Sospiri Proibiti tra Coralli e Desiderio
Una ventiduenne turista italiana si fa inculare con passione da Luca sulla spiaggia delle Maldive.
Sono Kiara, ventidue anni, e sto per raccontarvi tutto quello che mi è successo alle Maldive senza censura, perché se non lo butto fuori mi scoppia il petto. Ero partita da sola, stanca di Milano, stanca dei ragazzi che mi fissavano solo le tette al bar e poi sparivano. Volevo il mare, i coralli, il silenzio blu. Il resort mi aveva messo a disposizione una barca leggera e un’attrezzatura base; avevo detto all’istruttore che sarei tornata da sola dopo un’ora di snorkeling tra la barriera. Non sapevo ancora che quell’ora mi avrebbe stravolto.
L’acqua era calda come una bocca. Nuotavo a pochi metri dalla riva, la maschera ben calzata, il boccaglio tra le labbra, il costume a due pezzi nero che mi stringeva il culo e faceva spuntare le tette ogni volta che mi piegavo. I coralli si aprivano sotto di me come dita colorate: viola, arancio, verdi fluorescenti. Un pesce pappagallo mi sfiorò la caviglia e io risei dentro la maschera, bolle che salivano. Poi lo vidi.
Luca. Trentotto, no, ventotto anni, corpo da statua che si muoveva senza sforzo. Indossava solo un paio di pantaloncini da sub stretti, neri, che delineavano già il pacco grosso e pesante tra le cosce. Petto largo, addominali tagliati, braccia venate, spalle che sembravano fatte per spezzarti. Capelli scuri bagnati attaccati alla fronte, occhi chiari che mi trafissero appena uscii l’acqua per prendere fiato. Mi stava osservando da una piattaforma galleggiante a una ventina di metri, dove teneva le bombole per le immersioni guidate. Quando i nostri sguardi si incrociarono restò fermo un secondo di troppo, poi sorrise di lato, quel sorriso da uomo che sa esattamente cosa vuole farti.
«Tutto bene laggiù, principessa?» mi chiese a voce alta, l’accento italiano del sud che mi fece battere il cuore dritto nella figa. Nuotai verso di lui senza pensare, le braccia che fendevano l’acqua, le gambe che si aprivano e chiudevano. Quando raggiunsi la piattaforma lui si chinò e mi tese la mano. La sua pelle era calda, callosa. Mi tirò su con una facilità indecente; il mio corpo scivolò contro il suo petto bagnato e sentii i peli del torace pizzicarmi i capezzoli già duri sotto il costume.
«Kiara», dissi, togliendomi la maschera. L’acqua mi colava tra le tette. «E tu sei l’istruttore che doveva stare a terra a bere cocco?»
Luca rise basso, lo sguardo che scendeva sul mio collo, sul solco del seno, sul ventre piatto, poi risaliva lento. «Luca. E tu dovevi tornare dopo un’ora, non dopo che ti sei persa a fissare i pesciolini. Ti stavo tenendo d’occhio. Non si sa mai, una ragazza sola… potrebbe dover essere… salvata.»
La battuta era maliziosa, pesante. Io non abbassai lo sguardo. «Salvata da cosa? Dai coralli o da te?»
Lui si avvicinò di un passo. L’odore di sale e di uomo mi entrò nelle narici. «Dipende da quanto ti piace il pericolo, Kiara.» La voce era calda, intima. Mi porse una bottiglia d’acqua fresca. Le nostre dita si sfiorarono e restarono un attimo di più del necessario. Il pollice di lui strisciò sulla mia nocca, deliberato.
Tornammo in acqua insieme. «Ti accompagno un pezzo», disse. «Così vedo se sai davvero nuotare o se fai solo la turista carina.»
Nuotavamo affiancati, a mezza profondità, i coralli sotto di noi come un letto vivo. Ogni tanto le nostre braccia si urtavano. La prima volta sembrò un caso. La seconda, la sua mano restò un secondo sulla mia coscia, le dita aperte che premevano appena. Il calore mi salì dritto al basso ventre. La figa mi si strinse, già umida non solo di mare. Dentro di me la voce sporca sussurrava: cazzo, guardalo come si muove, guarda quel culo sodo, immagina quanto è grosso quando se lo tira fuori.
Luca si girò di scatto e mi afferrò il polso, gentile ma fermo, per farmi vedere un branching coral pieno di pesci. Il suo petto toccò la mia schiena. Sentii il suo cazzo semi-duro premere contro la mia chiappa attraverso il tessuto bagnato. Non si scostò. Anzi, restò lì un respiro intero, il bacino che faceva una spinta impercettibile, provocatoria. Io non mi mossi. Anzi, spinsi indietro di un millimetro, abbastanza da fargli capire che l’avevo sentito e che mi piaceva.
«Stai attenta», mormorò contro il mio orecchio, le labbra che sfioravano il lobo bagnato. «Questi coralli pungono se li tocchi. Come certe altre cose.»
Mi voltai di scatto. I nostri volti erano a un palmo. Le bolle del boccaglio gli salivano sul petto. «E tu pungi, Luca?»
Lui sorrise a mezzo. «Dipende se mi dai il permesso di avvicinarmi di più.»
Nuotammo ancora, più lenti, più vicini. Ogni movimento era un pretesto. La sua gamba si intreccio alla mia mentre giravamo intorno a un massiccio di corallo tavolato. La coscia muscolosa mi sfregò l’interno coscia, su, su, fin quasi all’incontro delle gambe. Il costume mi era entrato tra le labbra della figa, il tessuto che strofinava il clitoride a ogni mossa. Ero già bagnata di desiderio, il sapore salato della mia eccitazione che si mescolava al mare. Luca lo sapeva. I suoi occhi scendevano sul mio seno che ballonzolava ogni volta che davo una bracciata, sui capezzoli che si disegnavano duri contro il lycra.
A un certo punto scendemmo più in profondità, a pochi metri dal fondo sabbioso. Luca mi fece segno di seguirlo in un arco naturale di corallo. Lì sotto la luce filtrava verde-azzurra. Ci trovammo faccia a faccia, sospesi. Le sue mani mi presero i fianchi per stabilizzarmi. I pollici premevano proprio sopra l’osso del bacino, le dita che scivolavano un centimetro sotto l’elastico del costume. Io posai le palme sul suo petto, sentendo il cuore che batteva forte, il calore della pelle. Il suo cazzo era ormai completamente duro, la testa che spingeva contro il pantaloncino e mi toccava il ventre basso. Un contatto deliberato, lungo, che nessuno dei due interruppe.
«Cazzo, Kiara», disse a voce bassa quando riemergemmo di un metro per parlare. L’acqua ci arrivava al collo. «Stai giocando con il fuoco. Se continui a guardarmi così ti ficco contro quel corallo e ti faccio venire prima ancora di toglierti il costume.»
Il cuore mi esplose. La figa pulsava. «E se volessi esattamente quello?» risposi, la voce rauca. «Se volessi che mi toccassi adesso, sott’acqua, dove nessuno ci vede?»
Luca strinse di più i fianchi. Una mano scese e accarezzò il mio culo, le dita che affondavano nella carne soda, il medio che scivolò lungo la fessura del costume, premendo esattamente dove l’ano batteva contro il tessuto. Un tocco preciso, consenziente, che mi fece gemere ad alta voce. «Qui?» chiese, la voce roca. «Ti piace sentirlo qui già?»
Annuìi, le labbra aperte, l’acqua che mi entrava un po’ in bocca. «Sì… cazzo sì. Ma non solo. Voglio tutto.»
Lui mi baciò. Non un bacio dolce. Un bacio affamato, lingua che entrava, sapore di sale e di menta. Le nostre lingue si avvolgevano mentre i corpi si premevano. Il suo cazzo duro strofinava contro la mia figa vestita, su e giù, il ritmo lento e sporco. Io gli afferrai le spalle e gli avvolsi una gamba intorno al fianco, aprendo di più. La mano di Luca restò sul mio culo, il dito che premendo più forte sul buco del culo attraverso il costume, facendo circoli lenti che mi facevano venire i brividi dritti alla schiena.
Quando ci staccammo eravamo entrambi senza fiato. Gli occhi di Luca erano neri di lussuria. «La barriera è nostra ancora per mezz’ora», mormorò. «Poi la barca del resort viene a riprendermi. Ma non ho finito con te, Kiara. Non ho nemmeno iniziato. Voglio vederti nuda su quella spiaggia bianca stasera. Voglio aprirti il culo piano piano e sentire come geme quando ti entro fino in fondo.»
Il solo sentirglielo dire mi fece contrarre l’ano di puro bisogno. «Promettimelo», sussurrai contro la sua bocca. «Promettimi che mi inculerai forte, che mi userai come vuoi.»
Luca sorrise, predatore e tenero insieme. Mi diede un altro bacio, più breve, poi mi fece girare e mi strinse da dietro, il cazzo incastonato tra le chiappe, una mano che mi salì al seno e strizzò il capezzolo attraverso il costume. «Te lo prometto. Ma prima voglio nuotare ancora un po’ così, con te che ti strofini contro di me come una gatta in calore. Voglio che arrivi a riva già fradicia, già pronta a prendere tutto.»
Continuammo a nuotare, sempre più vicini, i corpi che si sfioravano a ogni bracciata. Ogni tanto Luca mi afferrava un polso o una caviglia e mi tirava contro di sé per un secondo di contatto pieno: petto contro schiena, cazzo contro culo, bocca contro collo. Io gli rispondevo spingendo indietro, le chiappe che stringevano il suo sesso duro, le labbra della figa che si aprivano e chiudevano sul tessuto. L’acqua sembrava diventata più calda, densa di elettricità. I pesci ci giravano intorno indifferenti mentre noi costruivamo una tensione che bruciava sotto la pelle.
Quando finalmente puntammo verso la piattaforma, le gambe mi tremavano. Luca mi aiutò a salire di nuovo; questa volta la sua mano restò sul mio culo un secondo di troppo, il pollice che premeva di nuovo quel punto proibito. Mi guardò dritto negli occhi mentre l’acqua ci colava addosso.
«Stasera», disse soltanto. «Dopo cena. Ti aspetto sulla spiaggia privata dietro i bungalow. Porta solo il costume… o niente. E preparati a raccontarmi esattamente come vuoi che ti apra.»
Io annuii, le ginocchia molli, la figa che pulsava, l’ano che già si contraeva al pensiero di quel cazzo grosso che mi avrebbe riempito. Scivolai di nuovo in acqua per tornare a riva da sola, ma ogni metro che nuotavo sentivo ancora le sue dita stampate sulla pelle, la promessa che mi scottava tra le chiappe. Il sole stava scendendo, il cielo si tingeva di arancio, e io sapevo che quella notte i coralli avrebbero ascoltato i miei sospiri proibiti mentre Luca mi prendeva esattamente dove avevo sempre sognato di essere presa.
Non avevo ancora idea di quanto sarei scesa in ginocchio, di quanto avrei spalancato le gambe e spinto il culo all’indietro, ma il desiderio mi mangiava già viva. E sapevo che la prossima volta che ci saremmo toccati non ci sarebbe stato più nessun costume a dividerci.
Tornai a riva con le gambe che ancora tremano, il costume nero infilato tra le labbra della figa e il tessuto che mi strofinava il clitoride a ogni passo sulla sabbia calda. Mi asciugai in fretta al bungalow, mi sciacquai il sale dalla pelle sotto la doccia esterna e indossai di nuovo lo stesso due pezzi — tanto Luca aveva detto «o niente», ma volevo che fosse lui a togliermelo. La cena al resort passò in un lampo di riso al cocco e pesce grigliato che non sentii nemmeno il sapore; il mio cervello era già sulla spiaggia privata dietro i bungalow, dove il mare batteva piano e le torce di bambù disegnavano ombre lunghe sulla sabbia bianca.
Lo trovai esattamente dove aveva promesso. Luca era seduto su un asciugamano steso a pochi metri dall’acqua, ancora a torso nudo, i pantaloncini da sub sostituiti da un paio di short leggeri di lino che lasciavano indovinare il contorno pesante del suo cazzo. I capelli scuri erano asciutti adesso, tirati indietro, e quegli occhi chiari mi agganciarono appena uscii dal sentiero di cocci. Il cuore mi fece un tonfo dritto nella figa.
«Sei venuta», disse soltanto, la voce bassa che vibrava nel silenzio rotto solo dal fruscio delle palme.
Mi fermai a un metro da lui, le braccia lungo i fianchi, consapevole di come il costume nero mi stringesse il culo sodo e facesse spuntare le tette. «Ti avevo promesso di tornare. E tu mi hai promesso… altre cose.»
Luca si alzò con quella lentezza da predatore. Si avvicinò fino a toccarmi quasi il petto col suo. L’odore di sale, di sole e di uomo mi entrò nelle narici e mi fece stringere le cosce. «Tutto il giorno ti ho guardata», mormorò, lo sguardo che scendeva lento sul mio collo, sul solco del seno, poi più giù, fino a fermarsi proprio sul mio culo. «Mentre nuotavi, mentre ti piegavi sui coralli, mentre le bolle ti salivano tra le chiappe… cazzo, Kiara, quel culo sodo mi ha fatto venire voglia di morderlo, di aprirlo, di ficcarmici dentro fino a sentire le tue pareti che mi stringono. L’ho ammirato per ore. Ogni volta che ti voltavi mi si induriva il cazzo solo a immaginare quanto sarebbe stretto.»
Arrossii. Il calore mi salì alle guance e scese dritto tra le gambe, dove la figa già pulsava umida. Abbassai lo sguardo un secondo, poi lo rialzai e gli sorrisi di lato, la voce un filo rauca. «Io… lo so. L’ho sentito contro di me sott’acqua. E ti confesso che ho passato tutto il pomeriggio a contrarre l’ano solo al pensiero. Voglio sentirlo dentro di me, Luca. Voglio il tuo cazzo nel culo. Lento all’inizio, poi forte, come mi hai promesso. Mi fa arrossire dirlo ad alta voce, ma cazzo se lo voglio.»
Non mi diede il tempo di finire. Le sue mani mi afferrarono i fianchi e mi tirò contro di sé; la bocca mi conquistò in un bacio affamato, lingua che entrava subito, sapore di menta e di desiderio. Ci baciammo come se il mondo intorno non esistesse: le nostre lingue si avvolgevano, i denti si sfioravano, i respiri si mescolavano caldi. Io gli cinsi il collo con le braccia, spingendomi con il bacino contro il suo. Sentii il cazzo già duro premere contro il basso ventre attraverso il lino e il lycra; era grosso, caldo, e pulsava contro di me a ogni battito.
Luca gemette nel bacio e una mano scese dietro, affondando nelle mie chiappe. Le dita mi strinsero la carne soda, poi scivolarono più in basso, lungo la fessura del costume. Il medio trovò esattamente il punto proibito e premette, facendo circoli lenti contro l’anello del mio buco attraverso il tessuto bagnato di desiderio. Io mi staccai dal bacio solo per gemere contro la sua bocca. «Lì… sì, toccami lì.»
«Sei già così calda», borbottò lui, le labbra che scendevano sul mio collo, leccando il sale rimasto. «Il costume è fradicio. Ti sto esplorando il culo e tu spingi già indietro come una puttana affamata. Dimmi che ti piace.»
«Mi piace», sussurrai, la voce rotta. «Cazzo, mi piace da morire. Continua.»
Le sue dita non si fermarono. Con un movimento deciso tirò di lato il tessuto del costume, esponendo la fessura delle natiche all’aria calda della sera. L’indice e il medio mi accarezzarono la pelle liscia, scendendo fino a sfiorare l’ingresso stretto. Girarono intorno all’orlo, spingendo appena, abbastanza da farmi sentire la pressione senza ancora entrare. Io arsi di vergogna e di eccitazione; le ginocchia mi tremarono e mi aggrappai alle sue spalle. Con la mano libera scesi lungo il suo petto, oltre gli addominali tagliati, fino a trovare il laccio dello short. Lo slacciai e cacciai la mano dentro.
Il suo cazzo mi riempì il palmo: caldo, pesante, già completamente duro, la pelle vellutata tesa sulla vena che pulsava. Lo accarezzai dalla base alla testa, sentendo la goccia di liquido pre-comeva che ne umettava la punta. Luca emise un suono basso, gutturale, e spinse i fianchi in avanti, ficcandosi di più nella mia presa. «Cazzo, Kiara… le tue mani. Stringilo. Così.»
Obbedii, chiudendo le dita intorno allo spessore e facendolo scorrere su e giù con ritmo lento e sporco. Ogni tanto strofinavo il pollice sulla fessura umida, raccogliendo il liquido e spalmandolo lungo l’asta. Nel frattempo le sue dita diventavano più audaci. Il medio premette più forte contro il mio ano, entrando di un centimetro, due, poi ritraendosi per bagnarsi con la mia stessa umidità che cola dalla figa. Tornò a spingere, questa volta più a fondo, aprendo il cerchio stretto con pazienza da torturatore. Io gemetti ad alta voce, la testa che si piegava all’indietro, i capelli che mi cadevano sulle spalle.
«Senti come ti apri per me», mormorò contro il mio orecchio, la lingua che ne leccava il lobo. «Il tuo culo mi succhia già il dito. Immagina quando ci ficcherò il cazzo. Ti riempirò fino in fondo, ti farò venire solo così, con il culo pieno e la figa che cola sul niente.»
«Sì… voglio quello», rantolai, spingendo indietro contro le sue dita mentre la mano non smetteva di pompare il suo sesso. «Mettime un altro. Aprirmi di più. Preparami.»
Luca sorrise contro la mia pelle e aggiunse l’indice. Due dita adesso, che entravano e uscivano con un ritmo lento e profondo, allargandomi, facendomi sentire ogni millimetro di stiramento. Il dolore era dolce, un bruciore che si trasformava subito in piacere puro. La mia figa pulsava vuota, il clitoride gonfio che cercava attrito contro il costume ancora parzialmente indosso. Mi strofinai contro la sua coscia muscolosa, cercando sollievo, mentre le dita di lui mi fottevano il culo con maestria, curvandosi leggermente, cercando quel punto che mi faceva vedere le stelle.
Il bacio riprese, più umido, più disordinato. Le lingue si inseguivano mentre i nostri corpi si premevano l’uno contro l’altro sulla spiaggia deserta. Solo il suono delle onde e i nostri gemiti riempivano l’aria. Io gli strinsi il cazzo più forte, accelerando il ritmo della mano, sentendo le vene che battevano contro il palmo. Luca rispose spingendo le dita più a fondo, fino alle nocche, poi le ritrasse quasi del tutto solo per riaffondarle con una spinta che mi fece gridare.
«Guarda come mi prendi», disse, la voce roca di lussuria. «Tutto il giorno ho sognato di vederti così: arrossita, con il culo aperto sulle mie dita, che mi masturbi il cazzo mentre ti scoperò mentalmente in ogni modo possibile. Stasera non mi fermerò alle dita, Kiara. Ti metterò a pecora sulla sabbia e ti inculerò finché non piangerai di piacere. Ma prima voglio che tu venga così. Voglio sentire il tuo culo che mi stringe mentre ti scarichi.»
Il solo sentirglielo dire mi mandò un’ondata di calore dritta al basso ventre. Continuavo a accarezzarlo, ora più veloce, ora più lenta, torturandolo come lui torturava me. Le sue dita accelerarono, entrando e uscendo con un suono umido e osceno, il pollice che nel frattempo scendeva a sfiorare le labbra della figa, raccogliendo i miei succhi e riportandoli su, a lubrificare meglio l’ingresso. Ero un disastro di desiderio: le cosce tremante, il respiro corto, l’ano che si contraeva intorno alle sue dita ogni volta che le spingeva fino in fondo.
Mi staccai un attimo dal bacio per guardarlo negli occhi. «Luca… sto per… cazzo, se continui così vengo solo col culo.»
«Allora vieni», ordinò, la voce bassa e autoritaria. «Vieni sulle mie dita. Mostrami quanto lo vuoi.»
Spinsi indietro con forza, incontrando ogni spinta delle sue dita. La mano sul suo cazzo non si fermò; anzi, lo strinsi alla base e lo pompai con urgenza, sentendo i suoi fianchi che iniziavano a muoversi in sincronia, fottendo il mio pugno. Il piacere saliva a ondate, partendo dal punto esatto dove le sue dita mi stiravano e irradiandosi fino al clitoride, fino ai capezzoli duri che premevano contro il suo petto. Gemetti il suo nome, le unghie che gli affondavano nella spalla libera.
Eravamo oltre ogni limite di pudore. Sulla spiaggia deserta delle Maldive, con le torce che tremolavano e il mare che assisteva indifferente, io mi facevo esplorare il culo dalle dita di un uomo conosciuto poche ore prima mentre gli strofinavo il cazzo duro e gocciolante. Ogni movimento ci spingeva più in là: le dita che si aprivano a forbice dentro di me, allargandomi per quello che sarebbe venuto dopo; la mia mano che gli accarezzava le palle pesanti, poi risaliva a torturare la testa sensibile. I nostri respiri si mescolavano in un coro di «sì», «così», «più forte».
Luca mi baciò di nuovo, divorandomi la bocca mentre le dita mi fottevano il buco con un ritmo ormai costante e profondo. Io rispondevo spingendo il culo all’indietro, offrendomi, e allo stesso tempo strizzando il suo sesso come se volessi già mungerlo. Il desiderio era una bestia che ci mangiava vivi; non c’era più spazio per la vergogna, solo per il bisogno grezzo di sentire di più, di andare oltre.
Quando le sue dita si piegarono in un certo modo e trovarono quel punto interno che mi fece vedere bianco, gridai contro la sua bocca. Il piacere mi travolse a ondate, l’ano che si contraeva spasmodico intorno alle dita, la figa che pulsava a vuoto e cola umidità lungo le cosce. Continuai a pompargli il cazzo anche mentre venivo, i gemiti rochi che gli uscivano dal petto dicendomi che era vicino anche lui, che stava trattenendo a fatica.
Ma non ci lasciammo andare del tutto. Luca ritrasse lentamente le dita, lasciandomi un senso di vuoto improvviso e bruciante, e mi strinse contro di sé, il cazzo ancora pulsante nel mio pugno. Mi baciò la fronte sudata, poi le labbra, più dolce adesso ma ancora carico di promessa.
«Non abbiamo finito», sussurrò contro la mia bocca. «Questo era solo l’inizio. Adesso ti stendo su quell’asciugamano, ti tolgo del tutto il costume e ti preparo per davvero. Voglio vederti a quattro zampe, il culo all’aria, mentre ti lecco e ti apro con la lingua prima di ficcartelo dentro. Sei pronta a prendere tutto, Kiara?»
Annuìi, ancora tremante, la mano che non aveva smesso di accarezzargli il cazzo duro e caldo. «Sì. Prendimi. Usami. Fammi sentire ogni centimetro.»
Luca sorrise, predatore e affamato, e mi guidò verso l’asciugamano steso sulla sabbia. Il mare continuava a battere piano, i coralli lontani assistevano in silenzio, e io sapevo che la notte era solo all’inizio — che i sospiri proibiti sarebbero diventati grida, e che il suo cazzo avrebbe presto sostituito le dita in quel buco che già bruciava di voglia di essere riempito fino in fondo.
Continuai a stringergli il cazzo nel pugno mentre lui mi trascinava sull’asciugamano. La sabbia era ancora calda sotto i piedi nudi, le torce di bambù facevano tremolare ombre lunghe sul suo torace e sul mio seno che spingeva contro il costume. Luca si lasciò cadere seduto, le gambe leggermente divaricate, lo short di lino già aperto e il sesso grosso che si alzava dritto, lucido di precome e della mia saliva mentale. Io restai in piedi un secondo a guardarlo, il cuore che mi martellava dritto nell’ano ancora pulsante dalle sue dita.
«Siediti», ordinai con voce rauca, sorprendendo anche me stessa. «Voglio montarti al contrario. Voglio vederti mentre ti scivolo dentro.»
Luca obbedì senza esitare, si sistemò meglio sulla stoffa, le mani già tese verso i miei fianchi. Mi tolsi il costume con un gesto secco: prima il reggiseno, le tette che balzarono libere e pesanti, i capezzoli duri come sassi; poi lo slip, facendolo scivolare lungo le cosce fino a lasciarlo cadere sulla sabbia. Rimasi nuda davanti a lui, la figa lucida che cola, l’ano che si contraeva di anticipazione. Mi girai di spalle, gli diedi le chiappe in faccia, poi mi abbassai a gambe divaricate fino a trovare la posizione inversa: schiena contro il suo petto, culo sospeso sopra quel monumento di carne. Sentii il calore del suo corpo contro la mia pelle, il respiro caldo sul mio collo.
«Cazzo, Kiara… quel culo», borbottò lui, le mani che mi afferrarono le natiche e le aprirono. «Guardalo come si offre. Spalancalo di più.»
Mi piegai in avanti quel tanto che bastava, le mani appoggiate sulle sue cosce muscolose, e spinsi il bacino all’indietro. Il suo cazzo mi sfiorò la fessura delle chiappe, caldo e pulsante. Raccolsi saliva in bocca, tanta, densa, poi mi voltai un attimo di lato, raccolsi la sua asta con una mano e la bagnai tutta: lingua larga che leccava dalla base alla testa, saliva che colava lungo le vene, baci umidi sulla punta gonfia. Lo ingoiai fino a mezzo, lo risucchiai fuori, lo risalivai di nuovo finché non brillava di umidità. Luca gemette basso, i fianchi che facevano una spinta involontaria.
«Adesso», sussurrai, la voce rotta di lussuria. «Fammelo entrare piano. Voglio sentire ogni centimetro che mi apre.»
Posizionai la testa del suo cazzo contro l’anello stretto. Era grosso, troppo grosso forse, ma il bisogno bruciava più del timore. Spinsi indietro lentamente, il respiro trattenuto. La punta premette, premette, poi superò la resistenza con un plop umido e dolce. Un bruciore acuto mi attraversò la schiena, un’apertura che sembrava spezzarmi a metà, ma subito si trasformò in piacere denso, viscoso. Gemetti ad alta voce, la testa gettata all’indietro contro la sua spalla.
«Sì… cazzo sì, scivola… piano… oh Dio, quanto sei grosso…»
Continuai a scendere millimetro dopo millimetro, le pareti dell’ano che si stiravano intorno allo spessore, la saliva che aiutava il passaggio. Sentivo ogni vena, ogni battito del suo cuore contro le mie pareti interne. Quando fui seduta fino in fondo, con le palle che mi toccavano la figa, restai ferma un lungo respiro, l’ano che pulsava e si contraeva intorno a lui come una bocca affamata. Luca mi tenne i fianchi, le dita affondate nella carne, e mi baciò la spalla.
«Stai prendendo tutto», mormorò, la voce roca. «Il tuo culo mi sta mangiando. Muoviti. Cavalcalo.»
Iniziai a salire e scendere. Prima lente, profonde: mi alzavo fino a lasciare solo la testa dentro, poi riabbassavo il peso del corpo, facendolo sparire di nuovo fino alla radice. Ogni discesa mi strappava un gemito lungo, gutturale. Poi aggiunsi i circoli: il bacino che ruotava mentre scendevo, il cazzo che strofinava le pareti da angolazioni diverse, spingendo contro quel punto interno che mi faceva vedere lampi bianchi. Gemetti forte, senza pudore, le tette che ballonzolavano a ogni movimento, i capelli che mi cascavano sul viso.
«Ah… Luca… mi riempie tutto… cazzo come mi stai aprendo… più forte, così… gira… sì, così…»
La sabbia scricchiolava sotto l’asciugamano. Il mare batteva lento. Io cavalcavo con spinte sempre più profonde e circolari, il culo che si chiudeva e si apriva intorno a lui in un ritmo osceno. Luca spingeva su verso di me, incontrando ogni discesa, le mani che mi tenevano le natiche spalancate per guardare il suo cazzo sparire e riemergere lucido di saliva e di me. Il piacere saliva a ondate, partendo dall’ano pieno e irradiandosi fino al clitoride gonfio che sfioravo con le dita mentre montavo.
Poi lui decise di prendere il controllo. Mi sollevò di scatto, il cazzo che uscì con un suono umido, e mi girò a quattro zampe sulla sabbia. Le ginocchia affondarono, le mani pure, il culo alto e offerto. Luca si piazzò dietro di me in un secondo, la testa del cazzo che ritrovò l’ingresso già aperto e spalancato. Entrò di nuovo con una spinta secca, fino in fondo, e io urlai di piacere puro.
«Tutto… prendilo tutto», ringhiò, una mano che mi afferrò i fianchi e l’altra che scese davanti, le dita che trovarono subito il clitoride gonfio e iniziarono a strofinarlo in circoli rapidi e precisi.
Iniziò lento: penetrazioni lunghe, profonde, che mi facevano sentire ogni millimetro di ritrazione e di affondo. Il ritmo era torturante, il cazzo che usciva quasi del tutto prima di riaffondare con una spinta deliberata che mi faceva gemere il suo nome. Le dita sul clitoride non smettevano, lubrificate dalla mia stessa figa che cola a fiotti. Poi accelerò. Le spinte diventarono più dure, più violente, il bacino che batteva contro le mie chiappe con schiaffi umidi, il cazzo che mi sfondava l’ano con forza crescente. Alternava: tre spinte lente e profonde che mi facevano ansimare, poi una raffica di penetrazioni violente e rapide che mi facevano urlare, il culo che bruciava di piacere, il clitoride torturato dalle sue dita.
«Urlami», ordinò, la voce spezzata dal respiro. «Dimmi quanto ti piace il mio cazzo nel culo. Dimmi che vuoi venire così.»
«Mi piace… cazzo mi piace da morire… mi stai inculando così forte… il clitoride… continua a toccarlo… ah Dio sì… più forte… sfondami…»
Spingevo indietro incontro a ogni affondo, le chiappe che sbattevano contro di lui, l’ano che si contraeva spasmodico ogni volta che mi entrava fino alle palle. Il piacere anale era una bestia cieca: bruciore dolce, pienezza assoluta, ondate che partivano dal fondo del culo e mi esplodevano nel ventre. Le sue dita sul clitoride acceleravano in sincronia con le spinte violente, poi rallentavano quando lui tornava al ritmo lento e profondo, tirandomi sull’orlo e tenendomi lì. Urlai. Urlai davvero, la voce che si spezzava nel silenzio della spiaggia, il mare che assorbiva i miei gridi di piacere anale mentre lui mi prendeva senza pietà e con tutta la tenerezza del mondo.
«Sto per… cazzo Luca sto per venire dal culo… non fermarti… scopami più forte… toccami…»
Lui obbedì, le spinte che diventarono una raffica inarrestabile, il cazzo che mi martellava l’ano mentre le dita mi strofinavano il clitoride con precisione crudele. Il piacere salì, salì, e io sentii l’orgasmo anale arrivare come un’onda di marea: l’ano che si strinse convulsivo intorno a lui, la figa che spasimava a vuoto, il corpo che tremava tutto mentre urlavo il suo nome e spingevo il culo all’indietro per prenderlo ancora più a fondo. Continuò a fottermi attraverso l’orgasmo, alternando ancora ritmi lenti e violenti, tirandomi un secondo climax che mi fece collassare sulle braccia, le ginocchia che scivolavano sulla sabbia.
Ma non si fermò. Restò dentro di me, duro, pulsante, e quando il tremito scemò un poco mi sollevò di nuovo il bacino, mi baciò la schiena sudata e sussurrò contro la mia pelle: «Non abbiamo finito, Kiara. Adesso voglio vederti sul dorso, le gambe sulle mie spalle, mentre ti inculo guardandoti negli occhi. E poi… poi ti farò venire un’altra volta con la lingua nel culo prima di spararti tutto dentro. Sei ancora pronta a prendere di più?»
Annuìi, senza fiato, il culo che bruciava di piacere e di bisogno, il mare che continuava a battere, e la notte che era ancora lunga e piena di sospiri proibiti da strappare.
Annuìi ancora, il respiro spezzato, e Luca mi girò sul dorso con una dolcezza che contrastava la durezza del suo cazzo ancora conficcato fino in fondo. Le mie gambe finirono sulle sue spalle larghe, le caviglie che gli premevano contro il collo muscoloso mentre lui mi piegava a metà, il culo alzato e esposto completamente. La sabbia calda mi graffiava la schiena, ma non me ne fregava un cazzo: lo guardavo dritto negli occhi chiari, neri di lussuria, mentre ritraeva l’asta quasi del tutto e poi riaffondava con una spinta lenta e devastante. «Guardami», ordinò, la voce roca. «Voglio vedere la tua faccia mentre ti apro di nuovo. Voglio sapere se ti fa male o se ti fa venire solo a sentirmi così profondo.»
«Mi fa venire», rantolai, le unghie che gli affondavano nei polpacci. «Cazzo, Luca, mi stai sfondando… lo sento fino allo stomaco. Continua, non fermarti.» Ogni penetrazione era un’onda di bruciore dolce e pienezza assoluta; le pareti del mio ano si stringevano spasmodiche intorno a lui, succhiandolo, e io spingevo i fianchi incontro per prenderlo ancora più a fondo. Lui accelerò, il bacino che batteva contro le mie chiappe con schiaffi umidi e osceni, il cazzo che usciva lucido di saliva e dei miei succhi prima di riaffondare con forza. Le torce tremolavano, il mare batteva piano, e io urlavo il suo nome senza pudore, le tette che ballonzolavano a ogni spinta, i capezzoli duri che lui pizzicava tra pollice e indice mentre mi inculava guardandomi negli occhi.
Il piacere saliva di nuovo, più denso, più sporco. La figa mi cola a fiotti sulla sabbia, il clitoride gonfio che pulsava a vuoto finché lui non scese una mano e lo strofinò in circoli rapidi e precisi, sincronizzati con gli affondi. «Vieni di nuovo», ringhiò. «Vieni col culo pieno del mio cazzo. Mostrami quanto sei una puttana affamata.» Obbedii. L’orgasmo mi travolse come una marea: l’ano che si contrasse convulsivo, stringendolo fino a farlo gemere, il corpo che tremava tutto mentre io gridavo e spingevo le gambe più forte sulle sue spalle per farlo entrare ancora. Continuò a fottermi attraverso le ondate, lento e poi violento, tirandomi un altro climax che mi lasciò senza fiato, le lacrime di piacere che mi scendevano agli angoli degli occhi.
Quando il tremito scemò, Luca uscì con un suono umido e plop, lasciandomi un vuoto bruciante e delizioso. Mi girò di nuovo a pecora, il culo alto, e abbassò la testa. Sentii il caldo della sua lingua contro l’anello ancora aperto e pulsante: leccate lunghe, lente, dalla figa gocciolante fino al buco, poi la punta che spingeva dentro, leccandomi da dentro, succhiando, aprendo. «Oh Dio… sì, leccami il culo», gemetti, spingendo indietro contro la sua bocca. Lui mi aprì le natiche con le mani e mi scopò con la lingua, profondo, umido, sporco, mentre io mi masturbavo il clitoride con dita frettolose. Un altro orgasmo mi colpì improvviso, più corto ma intensissimo, l’ano che si chiudeva sulla sua lingua come volesse trattenerla.
Si rialzò, il cazzo duro e gocciolante che mi sfiorò di nuovo l’ingresso. «Adesso ti riempio», annunciò, la voce spezzata. «Tutto dentro. Prendi il mio sperma nel culo, Kiara.» Entrò di nuovo con una spinta secca, fino alle palle, e iniziò a scoparmi con un ritmo disperato, le mani che mi tenevano i fianchi quasi a rompermi. Io spingevo indietro incontro a ogni affondo, gemendo «sì… sparalo… riempimi…», l’ano che bruciava di piacere puro. Sentii il suo cazzo pulsare, gonfiarsi, e poi l’esplosione: getti caldi e densi di sperma che mi invasero il culo, uno dopo l’altro, riempiendomi fino a farmi sentire il liquido caldo che spingeva contro le pareti e iniziava a cola lungo le cosce quando lui diede le ultime spinte profonde. Gemette il mio nome contro la mia schiena, il corpo che si irrigidiva mentre scaricava tutto dentro di me, caldo, abbondante, proibito.
Restò conficcato un lungo momento, ansimante, il respiro caldo sulla mia pelle sudata. Poi uscì piano, e sentii il suo sperma caldo colare subito dal mio buco aperto, scendere lungo la fessura, mescolarsi alla sabbia. Luca mi abbracciò da dietro, tenero adesso, le braccia che mi cingevano il petto, le labbra che mi baciavano la schiena tra una vertebra e l’altra. «Cazzo, Kiara… quanto è stato intenso», sussurrò contro la mia pelle, baciandola ancora, lento, quasi devoto. «Il tuo culo mi ha mangiato vivo. Non ho mai venuto così forte. Sei stretta, calda, perfetta. Ti ho riempito tutta… senti come cola ancora?» Una sua mano scese e raccolse un filo di sperma dal mio ano, lo portò alle mie labbra; io lo succhiai senza esitazione, il sapore salato e amaro che mi fece gemere di nuovo.
Ci alzammo insieme, le gambe molli, e camminammo mano nella mano fino all’acqua cristallina. Il mare ci accolse tiepido, le onde basse che ci bagnavano le cosce, poi i fianchi, poi il petto. Ci immersemmo, i corpi che si sfioravano sotto la superficie. Luca mi tenne stretta mentre l’acqua ci lavava: le sue dita gentili che mi pulivano il culo ancora sensibile, facendo scorrere via il suo stesso sperma, accarezzandomi l’anello con circoli lenti che mi facevano rabbrividire di nuovo. Io gli passai le mani sul petto, sugli addominali, giù fino a ripulirgli il cazzo ormai morbido ma ancora grosso, sentendolo rimescolarsi un poco sotto le mie dita. «Stasera stessa», mormorai contro la sua bocca mentre ci baciavamo sott’acqua, bolle che salivano. «Ci ritroviamo qui. Voglio continuare. Voglio i tuoi sospiri proibiti tra i coralli, voglio che mi inculi di nuovo, più forte, più a lungo.»
Lui sorrise, mi baciò la fronte, poi le labbra, il sapore di sale e di sesso. «Te lo prometto. Stasera, dopo cena, di nuovo su questa spiaggia. O sulla barca. Ovunque tu voglia. Non ho finito di aprirti, Kiara. Voglio sentirti gemere ancora con il culo pieno.» Nuotammo un poco più al largo, i corpi intrecciati, le gambe che si avvolgevano, le mani che esploravano ancora piano, come se non potessimo smettere di toccarci. L’acqua ci lavò via il sudore, lo sperma, la sabbia, ma non il bruciore dolce che mi restava dentro, né il ricordo di ogni vena del suo cazzo contro le mie pareti. Tornammo a riva abbracciati, ci distendemmo sull’asciugamano steso, nudi sotto le stelle, e restammo in silenzio un po’, i respiri che si sincronizzavano, le dita intrecciate.
«È stato… tutto quello che avevo sognato», confessai a voce bassa, la testa sul suo petto che saliva e scendeva. «Il mare, i coralli, il tuo cazzo che mi sfondava. Non voglio che finisca.» Luca mi strinse più forte, mi baciò i capelli bagnati. «Non finisce. Stasera continuiamo. E domani, se vuoi. Finché resti qui.» Io annuii, ma nel petto mi si strinse qualcosa di segreto che lui non sapeva. Mentre lui mi accarezzava la schiena e sussurrava ancora quanto fosse stato intenso, quanto il mio culo lo avesse fatto impazzire, io tenevo gli occhi chiusi e sapevo già la verità che non gli avrei mai detta: il mio volo per Milano partiva all’alba, bagagli già pronti in camera, e questa era l’ultima notte. Avrei preso il suo sperma dentro di me un’ultima volta stasera, come promesso, e poi sarei sparita senza lasciare numero, solo il ricordo dei sospiri proibiti tra i coralli e il bruciore del suo cazzo che mi avrebbe accompagnata per mesi. Lui non lo sapeva. E io non glielo avrei detto.
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