Reboun di Karaoke con la Figliastra

Marco scopa la figliastra ventiduenne sul divano dopo un karaoke bollente.

19 min read September 04, 2026New

Marco sistemò l’ultima cassa dell’impianto karaoke nell’angolo del salotto, le spalle larghe strette nella maglietta nera stropicciata. Quarantadue anni, divorziato, risposato da meno di due con la madre di Sofia: Nadia era via per il weekend di lavoro a Milano, e la casa odorava di lei soltanto nei cassetti chiusi. Sofia era tornata dall’università tre giorni prima, ventidue anni pieni, gambe lunghe, quella voce calda che già a tavola gli faceva salire il sangue dove non doveva. Da mesi, ogni volta che lei tornava a casa, i loro sguardi si allungavano un secondo di troppo. Lui se ne accorgeva. Lei pure. Entrambi sapevano che un passo falso avrebbe spaccato il matrimonio nuovo di zecca, la fiducia di Nadia, tutto.

Sofia entrò scalza, pantaloncini cortissimi di cotone grigio e una canottiera bianca senza reggiseno. I capezzoli segnavano il tessuto ogni volta che si muoveva. Portava due bicchieri di birra ghiacciata e un sorriso storto.

«Allora, patrigno, mi fai cantare o mi fai soltanto guardare mentre sistemi cavi come un operaio sexy?»

Marco rise basso, ma il suono gli uscì rauco. «Scegli tu il primo pezzo. Io regolo i volumi.»

Lei si avvicinò, gli porse la birra, le dita si sfiorarono. Un brivido gli corse lungo l’avambraccio. Sofia tenne il contatto un attimo di più del necessario, poi si voltò verso lo schermo e scorse le canzoni. Scelse un duetto lento, caldo, di quelli che parlano di corpi che si cercano al buio. La base partì. Lei gli tese il secondo microfono.

«Vieni qui. Non mi fai cantare da sola.»

Si piazzarono uno di fronte all’altra, a un metro di distanza. La voce di Sofia era già umida, carica. Guardava Marco dritto negli occhi mentre cantava le strofe più ambigue, le labbra vicine alla griglia del microfono come se lo stesse leccando. Marco rispose, la voce baritonale un po’ incrinata dalla tensione che gli premeva in mezzo alle gambe. Ogni volta che lei sporgeva il bacino a tempo di musica, i pantaloncini si alzavano di un centimetro sulla curva del culo. Lui abbassò lo sguardo e se lo rimproverò subito. Proibito. Distruggerebbe tutto.

Finito il brano, Sofia non tornò al divano. Scelse un altro pezzo, più sincopato, più sporco. Si avvicinò finché le loro cosce si toccarono. Mentre cantava il ritornello, fece scivolare l’anca contro il fianco di lui, un movimento lento, deliberato, che annusava di sfida.

«Senti quanto è caldo stasera, Marco?» sussurrò tra una strofa e l’altra, la bocca a un soffio dal suo orecchio. Il microfono era abbassato, la voce soltanto per lui. «Da mesi ti guardo e mi bagno. Sai perché mi eccita così tanto? Perché non posso. Perché se mamma lo scoprisse esploderebbe tutto. Perché sei il suo marito e io sono la figliastra. Il divieto mi fa venire voglia di spogliarmi qui, adesso.»

Marco chiuse gli occhi un secondo. Il cazzo gli si era indurito contro i jeans, pesante, evidente. «Sofia… non possiamo. Lo sai.»

Lei non si spostò. Anzi, si strusciò di più, la punta del seno che graffiava il petto di lui attraverso le due magliette. Cantava ancora, ma le parole della canzone erano solo un pretesto: le anche disegnavano cerchi lenti contro l’inguine di Marco, sentendo la durezza crescere e spingere.

«Resisti pure», gli soffiò contro il collo, la lingua che sfiorò appena la pelle salata. «Io invece da mesi mi tocco pensando al tuo cazzo. Me lo immagino in gola, tra le tette, conficcato fino in fondo mentre ti dico “papà” soltanto per sentirmi una troia proibita. Voglio il tuo cazzo, Marco. Te lo dico chiaro. Lo voglio da mesi. Solo il tuo. Grosso, caldo, vietato.»

Il microfono le cadde sul tappeto con un tonfo sordo. Marco sentì crollare l’ultimo argine. Afferrò il viso di lei con entrambe le mani, le dita grosse affondate nei capelli scuri, e la baciò. Fu un bacio affamato, senza prove, lingua contro lingua, denti che graffiavano labbra. Sofia gemette in gola, si premette tutta contro di lui, il pube che strofinava la erezione imprigionata nei jeans. Marco la spinse indietro finché le ginocchia di lei batterono contro il bracciolo del divano grande di pelle. Non la stese ancora. Continuò a baciarla in piedi, una mano che scese sulla schiena nuda sotto la canottiera, l’altra che strinse una chiappa soda attraverso il cotone sottile. Sentì che non portava mutandine. Il tessuto era già umido al centro.

Si staccarono un attimo, ansimanti. La fronte di Marco contro quella di Sofia. Gli occhi di lei lucidi, le pupille dilatate.

«Siamo consapevoli tutti e due», disse lui con voce roca. «Se andiamo avanti, non c’è ritorno. Nadia… il matrimonio…»

«Lo so», rispose Sofia, e gli morse il labbro inferiore, tirandolo. «E voglio varcare lo stesso. Voglio che mi scopi tu. Qui. Sul divano di casa. Con il rischio che qualcuno possa sapere. Tocca, senti quanto sono bagnata solo per il fatto che è sbagliato.»

Prese il polso di Marco e glielo spinse sotto il bordo dei pantaloncini. Le dita di lui scivolarono sulla peluria rada, poi più in basso, trovando le labbra gonfie e scivolose. Sofia aprì le cosce un poco, un gemito corto le uscì quando due dita di Marco si affondarono lentamente dentro di lei. Calda, stretta, che pulsava.

«Cazzo, Sofia…»

«Dallo a me», lo provocò lei, muovendo il bacino contro la mano. «Da mesi mi allargo pensando a queste dita e a quello che hai nei pantaloni. Toglili. Voglio vederlo. Voglio provarlo sulla lingua prima che me lo ficchi tutto.»

Marco le ritirò la mano, si portò le dita lucide alle labbra e le leccò, tenendole gli occhi addosso. Il sapore di lei gli mandò un flash diretto al cazzo. Sbottonò i jeans con mano frettolosa, abbassò cerniera e boxer abbastanza da far scattare fuori l’erezione pesante, venata, già gocciolante sulla punta. Sofia emise un suono gutturale, quasi di fame, e si accasciò in ginocchio sul tappeto senza aspettare un invito. Una mano gli strinse la base, le labbra si aprirono e accolsero la testa calda, succhiando con un guizzo di lingua sotto il glande. Marco gettò la testa indietro, una mano conficcata nei suoi capelli, resistendo all’impulso di spingere subito a fondo.

«Così… brava… madonnina, che bocca…»

Lei alzò lo sguardo mentre lo prendeva più in profondità, le guance cave, saliva che già filava lungo l’asta. Una mano le scese tra le proprie cosce e si toccò aperta, due dita che entravano e uscivano a ritmo della bocca. Il divano alle loro spalle, i microfoni abbandonati, la base della canzone ancora che suonava in loop basso come un cuore malato. Marco sentiva il peso di ogni secondo: il matrimonio, la fiducia, il fatto che quella ragazza era la figlia di sua moglie e adesso gli stava succhiando l’anima dal cazzo con una voglia che non aveva mai visto in nessuna.

La tirò su per i capelli, non con durezza ma con urgenza, e la baciò di nuovo assaporando sé stesso sulla lingua di lei. La spinse a sedere sul divano, le si mise in ginocchio tra le cosce aperte, le sfilò i pantaloncini con un tiro solo. La canottiera salì sopra i seni: tette sode, capezzoli scuri già duri. Marco li prese in bocca uno dopo l’altro, succhiando forte mentre due dita tornavano a fotterla lente e profonde. Sofia si inarcò, le unghie sulla nuca di lui.

«Marco… mettilo. Smettila di farmi aspettare. Voglio sentirlo entrare sapendo che stai tradendo tutto per farmi godere. Scopami. Adesso.»

Lui si alzò appena, i jeans ancora a metà coscia, il cazzo pulsante puntato contro l’ingresso lucido. Ci si strofinò sopra, avanti e indietro, cospargendosi dei suoi succhi, la testa che apriva e richiudeva le labbra senza ancora entrare. Sofia lo aggrappò per le chiappe e lo tirò.

«Dentro. Tutto.»

Marco sporse i fianchi e affondò il primo terzo con un gemito rauco. Stretta, caldissima, che lo succhiava dentro. Si fermò un attimo, la fronte sudata, guardandola sotto di lui sul divano di casa, le gambe spalancate, la figliastra ventiduenne che digrignava i denti di piacere vietato.

«Ancora», ansimò lei. «Tutto il cazzo. Voglio sentirmi piena del marito di mia madre.»

Lui spinse fino in fondo, le palle che battevano contro di lei, e rimase conficcato un secondo intero a sentire le pareti che gli battevano intorno. Poi iniziò a muoversi, lunghe penetrazioni profonde, il divano che scricchiolava. Ogni spinta era un tradimento consapevole, ogni gemito di Sofia un chiodo nella bara della rispettabilità. Lei gli cingeva i fianchi con le gambe, lo spingeva più dentro, gli parlava sporco all’orecchio tra un urto e l’altro.

«Più forte… così… cazzo sì, Marco, scopami come una troia… da mesi ho sognato di avere questo cazzo che mi apre… non fermarti…»

Marco accelerò, una mano che le teneva un polso sopra la testa contro i cuscini, l’altra che le stringeva una tetta e ne pizzicava il capezzolo. Il suono umido dei corpi che si scontravano riempiva il salotto insieme alla musica dimenticata. Sentiva già la pressione salire, ma non voleva venire. Non ancora. Voleva farla squirtare o almeno contrarsi forte intorno a lui prima. Cambiò angolo, alzò le sue ginocchia contro il petto e spintonò più corto e più duro, cercando il punto che le faceva sparare un grido ogni volta.

Sofia tremava, gli occhi socchiusi, la bocca aperta. «Sto… sto per… non togliere… scopami attraverso l’orgasmo… Marco… cazzo, patrigno…»

Lui non si fermò. Continuò a battere dentro di lei mentre le pareti si stringevano a ritmi irregolari, i fluidi che schizzavano sul basso ventre di entrambi. Sofia venne con un urlo strozzato, il corpo che si scuoteva a ondate, le unghie che gli segnavano la schiena sotto la maglietta alzata. Marco strinse i denti, resistendo al bisogno di spararsi dietro a lei, e continuò a fotterla attraverso i postumi, più lento ma ancora profondo, tenendola piena.

Quando lei riaprì gli occhi, lucidi e sazi solo a metà, sorrise sporca e gli morse la spalla.

«Non hai ancora sparato. Bene. Perché adesso voglio girarmi. Voglio che mi prendi da dietro sul divano, che mi tiri i capelli e che mi dica quanto è proibito mentre mi riempi. E poi… poi vediamo quanti giri ci regge stanotte, prima che mamma torni.»

Marco uscì da lei con un suono umido, il cazzo lucido e duro che ballonzolava pesante. Sofia si voltò a carponi sul divano, la schiena inarcata, il culo alto, le labbra rosse e aperte che ancora gocciolavano. Guardò dietro di sé, gli occhi che sfidavano.

«Vieni. Varca tutto. Fottermi non basta più: voglio che mi usi sapendo esattamente chi sono per te.»

Marco le si mise dietro, le mani che aprivano le chiappe, lo sguardo fisso su quella figa usata e ancora avida. Il cuore gli batteva come un pugno. Sapeva che da qui in avanti ogni centimetro era un punto di non ritorno più profondo. Appoggiò di nuovo la testa calda all’ingresso, pronto a risprofondare, e l’aria del salotto pesava di sesso, birra e tradimento consapevole.

Marco affondò il cazzo fino in fondo in un solo colpo secco, le mani che le aprivano le chiappe mentre Sofia gemette forte, la faccia schiacciata contro i cuscini del divano. Il salotto odorava già di sesso e birra calda, la base del karaoke che ronzava ancora in sottofondo come un ronzio lontano. Lui tirò indietro i fianchi e riprese a spingere, profonde, pesanti, il suono umido della figa che lo inghiottiva riempiva l’aria. «Cazzo, Sofia… sei stretta da far male… e lo so che è sbagliato, lo so che sto tradendo tutto, ma non riesco a smettere.»

Lei spinse indietro il culo incontrando ogni spinta. «Più forte, patrigno… usami… dimmi quanto è proibito mentre mi sfondi.» Marco le afferrò i fianchi e accelerò, le palle che sbattevano contro di lei, il divano che scricchiolava sotto i colpi. Sentiva le pareti calde che gli stringevano l’asta, i succhi che gli scendevano lungo le cosce. Dopo una decina di penetrazioni profonde uscì di scatto, ansimante, il cazzo lucido e pulsante.

«Girati. Voglio assaggiarti prima di riprenderti.» La fece voltare, la spinse a stravaccarsi sul divano con le spalle contro lo schienale. Sofia aveva ancora la canottiera arrotolata sopra i seni, le gambe aperte, la figa rossa e gonfia che gocciolava. Marco le sollevò ciò che restava del tessuto come se fosse una gonna, le dita che strapparono via l’ultimo brandello di cotone già bagnato che le cingeva ancora un fianco, e se lo portò al naso un secondo prima di buttarlo a terra. Poi si chinò e le piantò la bocca sulla fica.

La lingua le spazzò le labbra gonfie, le entrò dentro, le leccò il clitoride con colpi larghi e lenti. Sofia emise un gemito grosso e gli salì a cavalcioni sulla faccia, le cosce che gli stringevano le orecchie, il bacino che iniziò a dondolare. «Sì… divorami… leccami tutta, Marco… cazzo, la lingua del marito di mamma sulla mia figa…» Si muoveva sopra di lui, strofinandosi, gemendo a ogni passata. Marco le afferrò le chiappe e la tenne ferma mentre la succhiava, la lingua che le fotteva il buco, il naso schiacciato contro il clitoride. Lei cavalcava la sua bocca con urgenza, i seni che ballonzolavano, le unghie conficcate nei suoi capelli.

«Sto venendo di nuovo… non fermarti… leccami più forte… oh cazzo sì…» Il corpo di Sofia si tese, le cosce tremarono, e venne contro la faccia di lui con un urlo rauco, i fluidi che gli bagnarono mento e collo. Marco continuò a leccare attraverso l’orgasmo, bevendo tutto, tenendola aperta con le dita mentre lei si scuoteva.

Quando Sofia scese, ansimante e lucida, gli si mise in ginocchio tra le gambe aperte sul divano. Gli prese il cazzo con entrambe le mani, lo guardò dritto negli occhi e se lo cacciò in bocca fino in gola. Succhiò avidamente, le guance cave, la saliva che filava, la lingua che girava sotto il glande a ogni risalita. «Mmmh… sapore della mia figa sul tuo cazzo…» borbottò tra un tuffo e l’altro, poi lo riprese tutto, la gola che si apriva, gli occhi pieni di lacrime di sforzo e di eccitazione. Marco le tenne i capelli, gemendo basso. «Brava troia… succhiami così… sai quanto è sbagliato e lo fai lo stesso… cazzo, Sofia, mi fai impazzire.»

Lei lo lavorò per lunghi minuti, una mano che gli massaggiava le palle, l’altra che si toccava di nuovo tra le cosce. Poi lo lasciò andare con un pop umido e si voltò di nuovo a pecorina sul divano, la schiena inarcata, il culo alto e offerto. «Adesso scopami da dietro. Spinte profonde. Voglio sentire ogni centimetro.»

Marco le si mise dietro, le aprì le chiappe con i pollici e affondò di nuovo tutto d’un fiato. Sofia strillò di piacere. Lui iniziò a fotterla a ritmi lunghi e pesanti, le anche che sbattevano contro il suo culo, il cazzo che spariva e riemergeva lucido. «È sbagliato… è tutto sbagliato… sei la figlia di mia moglie e ti sto scopando sul divano di casa…» ansimava lui tra una spinta e l’altra. «Lo so… e lo voglio di più proprio per questo… più forte, Marco… riempimi… usa la tua figliastra come una puttana.»

Le mani di lui le strinsero i fianchi fino a lasciarle i segni, le spinte diventarono più dure, più profonde, il divano che si spostava di centimetri ad ogni urto. Sofia spingeva indietro, i seni che dondolavano, la bocca aperta in gemiti continui. «Dimmi che mi vuoi… dimmi che mi scopi sapendo che mamma non deve mai saperlo…» «Ti voglio… ti desidero da mesi… e adesso ti fotto perché non resisto più… la tua figa mi sta mangiando il cazzo…»

Dopo decine di penetrazioni profonde lui la fece girare di nuovo, la stese sulla schiena, le alzò le gambe sulle spalle e le rientrò in figa in un colpo solo. Missionario, faccia a faccia, gli occhi di Sofia spalancati nei suoi. Marco le strinse i seni con entrambe le mani, le dita che ne pizzicavano i capezzoli duri mentre batteva dentro di lei con colpi forti e proibiti. Il ritmo era grezzo, urgente, il suono della carne che sbatteva e dei gemiti che si mescolavano.

«Guardami», le ordinò lui, sudato, la voce roca. «Guardami mentre ti riempio. È sbagliato da morire… sto tradendo Nadia… sto fotendo la sua figlia… e non riesco a smettere.» Sofia gli cingeva i fianchi con le gambe, lo tirava più dentro, gli unghie sulla schiena. «Lo so che è sbagliato… lo so che se lo scoprisse esploderebbe tutto… e mi fa venire ancora di più… scopami più forte… stringimi le tette… sì così… cazzo, Marco, ti sento tutto… voglio che mi venghi dentro… riempimi del tuo sborro proibito…»

Lui accelerò, le spinte che diventavano corte e durissime, il pube che le strofinava il clitoride a ogni affondo. Le stringeva i seni con forza, li schiacciava, li succhiava a turno senza smettere di fotterla. Sofia veniva di nuovo, le pareti che gli pulsavano intorno, un gemito lungo che le uscì dalla gola. «Vengo… vengo sul cazzo del marito di mamma… oh cazzo sì…» Marco non si fermò, la scopò attraverso l’orgasmo, i colpi ancora più forti, il sudore che gli gocciolava sul petto di lei.

«Anch’io… sto per sparare… dove lo vuoi…» «Dentro… tutto dentro… riempimi… voglio sentirlo caldo…» Lui affondò fino alle palle, il corpo che si tese, e sborrò con un grugnito basso, getti spessi che le riempirono la figa a ondate. Continuò a spingere mentre veniva, spremendosi tutto dentro di lei, le mani ancora strette sui suoi seni. Sofia lo strinse con le gambe, lo tenne conficcato, ansimando contro il suo collo. «Sì… così… tutto il tuo sborro… proibito… caldo…»

Rimasero così per lunghi secondi, uniti, sudati, il cazzo di Marco ancora duro che pulsava dentro la figa piena. Poi lui iniziò a muoversi di nuovo, lento, i suoi fluidi misti che schizzavano fuori a ogni mezza spinta. Sofia gli morse l’orecchio. «Non hai ancora finito… lo sento… sei ancora di pietra…» Marco le guardò negli occhi, il cuore che batteva forte. «Stanotte non basta una volta. Voglio riprenderti. Voglio farti venire finché non reggi più. E poi… poi vediamo cosa inventiamo prima che torni tua madre.»

Lei sorrise sporca, ancora arrossata, e gli mosse il bacino incontro. «Allora riprendimi. A pecorina di nuovo. O fammi risalire sulla tua faccia. Tanto il rischio è lo stesso… e il divieto mi fa ancora bagnare.» Marco uscì da lei con un suono umido, lo sborro che le colava lungo la coscia interna, e la guardò stesa sul divano di casa, nuda, usata, ancora avida. L’aria pesava di sesso e di tradimento. Sapeva che la notte era solo a metà, che ogni altro colpo li avrebbe sepolti ancora più a fondo, e che non aveva nessuna intenzione di fermarsi.

Marco le affondò di nuovo il cazzo fino in fondo con un colpo secco, le palle che sbattevano contro il suo culo ancora lucido di sborro e di succhi. Sofia strillò, la faccia premuta contro i cuscini del divano, le unghie che strappavano la pelle. Lui le tirò i capelli indietro con una mano, obbligandola a inarcare la schiena mentre l’altra le apriva le chiappe per guardare il proprio cazzo sparire e riemergere lucido, grosso, proibito. «Guarda come ti stai facendo scopare, figliastra… la fica di mia figliastra che mi mangia il cazzo sul divano di casa…» ansimava lui, le spinte che diventavano più pesanti, più grezze. Ogni affondo faceva scricchiolare il divano e schizzare i fluidi misti sulle cosce di entrambi. Sofia spingeva indietro il bacino incontrando ogni colpo, i seni che dondolavano sotto di lei, la voce rotta.

«Più forte, patrigno… sfondami… voglio sentire le palle che mi sbattono mentre mi chiami così… cazzo sì, usami… sono la tua troia di casa, la figlia di tua moglie che si fa riempire in segreto…» Il salotto puzzo di sesso, birra scaldata e tradimento. La base del karaoke ronzava ancora, monotona, come un cuore fuori tempo. Marco accelerò, le anche che sbattevano contro il culo di lei con un suono umido e osceno, le dita che le lasciavano segni rossi sui fianchi. Sentiva le pareti strette che gli succhiavano l’asta, ancora piene del primo carico, e il bisogno di sparare di nuovo gli saliva già dalle palle.

La fece voltare di scatto, la stese sulla schiena, le alzò le gambe sulle spalle e le rientrò in figa d’un colpo solo. Missionario grezzo, sudato, gli occhi conficcati nei suoi. Sofia gli cingeva i fianchi con le cosce, lo tirava più dentro, le unghie che gli solcavano la schiena sotto la maglietta alzata. «Guardami mentre mi fotte il marito di mamma… guardami, Marco…» gemette lei, la bocca aperta. Lui le strinse i seni con entrambe le mani, schiacciandoli, pizzicando i capezzoli scuri finché lei non strillò, e riprese a battere corto e duro, il pube che le strofinava il clitoride a ogni spinta. Il suono della carne che sbatteva riempiva tutto: umido, sporco, proibito.

«Sto per venirti dentro di nuovo… cazzo, Sofia, la tua figa mi sta succhiando lo sborro…» grugnì lui, il sudore che gli gocciolava sul petto di lei. Sofia si inarcò, le pareti che gli pulsarono intorno a ondate irregolari. «Vengo… vengo di nuovo sul tuo cazzo… oh cazzo patrigno… riempimi… sparami tutto dentro… voglio sentirlo caldo che mi cola…» Il corpo di lei si scosse, un orgasmo lungo che le fece stringere il cazzo come una morsa, i fluidi che schizzavano sul basso ventre di Marco. Lui non si fermò. La scopò attraverso l’orgasmo, i colpi ancora più violenti, le palle che sbattevano, fino a sentire la pressione esplodere.

Affondò fino in fondo, il corpo che si tese come un arco, e venne con un grugnito basso e gutturale, getti spessi e caldi che le riempirono la figa a ondate potenti. Continuò a spingere mentre sborrava, spremendosi ogni goccia dentro di lei, le mani ancora strette sui suoi seni, le dita che affondavano nella carne soda. Sofia lo strinse con le gambe, lo tenne conficcato, ansimando contro il suo collo mentre lo sentiva pulsare e svuotarsi. «Sì… così… tutto il tuo sborro proibito… caldo… denso… cazzo Marco, mi stai riempiendo come una puttana…»

Rimasero uniti lunghi secondi, il cazzo di lui ancora duro che pulsava dentro la figa piena, lo sborro che già iniziava a colare lento lungo le labbra gonfie e le cosce. Marco non uscì. La tenne stretta contro di sé, il peso del corpo che la schiacciava sul divano di pelle, il respiro caldo contro il suo orecchio. Sudati, appiccicosi, il cuore che batteva come un pugno. Sofia gli passò le unghie lungo la schiena, poi gli sussurrò a fior di labbra, la voce rauca e sporca: «Questa sarà solo la prima di molte notti segrete… ogni volta che mamma sarà via, ogni volta che potrò tornare dall’università… mi farai scopare così, sul divano, in cucina, contro il muro… mi riempirai di sborro proibito e nessuno saprà mai… il nostro patto, patrigno… continuiamo a trasgredire in silenzio ogni cazzo di volta che potremo.»

Marco le morse il collo, ancora conficcato, lo sborro che schizzava fuori a ogni piccolo movimento dei fianchi. «Lo faremo… ti fotterò ogni volta che potremo… la tua figa è mia adesso, figliastra…» Restarono così, uniti, finché i respiri non si calmarono un poco. Poi lui uscì lentamente, il cazzo lucido e ancora semi-duro che faceva un suono umido e osceno, un filo denso di sborro che le colò subito sulla coscia interna e sul cuscino del divano. Sofia gemette alla perdita, le dita che scesero a raccogliere un po’ di quel carico caldo e se lo portò alla bocca, leccando lento, tenendogli gli occhi addosso. «Sapore del tradimento…»

Si alzarono frettolosi. Il tempo stringeva. Nadia poteva tornare da un momento all’altro. Marco si tirò su i jeans e i boxer, il cazzo ancora un po’ umido che strofinava contro il tessuto. Sofia si sistemò la canottiera sulle tette segnate, recuperò i pantaloncini bagnati dal pavimento e se li infilò in fretta, lo sborro che le colava ancora tra le cosce e le macchiava il cotone grigio al centro. Nessuna mutandina. Si guardarono: capelli scompigliati, labbra gonfie, l’odore di sesso che puzzo ancora su di loro. Il salotto era un disastro di cuscini spostati, microfoni a terra, macchie umide sul divano.

Si rivestirono appena in tempo. Il rumore delle chiavi nella serratura arrivò come un colpo di pistola. La porta d’ingresso si aprì. «Sono a casa! Il treno era in anticipo…» la voce di Nadia dal corridoio. Marco e Sofia si scambiarono un ultimo sguardo, poi lui le afferrò la nuca e la baciò una volta sola, duro, lingua contro lingua, un bacio pieno di sborro e di patto. Sofia gli morse il labbro inferiore, gli soffiò contro la bocca: «Ogni volta che potremo… mi farai venire di nuovo con questo cazzo proibito.»

Si staccarono. Sofia si lasciò cadere sul divano come se nulla fosse, le gambe accavallate a nascondere la macchia umida, un sorriso innocente già pronto. Marco sistemò in fretta un cavo del karaoke, la maglietta ancora stropicciata. Nadia entrò nel salotto, stanca, la valigia in mano. «Avete fatto karaoke? Che buon odore di birra… tutto bene qui?»

«Tutto perfetto», rispose Marco, la voce ancora un po’ roca. Sofia alzò lo sguardo, le labbra ancora rosse. «Sì, mamma. Solo un po’ di musica e chiacchiere. Marco mi ha fatto cantare.»

Nadia sorrise, stanca, e andò verso la cucina. «Bene. Mi faccio una doccia e vado a letto. Domani vi racconto Milano.»

Appena lei sparì, Sofia si alzò, passò accanto a Marco, e gli strusciò di proposito la mano sul cazzo ancora semi-duro nei jeans. Gli sussurrò all’orecchio, bassissimo: «La prossima volta ti sborro in gola prima di farmi riempire di nuovo la figa… e terrò il tuo sborro dentro tutto il giorno mentre parlo con mamma. Cazzo, patrigno, non vedo l’ora di risucchiarlo caldo dal tuo buco proibito.»

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