Sulla Terrazza del Peccato
Marco e la sua matrigna Paulina si abbandonano a un sesso proibito sulla terrazza romana.
Sono Marco, venticinque anni appena compiuti, e sono tornato a Roma per l’estate come ogni volta che l’università mi concede una tregua. L’attico di famiglia domina i tetti del centro con quella terrazza privata che di notte sembra un palcoscenico sospeso sopra la città: ringhiera di ferro battuto, divanetti di vimini, il profumo dei limoni in vaso e le luci calde che salgono dai vicoli. Mio padre è in viaggio di lavoro a Milano da tre giorni. Resta solo lei. Paulina. Mia matrigna. Quarantadue anni, corpo ancora sodo, seno pesante che la camicetta leggera non riesce mai a nascondere del tutto, fianchi larghi da donna che sa cosa vuole, labbra sempre un po’ umide come se avesse appena bevuto. Da mesi ci scambiamo sguardi che bruciano. Lei sa. Io so. Se qualcuno lo scoprisse sarebbe un tradimento imperdonabile, la fine di tutto. Eppure ogni volta che passa vicino a me sento il sangue scendere dritto tra le gambe.
Quella sera l’aria era pesante, afosa, tipica di luglio. Avevo aperto una bottiglia di rosso toscano e le avevo versato un bicchiere senza chiedere. Ci siamo seduti uno di fronte all’altra sul divanetto, le ginocchia quasi a toccarsi. Lei indossava una camicetta bianca sottile, i capezzoli scuri si intuiscono sotto la stoffa, e una gonna corta che le saliva sulle cosce quando si muoveva. Ho bevuto un sorso lungo, guardandola sopra il bordo del bicchiere.
«Non ce la faccio più a fingere, Marco.» La sua voce era un sussurro rauco, gli occhi scuri fissi nei miei. «Non riesco più a guardarti come se fossi soltanto il figlio di tuo padre. Ti voglio. Ti voglio da mesi e mi sta mangiando viva.»
Il cuore mi ha martellato contro le costole. Ho posato il bicchiere, le dita mi tremavano. «Ti desidero da quando ti ho vista nuda per caso l’anno scorso, nel bagno. La porta era socchiusa. Stavi uscendo dalla doccia, l’acqua ti scorreva tra le tette, sul ventre, fino a quel cespuglio scuro tra le gambe. Mi sono toccato per settimane ripensando a quella visione. Ogni cazzo di notte.»
Le nostre mani si sono sfiorate sul cuscino. Poi le sue dita si sono intrecciate alle mie, calde, umide di sudore. Un secondo dopo era sopra di me, le labbra schiacciate sulle mie con una fame da bestia. L’ho baciata come un affamato, lingua contro lingua, denti che graffiano. Le ho afferrato i seni pesanti attraverso la camicetta, li ho palpati, schiacciati, sentendo i capezzoli indurirsi contro i palmi. Lei ha gemuto nella mia bocca e ha spinto il bacino contro il mio cazzo già duro che premeva nei pantaloni.
«Siamo pazzi,» ha ansimato contro le mie labbra. «Se lo scopre…»
«Lo so. È proibito. È sbagliato. E non riesco a fermarmi.» Le ho sbottonato la camicetta con mani impazienti, le tette sono uscite pesanti, capezzoli scuri e turgidi. Le ho preso un seno in bocca, succhiando forte, mordicchiando, mentre lei mi teneva la testa premuta contro il petto. Il sapore della sua pelle, il profumo di crema e di sudore leggero, mi facevano girare la testa più del vino.
Paulina è scesa in ginocchio sul pavimento caldo della terrazza. Mi ha sbottonato i pantaloni, tirato giù lo slip, e il mio cazzo è balzato fuori, duro, venato, la testa già lucida di liquido. Mi ha guardato negli occhi mentre lo prendeva in mano e lo avvicinava alle labbra.
«Cazzo, quanto l’ho sognato,» ha mormorato. Poi me l’ha ingoiato. Caldo, umido, stretto. Ha succhiato con avidità, scendendo fino in fondo, la gola che si apriva intorno alla mia lunghezza, le labbra strette mentre saliva e scendeva, la lingua che girava sotto il glande. La guardavo dall’alto, i suoi occhi lucidi fissi nei miei, le guance scavate, la saliva che le colava sul mento e le gocciolava sulle tette nude. Le ho afferrato i capelli e ho spinto piano, sentendola gorgogliare ma senza tirarsi indietro. Il suono umido del suo bocca che lavorava il mio cazzo riempiva la terrazza, mescolato al ronzio lontano del traffico.
«Basta,» ho tirato fuori, ansimando. «Voglio fotterti. Adesso.»
Mi sono seduto sul divanetto. Lei si è alzata, si è tolta le mutandine bagnate—le ho viste luccicare di umidità—e si è arrampicata sopra di me in posizione cowgirl. Ha afferrato il mio cazzo, se l’è allineato alla fica gonfia e si è abbassata di colpo, ingoiandomi fino in fondo con un gemito lungo e rotto. Era stretta, bollente, cascava di sesso. Ha cominciato a cavalcarmi con forza, i fianchi che battevano contro i miei, le tette pesanti che rimbalzavano a ogni spinta. Le tenevo i fianchi, poi le mammelle, schiacciandole mentre lei gemava il mio nome.
«Marco… ah, cazzo, Marco… sei così duro dentro di me…»
«Più forte,» ho ringhiato. «Scopami come la troia proibita che sei. La moglie di mio padre che si fa sfondare dal figliastro.»
Lei ha accelerato, il culo che sbatteva contro le mie cosce, la fica che mi strizzava a ogni discesa. Sudore le scorreva tra i seni, gocciolava sul mio petto. L’odore del sesso saliva denso nell’aria calda. Sentivo le pareti interne contrarsi, bagnate, scivolose, il suono osceno della carne contro carne.
Quando l’ho sentita avvicinarsi l’ho sollevata, l’ho girata e l’ho piegata in avanti contro la ringhiera. Le mani di lei aggrappate al ferro, il culo alto verso di me, la fica aperta e lucida. Sono entrato di nuovo con una spinta secca e profonda. Lei ha urlato a mezza voce, il corpo che sobbalzava. L’ho presa da dietro con spinte lunghe e decise, le palle che sbattevano contro il clitoride, una mano che le teneva i capelli tirandole la testa indietro, l’altra che le stringeva un’anca abbastanza forte da lasciare i segni.
«Guarda la città,» le ho sussurrato contro l’orecchio, martellandola. «Mentre ti scopo qui fuori. Mentre ti riempio. È sbagliatissimo. Se qualcuno alzasse lo sguardo… se papà lo sapesse… mi fai impazzire, Paulina. Questa trasgressione mi fa venire più di qualsiasi altra cosa.»
«Sì… scopami… usami… sono la tua puttana stasera… solo tua…» Gemiti rochi le uscivano a ogni botta. La ringhiera cigolava leggermente. Il suo culo ondeggiava incontro alle mie spinte. Le ho dato uno schiaffo leggero su una chiappa, poi un altro più forte, e lei ha stretto la fica intorno al mio cazzo come una morsa.
Sentivo l’orgasmo salire dalle palle, violento, inevitabile. Ho accelerato, spinte profonde fino in fondo, il glande che batteva contro il fondo di lei. «Vengo… vengo dentro di te…»
«Fallo… riempimi… cazzo sì…»
Sono esploso con un gemito rauco, sparando getti caldi e densi di sborra in fondo alla sua figa. Lei ha tremato tutta, venendo insieme a me, le gambe che si piegavano, la fica che mi mungeva ogni goccia con spasmi ritmici. Ho continuato a spingere piano mentre svuotavo le palle, sentendo il caldo del mio come che le colava già lungo le cosce interne.
Siamo rimasti così, appoggiati alla ringhiera, ancora uniti, sudati, ansimanti, il cuore che ci batteva all’unisono. Poi sono uscito piano e ci siamo accasciati sul divanetto, abbracciati sotto le stelle. Il mio sperma le scivolava fuori, lucido tra le labbra della figa ancora aperta. Paulina mi ha baciato dolcemente, le labbra morbide contro le mie, il respiro ancora corto.
«Non è finita,» ha mormorato contro la mia bocca, una mano che mi accarezzava il petto bagnato di sudore. «Tuo padre torna dopodomani. Abbiamo ancora tutta la notte… e tutto il giorno di domani. Voglio che mi prendi in ogni stanza di questa casa. Voglio svegliarmi con il tuo cazzo in gola. E voglio che tu mi dica di nuovo quanto è proibito mentre mi scoppia dentro.»
Le ho stretto i capelli e l’ho baciata più a fondo, già sentendo il sangue tornare a scorrere basso. La città ronzava sotto di noi, indifferente. Il vino era rimasto a metà nei bicchieri. E io sapevo che quella terrazza non sarebbe bastata a contenere tutto quello che avevamo appena scoperchiato.
Siamo rimasti avvinghiati sul divanetto finché il respiro non ci si è calmati. Il mio cazzo, ancora semi-duro e lucido del suo succo misto alla mia sborra, le premeva contro la coscia. Paulina mi ha preso la mano e l’ha portata tra le sue gambe, facendomi sentire quanto era ancora aperta, calda, grondante. «Dentro,» ha ordinato a mezza voce. «Mettilo dentro di nuovo. Voglio sentirlo gonfiarsi mentre mi racconti quanto sei un pezzo di merda a scopare la moglie di tuo padre.»
L’ho spinta a sedere a cavalcioni, ma questa volta di spalle, in reverse cowgirl. Lei ha afferrato la ringhiera con entrambe le mani e si è abbassata lentamente sul mio cazzo che tornava a pietrificarsi. L’ho visto sparire centimetro dopo centimetro tra le labbra gonfie e rosse della sua fica. Quando è arrivata in fondo ha iniziato a dondolarsi, il culo tondo che si apriva e si chiudeva sotto i miei occhi. Le ho sparato due schiaffi sonori sulle chiappe, lasciando le impronte rosse, e lei ha spinto indietro con più forza, ingoiandomi fino alle palle.
«Guarda come ti allargo, matrigna,» ho ringhiato. «Questa figa è mia stanotte. La figa che mio padre scopa ogni domenica ora strizza il cazzo del figlio.»
Paulina gemette alto, gettando la testa indietro. Sudore le scorreva lungo la schiena, scivolava nel solco del culo. L’ho presa pei fianchi e ho iniziato a spingere dal basso, martellandola verso l’alto mentre lei scendeva. Il suono umido e schioccante riempiva la terrazza. A un certo punto si è china in avanti, aprendo meglio le natiche, e ho visto il buco stretto del culo contrarsi a ogni botta. Ci ho messo il pollice, l’ho girato, l’ho spinto dentro piano. Lei ha urlato un «sì, cazzo, mettilo» e ha spinto indietro finché il dito non è sparito fino alla nocca. L’ho scopata così, cazzo nella fica e dito nel culo, finché non è venuta di nuovo, le gambe che tremavano, un filo di bava che le colava dalla bocca sulla ringhiera di ferro.
Quando si è accasciata l’ho sollevata tra le braccia e l’ho portata dentro. Attraverso il salone, lungo il corridoio, fino alla camera da letto matrimoniale. L’ho buttata sul letto grande dove dormiva con mio padre. Le lenzuola sapevano ancora di lui, di dopobarba caro e di detersivo. Quel dettaglio mi ha fatto venire ancora più duro. Le ho divaricato le cosce e le ho affondato la faccia nella fica. L’ho leccata da basso in alto, raccogliendo la mia sborra che le usciva ancora a fiotti mescolata al suo fiotto. Lei mi teneva la testa premuta, i fianchi che si sollevavano contro la mia bocca. «Bevila tutta… ah, Marco… sei un porco… un porco meraviglioso…»
Quando era di nuovo un pantano liscio l’ho girata a pecorina, le ginocchia affondate nel materasso, il volto premuto sul cuscino di mio padre. Sono entrato con una spinta sola, fino in fondo, e ho iniziato a sfondarla con colpi lunghi e pesanti. Ogni botta faceva sbattere la testata del letto contro il muro. Le tette penzoloni oscillavano; le afferravo e le strizzavo forte mentre lei ansimava parole sporche. «Più forte… usami come una troia… riempimi di nuovo… voglio camminare domani con la sborra che mi cola e sentirmi ancora tua mentre parlo al telefono con tuo padre.»
L’ho presa così a lungo che le cosce le hanno tremato. Poi l’ho ribaltata di schiena, le ho messo le gambe sulle spalle e l’ho piegata in due. In quella posizione arrivavo più a fondo, il glande che batteva contro il collo dell’utero a ogni spinta. Lei mi graffiava la schiena, mi mordeva la spalla, mi chiamava per nome e mi chiamava «figliastro di merda» nello stesso respiro. Sono esploso di nuovo dentro di lei, getti caldi che le riempivano il canale già pieno. Non mi sono sfilato. Sono rimasto conficcato finché il cazzo non ha ricominciato a pulsare.
La notte è diventata un susseguirsi di tregue brevi e riprese brutali. L’ho scopata in piedi contro l’armadio, le cosce strette intorno ai miei fianchi. L’ho fatta inginocchiare sul tappeto del bagno e le ho sborrato in faccia, disegnandole labbra e ciglia di bianco denso che lei ha leccato con la lingua. All’alba eravamo di nuovo in cucina. Lei nuda, solo il grembiule di lino di mia nonna legato in vita, china sul piano di lavoro mentre io la prendevo da dietro, le palle che sbattevano contro la fica gonfia. Il caffè bolliva dimenticato. Fuori Roma si svegliava, clacson lontani, voci nei cortili. Noi non esistevamo per nessuno.
A mezzogiorno l’ho portata di nuovo sulla terrazza. Il sole picchiava. L’ho stesa sul divanetto, le ho sollevato le gambe e le ho leccato il culo per minuti interi, lingua che spingeva dentro il buco stretto finché non era morbido e pronto. Poi le ho messo il cazzo lì. Piano all’inizio, lasciandole il tempo di aprirsi, poi più a fondo, più duro. Paulina piangeva di piacere, una mano che si strofinava il clitoride mentre io le sfondavo il culo. «È tuo… tutto tuo… anche questo buco proibito…» Quando sono venuto le ho riempito l’intestino di sborra calda e l’ho guardata spingere fuori, il bianco che colava sul cuscino di vimini.
Siamo rimasti nudi sotto l’ombrellone fino al pomeriggio. Lei mi succhiava piano, tenendomi a mezza erezione, gli occhi fissi nei miei. Io le infilavo due dita nella fica e gliele facevo leccare. Parlavamo poco. Solo sussurri. «Ancora un’ora e tuo padre atterra.» «Lo so.» «Mi mancherà questo cazzo dentro mentre cucino per lui.» «Ti scoperò di nuovo la prossima volta che parte.»
Quando il sole ha iniziato a calare l’ho presa un’ultima volta in piedi, contro la ringhiera, esattamente dove l’avevo scopata la sera prima. Spinte lente, profonde, quasi tenere. Lei mi baciava il collo, mi diceva che mi amava in un modo che non avrebbe mai potuto dire ad alta voce. Sono venuto guardandola negli occhi, sentendo il suo orgasmo strizzarmi il cazzo in risposta. Poi ci siamo lavati insieme nella doccia grande, mani sapone che scivolavano ancora sulle zone sensibili, ma senza ricominciare. Lei ha indossato un vestito leggero. Io i jeans. L’odore del sesso restava comunque su di noi, sotto la pelle.
Il telefono ha squillato. Era papà: il volo era atterrato in anticipo, sarebbe stato a casa tra quaranta minuti. Paulina ha risposto con voce calma, da moglie perfetta. Ha riagganciato, mi ha guardato e ha sorriso. Quel sorriso non era di paura. Era di qualcosa di più freddo e più dolce insieme.
Mi ha preso il viso tra le mani, mi ha baciato un’ultima volta sulle labbra ancora gonfie, e ha mormorato contro la mia bocca la frase che ha riscritto ogni gemito della notte:
«Tuo padre sa tutto da tre mesi. È stato lui a dirmi di darti questo regalo per i venticinque anni. Stanotte dormirete tutti e due nel nostro letto.»
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