Solo sul ponte di mezzanotte
Una sera Petra si masturba con le dita sul ponte deserto della nave, venendo forte al vento.
Sono una donna di ventotto anni e questa crociiera l’ho prenotata da sola, senza scuse e senza compagni di viaggio. Volevo il mare, il silenzio e un pezzo di notte che mi appartenesse davvero. È passato mezzanotte da un pezzo quando salgo le scale di metallo che portano al ponte superiore. L’aria è calda, densa di salsedine, e il vento mi sfiora le spalle scoperte come una mano impaziente. Indosso un vestitino leggero, quasi trasparente, niente mutandine sotto: l’avevo deciso già in cabina, con quel brivido di complicità verso me stessa.
Il ponte è deserto. Le luci di navigazione disegnano righe pallide sull’acciaio; sotto di me il mare è una lastra nera che si muove piano. Mi fermo al parapetto, stringo il metallo freddo e respiro. La tensione è già lì, tra le cosce, un pulviscolo caldo che sale ogni volta che il vento solleva l’orlo del vestito e mi accarezza la pelle nuda. Non è nostalgia, non è noia: è desiderio puro, irrefrenabile, di toccarmi proprio qui, all’aperto, dove chiunque potrebbe spuntare da una porta e invece non c’è nessuno. Solo io, il vento e il rumore sordo dell’acqua contro lo scafo.
Mi appoggio con i fianchi alla ringhiera. Il mare nero mi guarda da sotto e io comincio a sollevare lentamente il tessuto. Le dita scivolano prima lungo l’esterno delle cosce, poi all’interno, dove la pelle è più morbida e già umida. Arrivo al sesso e lo trovo gonfio, bagnato, le labbra aperte come se mi aspettassero da ore. Un gemito basso mi esce dalla gola quando sfioro il clitoride con il polpastrello. Il pensiero di essere vista — un marinaio di guardia, un passeggero insonne — mi fa allargare le gambe di scatto. Mi piace il rischio, mi eccita di più del tocco stesso.
Apro di più. Il vestito ormai è arrotolato sulla vita, le natiche scoperte al vento caldo. Con due dita inizio a massaggiarmi il clitoride in cerchi lenti, poi più stretti, più decisi. La pelle è scivolosa del mio stesso liquido; ogni passaggio manda una scossa su per la schiena. Chiudo gli occhi e immagino occhi sconosciuti che mi guardano da un’ombra: mi vedono con le cosce divaricate, le dita lucide, il petto che sale e scende. La fantasia mi fa spingere il bacino in avanti, contro il nulla, mentre il pollice preme più forte sul bottone gonfio. «Cosi», mormoro al vento, «proprio cosi».
In piedi contro la ringhiera, una mano si aggrappa al metallo finché le nocche diventano bianche. L’altra scende più in basso: due dita si piegano e affondano dentro di me con un suono umido, obscene. Sono stretta e calda; le pareti mi stringono subito, come se volessero tenermi lì. Mi masturbo con forza, alternando. Tiro fuori le dita lucide, le porto di nuovo sul clitoride e lo sfrego rapido, quasi arrabbiata, poi rientro profonde, fino al palmo, cercando quel punto che mi fa tremare le ginocchia. I capezzoli sono duri, si strofinano contro il tessuto sollevato ogni volta che il vento mi colpisce il torace. Il corpo intero trema; le cosce vibrano, i piedi si allargano per non cedere.
Accelero. I cerchi sul clitoride diventano mulinelli precisi, le penetrazioni più lunghe e brutali. Sento l’orgasmo arrivare come un’onda nera dal basso ventre: prima un calore sordo, poi una contrazione che mi chiude la gola. Non mi fermo. Continuo a fottermi con le dita, a strofinarmi il clitoride gonfio finché il piacere esplode. Grido nel vento — un suono rotto, animale — mentre il sesso mi pulsa intorno alle dita e il liquido mi cola lungo l’interno coscia. Le gambe molli, la schiena inarcata, resto aggrappata alla ringhiera mentre le onde dell’orgasmo mi attraversano una dopo l’altra, rumorose, indecenti, bellissime.
Resto qualche istante ansimante contro il parapetto. Il mare continua a muoversi sotto di me, indifferente. Le gambe sono di gomma, il sesso ancora aperto e pulsante, le dita lucide del mio umore. Con un sorriso complice mi sistemo il vestito, lo faccio scendere piano sulle cosce bagnate. Assaporo il gusto della mia audacia solitaria: nessuno mi ha vista eppure mi sono offerta al vento come a un amante. Scendo le scale sottocoperta sentendomi finalmente libera e viva, il ricordo di quel piacere proibito ancora caldo tra le cosce, ogni passo che mi ricorda quanto sono stata intensa e senza vergogna.
Solo quando la porta della cabina si chiude alle mie spalle, e la luce fredda del corridoio spegne l’ultimo brivido, capisco che il ponte non era poi così deserto: sulla passerella di servizio, due ponti più in basso, Ravi ha smesso di fumare da un pezzo e adesso, nel buio, sorride ancora.
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