ventotto e mi sentivo ancora la ragazzina timida di sempre, l’illustratrice introversa che preferiva i suoi schizzi alle persone.

Stava davanti allo scaffale di narrativa erotica, le dita lunghe che sfioravano le copertine. Quando alzò lo sguardo i nostri occhi si incrociarono e qualcosa scattò. Un sorriso lento, complice, e quella voce calda: «Tamara? Sei tu, vero? Del liceo Leonardo». Bianca. Bianca Rossi. Compagna di classe per cinque anni e non ci eravamo quasi mai parlate. Io arrossii subito, stringendo il taccuino contro il petto. «Sì… non pensavo mi riconoscessi». Lei rise piano, avvicinandosi. «Quegli occhi non si dimenticano. Sempre così intensi mentre disegnavi sui banchi».

Iniziammo a sfogliare insieme i libri. Lei ne prese uno particolarmente esplicito, una raccolta di racconti lesbici, e me lo porse. Le nostre dita si sfiorarono sulla carta. «Hai mai letto qualcosa del genere?» chiese, lo sguardo che scendeva sulla mia bocca. Io annuii, la gola secca. «Qualche volta… per ispirazione. I corpi, le curve». Bianca si sporse, il suo profumo di vaniglia e pelle calda. «Mostrami cosa ti piace, allora». Voltavamo le pagine piano, le illustrazioni di donne intrecciate, seni premuti, bocche aperte. La tensione era densa come miele. Il suo sguardo penetrante mi spogliava senza toccarmi; i suoi sorrisi mi dicevano che sapeva esattamente cosa mi stava succedendo tra le cosce. Io ero bagnata già solo da quel silenzio carico, dal modo in cui il tatuaggio si muoveva sul suo seno ogni volta che respirava.

«Vieni a casa mia», disse all’improvviso, chiudendo il libro. «Voglio vedere i tuoi disegni. Davvero». Non fu una domanda. Accettai, il cuore che martellava. Camminammo sotto la pioggerella fino al suo appartamento al terzo piano, un monolocale pieno di piante e luci calde. Mi preparò un caffè, ci sedemmo sul divano. Le chiacchiere scivolarono velocemente dal liceo ai nostri corpi. «Sei diventata ancora più bella», mormorò, e la sua mano sfiorò il mio braccio, salendo piano fino alla spalla. «Quei capelli ricci, quelle labbra… cazzo, Tamara». Arrossii fino alle orecchie ma ricambiai. Le dita tremanti raggiunsero il tatuaggio che spuntava dalla scollatura: un corvo stilizzato che scendeva verso il capezzolo. «È stupendo», sussurrai, tracciandone i contorni. La pelle sotto era calda, morbida. Bianca sospirò e mi guardò con fame. «Disegnami. Nuda. Adesso. Voglio vedermi nei tuoi occhi mentre lo fai».

Il respiro ci si fece più corto a entrambi. Accettai. Mi condusse in camera, un letto grande con lenzuola bianche stropicciate. Si spogliò lentamente davanti a me mentre io prendevo la matita e il taccuino. Prima la camicetta, poi il reggiseno: i seni pieni, pesanti, i capezzoli scuri già duri. Lo slip scese lungo le cosce tonde, rivelando la figa rasata, le labbra già lucide. Si stese sul letto, una gamba piegata, e mi guardò. «Disegna. E non fingere di non volermi». La matita scorreva frettolosa, catturando la curva dell’anca, il tatuaggio che ora era tutto visibile sul seno sinistro, il modo in cui la luce baciava il suo clitoride. Ma le mani tremavano troppo. Abbandonai tutto, mi alzai e la raggiunsi.

Il bacio fu immediato, affamato. Bocche aperte, lingue che si cercavano, denti che graffiavano il labbro inferiore. Bianca mi sfilò la maglietta e il reggiseno in un gesto solo, poi si chinò e mi leccò i capezzoli con avidità, succhiando forte, la lingua calda che girava intorno mentre io gemévo. «Cazzo, che tette morbide», borbottò contro la pelle. Le mie dita scesero tra le sue cosce e trovarono la figa già inzuppata; ci infilai due dita d’un colpo, sentendo le pareti calde e strette chiudersi intorno. Spinsi piano, poi più forte, il pollice sul clitoride. Bianca ansimava contro il mio seno. «Più a fondo… così, brava».

Ci rovesciammo. Passammo al sessantanove senza parlare: lei sopra di me, la figa sulla mia bocca, io che le aprevo le labbra con la lingua e succhiavo il clitoride gonfio mentre lei mi faceva lo stesso, le labbra che mi avvolgevano, la lingua che entrava e usciva. Gemiti soffocati contro la carne bagnata, il sapore salato e dolce che mi riempiva la bocca. Le mie anche si muovevano da sole, spingendo contro la sua faccia. Poi Bianca si staccò, mi fece girare a quattro zampe. «Così. Voglio vederti arrapata per me». Mi penetrò da dietro con tre dita, profonde, curve, che mi massaggiavano il punto giusto mentre l’altra mano mi afferrava un seno. Mi morse il collo, dolce e dominante, i denti che segnavano la pelle senza farmi male davvero. «Vieni per me, Tamara. Tutta. Adesso». Spingeva più veloce, il suono bagnato delle dita che entravano e uscivano, il mio culo che si spingeva indietro cercando di più. L’orgasmo ci colse insieme: un urlo rauco dalla mia gola, le sue dita che mi sentivano contrarre e pulsare, lei che veniva contro la mia coscia con un gemito lungo, il corpo che tremava mentre mi teneva stretta.

Cademmo esauste e sudate sui lenzuola, i corpi ancora intrecciati, l’odore di sesso e caffè nell’aria. Ridevamo piano, le fronti appoggiate. Bianca mi accarezzò i capelli ricci. «Ti cercavo sui social da mesi», confessò a voce bassa. «Non ho mai dimenticato i tuoi occhi. Quei disegni di nascosto… eri la mia ossessione silenziosa». Io le baciai la spalla, il cuore che ripartiva già. «E tu… eri la mia cotta segreta del liceo. Tutte le volte che ti guardavo di sottecchi e non osavo…»

Non finì lì, ovviamente. Le sue labbra mi chiusero la confessione con un bacio lento, quasi reverente, ma sotto c’era già la fame che tornava a montare. Bianca mi strinse contro di sé, i seni sudati che si schiacciavano ai miei, e mormorò contro la mia bocca: «Allora non perdere più tempo, Tamara. Fammi vedere quanto mi volevi». Le mani scesero lungo la mia schiena, mi afferrarono il culo e mi sollevarono a cavalcioni su di lei. La figa ancora bagnata e sensibile mi sfregò contro la sua, labbra contro labbra, clitoridi che si toccavano a ogni piccolo movimento. Gemetti, la testa gettata indietro, e lei rise bassa, soddisfatta. «Così. Usami. Sfregati tutta su di me».

Mi mossi. All’inizio piano, solo per sentire il calore e lo scivolamento, poi più forte, avanti e indietro, i fianchi che ondulavano mentre le mie tette ballavano sopra il suo petto. Bianca alzò il bacino per incontrarmi, una mano sul mio fianco a guidarmi, l’altra che mi pizzicava un capezzolo già dolorante di piacere. Il suono era obsceno, bagnato, le nostre fighe che si baciavano senza bisogno di dita o lingue. Io la guardavo negli occhi, quegli occhi scuri che mi avevano ossessionata al liceo, e mi sentivo svelata fino all’osso. «Cazzo, sei così scivolosa», ansimò lei. «Mi bagno di nuovo solo a sentire il tuo clitoride contro il mio». Aumentai il ritmo, i ricci impazziti sul viso, il respiro corto. Lei si sollevò a metà, mi prese un seno in bocca e succhiò forte, i denti che graffiavano appena, la lingua che girava come se volesse risucchiarmi l’anima. L’orgasmo mi sorprese di nuovo, più secco e acuto del primo: mi contraevo a ondate contro di lei, le cosce che tremavano, un gemito rauco che le riempiva l’orecchio. Lei non si fermò. Continuò a muoversi sotto di me finché non venne anche lei, un brivido lungo che le strinse le dita nei miei fianchi e le fece ansimare il mio nome come una preghiera sporca.

Cademmo di lato, ancora intrecciate, il sudore che ci rendeva lucide. Ma il respiro di Bianca era già di nuovo inquieto. Mi accarezzò il ventre, scese tra le labbra gonfie e mi infilò due dita piano, solo per sentirmi ancora pulsare. «Non ho finito con te», sussurrò. «Voglio assaporarti di nuovo. Voglio che mi disegni mentre ti leccano». Si alzò, andò a prendere il taccuino e la matita che avevo abbandonato, e me li mise in mano. Poi si chinò tra le mie cosce aperte, mi aprì le labbra con i pollici e mi guardò dritto. «Disegna. E se smetti, mi fermo io».

La matita tremò di nuovo. Tracciai la curva del suo collo chino, i capelli corvini sparsi sulle mie cosce, mentre la sua lingua mi stuzzicava il clitoride con leccate lente e precise. Ogni tratto di carbone sulla carta corrispondeva a un brivido: quando disegnavo la linea della sua spalla lei succhiava più forte; quando ombreggiavo il tatuaggio del corvo lei mi infilava la lingua dentro, profonda, scavando. Io gemévo e disegnavo, disegnavo e gemévo, le linee che diventavano sempre più disperate. «Brava», mormorò contro la mia figa. «Continua. Voglio vedermi nei tuoi occhi mentre ti faccio venire di nuovo». Le dita si unirono alla lingua: due, poi tre, curve, che mi massaggiavano quel punto spugnoso mentre la bocca lavorava il clitoride gonfio. La stanza odorava di sesso, di inchiostro e di vaniglia. Io non ce la facevo più a tenere la matita ferma. Il foglio si riempiva di scarabocchi erotici, seni, bocche aperte, il suo culo che si alzava e abbassava mentre mi mangiava. Quando l’orgasmo arrivò stavo già singhiozzando: le gambe mi si chiusero intorno alla sua testa, le dita le affondarono nei capelli, e venni in bocca a lei con un urlo soffocato, i fluidi che le colavano sul mento. Lei leccò tutto, lentamente, come se fosse miele, e alzò lo sguardo lucido. «Dolce. Sempre stata così dolce, anche quando non me lo dicevi».

Non mi diede tregua. Mi fece alzare, mi spinse contro lo specchio a figura intera accanto all’armadio. Mi vidi riflessa: capelli arruffati, bocca gonfia, seni marchiati dai suoi morsi, la figa stillante. Bianca si mise dietro di me, mi aprì le cosce con un ginocchio e mi penetrò di nuovo con le dita, questa volta più dure, più possessive. L’altra mano mi girò la faccia e mi baciò, facendomi assaggiare me stessa sulla sua lingua. «Guardati», ordinò contro le mie labbra. «Guarda come ti arrapi per la tua cotta del liceo. Guarda come ti bagno le dita». Spingeva in ritmo, il palmo che schiaffeggiava piano il mio clitoride a ogni entrata. Io ansimavo contro lo specchio, lasciando aloni di fiato. «Più forte… Bianca, cazzo, più forte». Lei obbedì. Le dita accelerarono, il suono schioccante riempì la stanza, e io mi spingevo indietro cercando di prenderle più a fondo. Quando sentii le dita del suo pollice premere contro il buco del culo, umido del mio stesso liquido, non mi tirai indietro. «Sì», sussurrai. «Fallo». Entrò piano, solo la punta, poi di più, mentre le altre dita continuavano a scoparmi la figa. Il doppio riempimento mi fece vedere stelle. Venni di nuovo, le ginocchia che cedevano, e lei mi tenne su, le dita ancora sepolte in me mentre mi parlava all’orecchio: «Questo è solo l’inizio. Stasera non esci da qui finché non ti ho fatta venire in tutti i modi che ho sognato da ragazza».

Ci trascinammo di nuovo sul letto. Bianca aprì un cassetto del comodino e ne tirò fuori un piccolo vibratore rosa, liscio, e un dildo realistico di silicone scuro. Il cuore mi batté in gola. «Fidati», disse, accendendolo. Il ronzio basso mi fece contrarre solo a sentirlo. Si stese di nuovo sotto di me, mi fece straddleare la faccia e mi premette il vibratore sul clitoride mentre mi leccava più in basso. Il contrasto tra le vibrazioni e la lingua calda mi fece urlare. Poi mi girò, mi mise a quattro zampe e mi infilò il dildo piano, centimetro dopo centimetro, finché non lo sentii tutto dentro. «Muoviti», comandò. «Scopatelo mentre io ti guardo». Mi mossi, indietro e avanti, il silicone che mi riempiva e mi sfregava il punto giusto, mentre Bianca stava dietro di me, le dita che mi aprivano le chiappe per guardare meglio, la lingua che a tratti mi leccava il buco del culo. «Che bella figa aperta», borbottò. «Tutta mia adesso». A un certo punto si infilò sotto di me in sessantanove di nuovo, succhiandomi il clitoride mentre io cavalcavo il dildo e le leccavo la figa gonfia. Ci spingevamo l’una contro l’altra, gemiti ovattati dalla carne, sudore che gocciolava tra i seni. Quando venimmo insieme stavolta fu quasi violento: io che mi contraevo intorno al silicone e alla sua bocca, lei che mi inondava la lingua di liquidi caldi, i corpi che scuotevano il materasso.

Ci accasciammo di nuovo, ma stavolta non c’era stanchezza vera. Bianca mi pulì piano con un asciugamano umido che aveva portato dal bagno, le dita dolci ora, quasi tenere. Mi baciò le palpebre, il naso, le labbra. «Resta stanotte», disse. Non era una richiesta. «Voglio svegliarmi e trovarti ancora bagnata per me. Voglio che mi disegni all’alba, nuda alla finestra, mentre fuori piove ancora». Io annuii, il cuore che galoppava di nuovo. Le mie dita trovarono il tatuaggio del corvo e lo tracciai piano. «E se ti disegnassi mentre mi usi? Mentre mi fai tue in tutti i modi che vuoi». Lei sorrise, scura e luminosa allo stesso tempo. «Allora preparati. Perché ho un’intera notte di ossessioni da sfogare. E tu, Tamara, sei l’unica che le può reggere».

La pioggia batteva leggera contro i vetri. Il caffè ormai freddo sul tavolino odorava ancora di noi. Bianca mi tirò contro il petto, una coscia infilata tra le mie, e la sua mano tornò a posarsi sulla mia figa, solo a riposare lì, possessiva, le dita che a tratti si muovevano appena per ricordarmi che non aveva finito. Io chiusi gli occhi un momento, sentendo già il desiderio che risaliva lento, caldo, inevitabile. Non eravamo più le ragazze del liceo. Eravamo due donne nude, sudate, fameliche, e la sera era solo all’inizio.

La mano di Bianca restava lì, calda e pesante sulla mia figa ancora pulsante, le dita che a tratti sfioravano le labbra gonfie senza entrare, solo per ricordarmi che mi apparteneva. Il respiro le si era calmato un poco, ma sotto sentivo il cuore che batteva forte contro il mio seno. Fuori la pioggia batteva più fitta, un rumore monotono che avvolgeva la stanza come una coperta. Io tracciai di nuovo il corvo sul suo petto con l’unghia, sentendo il capezzolo indurirsi sotto il tatuaggio.

«Non dormire», mormorò lei, la voce roca. «Ho ancora troppe cose da farti.» Si alzò di scatto, nuda e splendida nella luce calda della lampada, e aprì l’armadio. Tirò fuori una cintura di pelle nera con un dildo di silicone viola già montato, spesso e venato, e un collare sottile con un anello. Il cuore mi schizzò in gola. «Fidati di me, Tamara. Come ti sei fidata finora.» Mi guardò, gli occhi scuri che bruciavano. Accettai con un cenno, le cosce che già si stringevano da sole.

Bianca mi fece alzare in ginocchio sul letto. Mi allacciò il collare intorno al collo, le dita abili che sistemavano la fibbia senza stringere troppo, poi si chinò e mi baciò la gola, lì sotto l’anello. «Questa notte sei mia da disegnare e da usare.» Si infilò la cintura, regolò le fibbie sui fianchi larghi, e il dildo spuntò minaccioso e bellissimo tra le sue cosce. Mi spinsero a quattro zampe, il culo in aria, e lei si mise dietro. Sentii la punta fredda del silicone sfiorarmi la figa ancora scivolosa. «Guardami nello specchio», ordinò. C’era lo specchio a figura intera proprio di fronte al letto; mi vidi riflessa, capelli ricci disordinati, collare nero, seni penduli, e dietro Bianca con quel cazzo finto che mi stava per entrare.

Entrò piano, un centimetro alla volta. Il silicone era più grosso delle sue dita, mi apriva con una pressione lenta e inesorabile finché non lo sentii tutto sepolto, le palle artificiali che mi battevano contro le labbra. Gemetti lungo, la fronte contro il materasso. Bianca cominciò a muoversi, spinte profonde e regolari, una mano che mi teneva l’anca e l’altra che tirava leggermente la catena del collare. «Cazzo, come ti stringi», ansimò. «La mia cotta del liceo che si fa scopare come una puttana. Disegnavi di nascosto e adesso prendi tutto.» Ogni spinta mi faceva dondolare i seni, il collare che tirava dolce sulla gola. Io spingevo indietro, cercando di prenderlo più a fondo, il suono bagnato che riempiva la stanza insieme ai nostri respiri.

A un certo punto si fermò, ancora conficcata in me, e mi fece girare la faccia. «Voglio che mi dici cosa ti facevi di nascosto pensando a me.» La voce era bassa, dominante. «Parla mentre ti scopo.»

«Mi toccavo…» riuscii a dire, la voce spezzata dalle spinte che ripresero più forti. «La sera, sotto le coperte. Immaginavo la tua bocca sui miei seni, le tue dita… cazzo, Bianca, più forte.» Lei accelerò, il dildo che mi massaggiava il punto G a ogni entrata, la mano libera che scese e mi strofinò il clitoride con due dita veloci. L’orgasmo mi salì come un’onda violenta; mi contrattai intorno al silicone, le cosce che tremavano, un urlo rauco che le sfuggì dalla gola mentre lei continuava a spingere attraverso le mie contrazioni. «Brava, vieni così, tutta per me.»

Non mi diede tempo di riprendere fiato. Si sfilò, mi fece girare a pancia in su, e mi legò i polsi con una cintura di seta al posto del letto. Poi prese il taccuino e me lo mise sul petto. «Disegna mentre ti leccio. E non smettere.» Si chinò tra le mie cosce aperte, mi aprì le labbra con i pollici e mi mangiò con fame rinnovata, la lingua larga che mi leccava dal buco del culo al clitoride in lunghe strisciate. Io tenevo la matita con le mani legate, linee tremanti che cercavano di catturare i suoi capelli corvini sparsi sulle mie cosce, il modo in cui le spalle si muovevano mentre succhiava. Ogni leccata mi faceva scricchiolare i denti; disegnavo il suo tatuaggio, la curva del seno che pendeva, e lei intanto mi infilava tre dita e le muoveva a forbice mentre la bocca lavorava il clitoride gonfio.

«Più scuro lì», ansimai, quasi delirante. «L’ombra sotto il tuo culo…» Lei rise contro la mia figa, le vibrazioni che mi fecero inarcare la schiena. Aggiunse il vibratore rosa, lo accese al massimo e me lo premette sul clitoride mentre le dita e la lingua non smettevano. Il ronzio mi fece vedere bianco. Venni di nuovo, i fluidi che le schizzarono sul mento e sul seno, il taccuino che mi cadde di fianco con scarabocchi disperati. Bianca leccò tutto, poi si alzò, si sfilò la cintura e me la allacciò in vita. Il dildo viola spuntava adesso tra le mie cosce.

«Adesso tocca a te usarmi», disse, stendendosi a quattro zampe. «Scopami come hai sempre sognato. Forte. Senza pietà.» Mi misi dietro di lei, afferrai i fianchi morbidi e spinsi. Il silicone entrò nella sua figa calda e stretta con un suono obsceno. Lei gemé basso, il culo che si spingeva indietro. Io la scopai con ritmo crescente, guardando il dildo sparire e riapparire lucido dei suoi liquidi, le chiappe che si muovevano a ogni botta. Una mano le raggiunse il clitoride e lo strofinò in circolo; l’altra le afferrò i capelli e le tirò indietro la testa. «Così mi volevi al liceo?», le chiesi, la voce roca. «Mentre disegnavo e tu mi guardavi?»

«Sì… cazzo sì», ansimò. «Volevo sedermi sulla tua faccia dietro la palestra. Volevo che mi disegnassi nuda e poi mi fottenessi.» Spinsi più forte, il suono della pelle che sbatteva, il mio seno che le sfiorava la schiena. Lei venne con un grido lungo, le pareti che le si chiusero intorno al dildo, il corpo che tremava. Io non mi fermai; continuai a spingere finché non sentii il mio stesso orgasmo costruire di nuovo, il clitoride che sfregava contro la base della cintura a ogni movimento. Quando venni mi piegai su di lei, i denti sul suo collo, gemendo il suo nome mentre le anche mi si scuotevano.

Ci sfilammo la cintura, sudate e ansimanti. Bianca mi sciolse i polsi, mi massaggiò i segni rossi con le labbra, poi andò in cucina e tornò con un bicchiere d’acqua e del miele. Me lo fece bere, poi ne sparse un filo sui miei seni e lo leccò via lentamente, la lingua calda che girava sui capezzoli dolci. «Ancora», sussurrò. «Voglio assaggiarti ovunque.» Mi fece sdraiare di lato, alzò una mia gamba e mi leccò il buco del culo con pazienza, la lingua che spingeva dentro mentre le dita mi scopavano la figa già dolente di piacere. Io tenevo il taccuino ormai spiegazzato e disegnavo a occhi semi-chiusi: la sua testa tra le mie chiappe, i capelli neri, il modo in cui le labbra si muovevano. Ogni tratto corrispondeva a un brivido nuovo.

Quando mi fece venire così, con la lingua nel culo e quattro dita nella figa, piansi quasi dal troppo. Lei mi tenne stretta, mi baciò le lacrime, poi si stese sopra di me e sfregò la sua figa contro la mia in un tribbing lento, quasi tenero, labbra gonfie che si baciavano, clitoridi che si strofinavano con delicatezza dopo la tempesta. «Guarda come siamo bagnate», mormorò. «Tutto questo per gli occhi che mi fissavi di sottecchi.» Ci muovemmo così a lungo, senza fretta, finché non venimmo insieme di nuovo, gemiti soffocati bocca contro bocca, i corpi che scivolavano uno sull’altro.

La pioggia non smetteva. Bianca mi tirò contro il petto, una coscia tra le mie, e allungò la mano verso il comodino. Tirò fuori una coppia di pinze per capezzoli legate da una catenella sottile e un altro vibratore, più piccolo, a uovo. «Non abbiamo ancora finito», disse con quel sorriso scuro. «Voglio vederti tremare mentre mi racconti ogni fantasia che hai nascosto. E poi voglio che mi leghi e mi usi finché non piango io.» Mi allacciò le pinze, il dolore dolce che mi fece gemere subito, e accese l’uovo, infilandomelo dentro con due dita. Il ronzio interno mi fece contrarre. «Racconta», ordinò, le labbra contro il mio orecchio. «Mentre vibri per me. Dimmi tutto quello che non hai osato al liceo.»

Il desiderio saliva di nuovo, caldo e inevitabile, mentre la catenella tirava i miei capezzoli a ogni respiro e il vibratore mi pulsava dentro. La notte era lunga, la pioggia batteva, e io sapevo che Bianca non mi avrebbe lasciata andare finché entrambe non fossimo state svuotate e svelate fino all’ultimo respiro.

La mano di Bianca restava ferma sulla catenella, tirandola appena ogni volta che parlavo, e l’uovo vibrava dentro di me a un ritmo basso e crudele che mi faceva contrarre le pareti intorno al silicone caldo. Raccontai. La voce mi usciva spezzata, ma non riuscivo a fermarmi.

«Al liceo… ti guardavo mentre ti cambiavi in palestra. Immaginavo di spingerti contro gli armadietti, di metterti in ginocchio e di sedermi sulla tua faccia finché non mi leccavi fino a farmi venire sui tuoi capelli. Sognavo di legarti le mani con la mia maglietta e di disegnarti nuda sul quaderno di storia dell’arte, con le gambe aperte e la figa lucida, e poi di strisciare le dita sulla carta ancora fresca di carboncino e portarmele in bocca.»

Bianca gemette contro il mio collo e aumentò la potenza dell’uovo. Il ronzio mi salì dritto al clitoride; le pinze tiravano i capezzoli a ogni respiro e il dolore dolce si fondeva con le vibrazioni finché non venni di nuovo, corta e violenta, i fluidi che scivolavano lungo le cosce e bagnavano le sue dita. Lei non spense nulla. Mi baciò le lacrime di piacere e sussurrò: «Continua. Voglio tutto.»

Mi fece alzare, le pinze ancora strette, l’uovo ancora dentro. Mi spinse contro lo specchio a figura intera, il petto schiacciato sul vetro freddo, e si mise dietro di me. Sentii la punta del dildo viola della cintura sfiorarmi l’ingresso già gonfio. «Guarda come ti scopi da sola con gli occhi», ordinò. Entrò con una spinta lunga e lenta, centimetro dopo centimetro, finché le palle artificiali non mi batterono contro le labbra. Cominciò a scoparmi con ritmo pesante, una mano che teneva la catenella delle pinze e l’altra che mi apriva le chiappe per guardare il silicone sparire e riapparire lucido. Ogni botta mi faceva dondolare i seni e tirare i capezzoli; l’uovo vibrava in sincronia con le spinte e io ansimavo aliti caldi contro lo specchio, lasciando aloni.

«Cazzo, Tamara, ti stringi come se non avessi mai preso niente», ansimò lei. «La mia ossessione silenziosa che adesso si fa sfondare dalla cotta del liceo.» Spinsi indietro il culo, cercando di prenderlo più a fondo, e lei accelerò. Il suono bagnato riempiva la stanza insieme al tintinnio della catenella. Quando sentii il pollice premere di nuovo contro il buco del culo, umido del mio stesso liquido, annuii senza parole. Entrò piano, poi più a fondo, mentre il dildo continuava a scavarmi la figa. Il doppio riempimento mi fece vedere stelle bianche; venni urlando il suo nome, le ginocchia che cedevano, e lei mi tenne su con un braccio intorno alla vita, le dita ancora sepolte in me mentre mi leccava il sudore dalla spalla.

Non mi diede tregua. Mi sciolse le pinze, le labbra che succhiarono i capezzoli dolenti fino a farmi gemere di sollievo e di nuovo desiderio, poi mi fece stendere sul letto a pancia in su. Prese il taccuino spiegazzato e me lo mise sul petto. «Disegna mentre ti cavalco.» Si infilò la cintura al contrario, il dildo rivolto verso di me, e si abbassò sulla mia faccia mentre mi faceva straddleare il silicone. La sua figa calda e gonfia mi coprì la bocca; io le aprii le labbra con la lingua e succhiai il clitoride mentre lei si muoveva avanti e indietro sul mio viso e allo stesso tempo cavalcava il dildo che mi riempiva. Le mie mani legate prima ora libere tenevano la matita; disegnavo linee tremanti della curva del suo culo, del tatuaggio del corvo che oscillava sopra di me, del modo in cui le cosce mi stringevano le guance. Ogni tratto corrispondeva a una leccata più profonda. Bianca ansimava il mio nome, i fianchi che ondulavano, e quando venne mi inondò la lingua di liquidi caldi e salati. Io bevvi tutto, disegnando ancora mentre il mio stesso orgasmo saliva di nuovo, il clitoride che sfregava contro la base della cintura a ogni movimento di lei. Venni contraendomi intorno al silicone, i fluidi che le colavano sulle cosce, il foglio ormai pieno di scarabocchi disperati e belli.

Ci sfilammo la cintura, sudate e lucide. Bianca mi pulì piano con l’asciugamano umido, ma i suoi occhi bruciavano ancora. Tirò fuori dal cassetto un secondo dildo, più sottile, di vetro, e del lubrificante. Mi fece mettere a quattro zampe, mi baciò la schiena vertebra per vertebra, poi mi leccò il buco del culo con pazienza infinita finché non fui completamente rilassata e aperta. «Fidati», mormorò. Entrò con il vetro freddo, lento, mentre le dita mi strofinavano il clitoride. Il contrasto di temperature mi fece gemere lungo; quando lo ebbe tutto dentro cominciò a muoverlo con spinte corte e precise, l’altra mano che mi scopava la figa con tre dita. Io spingevo indietro, cercando di più, e lei rise bassa. «Guarda come ti apri per me. Tutta mia.» Aggiunse il vibratore rosa sul clitoride al massimo e io venni di nuovo, quasi piangendo dal troppo, i muscoli che pulsavano intorno al vetro e alle sue dita.

Mi girò a pancia in su, si stese sopra di me e sfregò la sua figa contro la mia in un tribbing lento e sporco, labbra gonfie che si baciavano, clitoridi che si strofinavano con il nostro misto di liquidi. Ci guardavamo negli occhi, fronti appoggiate, respiri condivisi. «Tutte le volte che ti guardavo di sottecchi», confessai, la voce roca, «volevo proprio questo. Volevo essere svelata da te.» Bianca mi baciò, lenta, quasi tenera, e accelerò i fianchi finché non venimmo insieme, gemiti soffocati bocca contro bocca, i corpi che scivolavano uno sull’altro in onde lunghe.

La pioggia batteva ancora. Lei mi tirò contro il petto, una coscia infilata tra le mie, e mi accarezzò i capelli ricci sudati. Il taccuino era aperto sul comodino, pieno dei suoi seni, della sua bocca, del collare, del dildo che spariva in me. Restammo così a lungo, le dita che a tratti scendevano ancora a sfiorare labbra gonfie solo per sentire il batticuore residuo.

Poi Bianca sorrise contro la mia tempia, scura e luminosa. «Domani mattina ti disegno io», mormorò. «Nuda alla finestra, con la pioggia dietro i vetri e la mia mano tra le cosce mentre trattiene il carboncino. E dopodomani…» la voce si fece più bassa, già scheming, «ti porto nella libreria di Trastevere all’ora di chiusura. Ci nascondiamo tra gli scaffali di erotica, ti faccio mettere in ginocchio dietro il bancone e ti leccio finché non vieni con un libro aperto sulle spalle. Poi torniamo qui e ti lego al letto per tutto il weekend. Ho già deciso i nodi, i toys nuovi che ordinerò domani, e il modo in cui ti farò raccontare ogni fantasia rimasta mentre ti scopo lentamente. Non usciremo finché entrambi i taccuini non saranno pieni e noi svuotate. Sei d’accordo, Tamara?»

Annuii, il cuore che ripartiva già, la figa che pulsava di nuovo solo a immaginare. La sua mano tornò a posarsi possessiva tra le mie cosce, le dita che entravano appena, solo per ricordarmi che la notte non era finita e che il piano per la prossima volta era già in corso. Fuori la pioggia cadeva soft e io sapevo che Bianca non avrebbe smesso di usarmi, di disegnarmi, di svelarmi, finché non avessimo esaurito ogni ossessione del liceo e ne avessimo create di nuove. La sera era solo l’inizio di qualcosa che avremmo ripetuto, schedulato, reso rituale.

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