Calore Proibito nella Vasca
Una sera calda, Bianca si spoglia ed entra nella vasca idromassaggio dove Trent, il compagno maturo di sua madre, la prende con passione proibita.
L’aria di luglio pesava sulla villa come un drappo caldo. Bianca scese dall’auto con lo zaino ancora sulle spalle e sentì subito l’odore del cloro e dell’erba tagliata. Vent’anni, pelle chiara segnata dal sole delle ultime settimane di università, capelli castani raccolti in una coda disordinata. Era tornata per le vacanze estive, e la casa di sua madre le sembrava più silenziosa del solito.
Lo trovò in giardino.
Trent stava ai bordi della piscina, a torso nudo, con un paio di shorts scuri ancora umidi. Quarantotto anni, spalle larghe, pettorali scolpiti da chi non smette di allenarsi, una riga d’argento alle tempie che gli dava un’aria di pericolo controllato. Il nuovo compagno di sua madre. Bianca lo aveva visto poche volte, sempre di sfuggita, sempre con la madre presente. Ora la madre era a lavoro fino a sera. Solo loro due.
«Bentornata», disse lui. La voce grave, calda, senza fretta.
«Ciao, Trent.» Lei sorrise, un po’ troppo a lungo. Gli occhi di lui non si distolsero. Erano scuri, intensi, e le percorsero il collo, la scollatura della maglietta leggera, le gambe nude sotto i pantaloncini corti. Bianca sentì un brivido lungo la schiena, nonostante il caldo.
«La camera di sempre è pronta. Tua madre ha lasciato da mangiare in frigo.» Fece una pausa. «Se vuoi, c’è la piscina. L’acqua è buona.»
Bianca annuì, salì le scale con il cuore che batteva troppo forte per un semplice saluto. Nella sua stanza si tolse i vestiti di viaggio. Scelse il bikini nero, quello piccolo, quello che lasciava scoperta quasi tutta la curva del seno e stringeva i fianchi. Si guardò allo specchio: ventenne, corpo sodo, capezzoli già un po’ tesi solo per il pensiero di quegli occhi su di lei. «Cazzo, Bianca», mormorò. «È il ragazzo di mamma.» Ma il pensiero non spense nulla. Lo accese di più.
Tornò in giardino a piedi nudi. Trent era seduto su una sedia a sdraio, occhiali da sole alzati sulla fronte, una birra sudata in mano. Quando la vide, la bottiglia si fermò a mezz’aria.
«Cristo», disse a voce bassa, quasi per sé. Poi, più forte: «Ti sei sistemata in fretta.»
Bianca sorrise, complici. Camminò fino al bordo della piscina e si sedette, gambe penzoloni nell’acqua tiepida. L’acqua le bagnò le cosce. Trent non distoglieva lo sguardo. Lei lo sapeva. Lo sentiva sulla pelle come un tocco.
«Fa un caldo cane», disse lei, gettando la testa indietro. Il sole le baciava il collo, il petto. Una goccia di sudore le scese tra i seni. Trent la seguì con gli occhi.
«Sì.» La sua voce era più roca. «Sei cambiata, da gennaio.»
«In meglio o in peggio?»
Lui rise piano, un suono basso che le arrivò dritto tra le gambe. «In meglio. Decisamente.»
Bianca si girò verso di lui. I loro sguardi si incrociarono e rimasero lì, secondi lunghi, carichi. Lei non abbassò gli occhi. Lui nemmeno. C’era qualcosa di grezzo in quel silenzio, qualcosa che non aveva bisogno di parole. Lei pensò a come sarebbero state quelle mani grandi sul suo corpo, alle rughe sottili agli angoli degli occhi di lui, alla differenza di età che rendeva tutto più sporco, più proibito, più eccitante.
«Mamma torna tardi stasera», disse Bianca, e la frase le uscì più carica di quanto volesse.
«Lo so.» Trent bevve un sorso, la gola che si muoveva. Mise giù la birra. «Hai fame? Posso preparare qualcosa.»
«Dopo.» Lei scivolò in acqua con un tuffo leggero. Nuotò fino al bordo opposto, poi tornò indietro, emergendo vicino a dove lui sedeva. L’acqua le scorreva sul corpo, faceva aderire il tessuto del bikini ai capezzoli duri. Trent abbassò lo sguardo proprio lì, senza nasconderlo.
«Mi stai guardando», disse lei, voce bassa, un sorriso storto sulle labbra.
«Sì.» Nessuna scusa. Nessun ripensamento. «Sei difficile da non guardare, Bianca.»
Il suono del suo nome nella bocca di lui le fece stringere qualcosa in basso ventre. Si aggrappò al bordo della piscina, a pochi centimetri dalle sue ginocchia. L’acqua le gocciolava dai capelli alle spalle, al seno.
«E a te piace guardare?»
Trent si chinò in avanti. Il profumo di lui — sapone, sole, un po’ di sudore maschile — le riempì il naso. «Più di quanto dovrei.» La mano di lui restò ferma sulla coscia, ma le dita si contrassero. «Hai vent’anni. Io sono…»
«Quarantotto. Lo so.» Bianca alzò il mento. «E mi piace.»
Un muscolo gli saltò lungo la mascella. Gli occhi si fecero più scuri. «Tua madre…»
«Non c’è.» Bianca si sollevò un poco sull’acqua, abbastanza da far sì che il bikini le scivolasse di un millimetro, abbastanza da fargli vedere il solco tra i seni bagnati. «Siamo solo noi adesso.»
Trent espirò piano, come se stesse trattenendo qualcosa di pesante. «Se continui così, non riesco a restare bravo.»
«E chi ti ha chiesto di restare bravo?»
Il silenzio che seguì fu elettrico. Bianca sentiva il cuore martellarle nelle tempie, tra le cosce. Trent allungò una mano e, con il dorso delle dita, le spazzò via una goccia d’acqua dalla clavicola. Il tocco fu leggero, quasi esplorativo, ma bastò a farle chiudere gli occhi un attimo. Quando li riaprì, lui era ancora lì, lo sguardo fisso sulla sua bocca.
«Hai la pelle calda», mormorò.
«Tu pure.» Lei girò la faccia appena, abbastanza da sfiorare con le labbra il dorso di quella mano. Non fu un bacio. Fu una promessa. Trent emise un suono basso, gutturale.
Si alzò dalla sdraio. In piedi, sopra di lei, era imponente: torace ampio, peli scuri sul petto che scendevano verso l’ombelico, il tessuto degli shorts che tradiva un inizio di erezione. Bianca lo guardò senza pudore. La bocca le si secò.
«Esci», disse lui. Non era un ordine secco. Era roco, carico di voglia trattenuta.
Bianca si issò sul bordo. L’acqua le rigò le gambe, la pancia, il bikini nero completamente inzuppato. Rimasero faccia a faccia, lei seduta, lui in piedi tra le sue ginocchia socchiuse. L’aria tra i loro corpi vibrava.
Trent le prese il mento con due dita. «Dimmi di fermarmi.»
«No.»
La distanza si chiuse. La bocca di lui scese sulla sua, calda, esperta, affamata. Bianca gemette contro le sue labbra, le braccia che gli salivano al collo bagnato di sole. La lingua di Trent entrò nella sua bocca senza esitazione, la assaggiò, la conquistò. Lei rispose con la stessa fame, i denti che gli sfioravano il labbro inferiore. Le mani di lui scesero lungo la schiena bagnata, si fermarono sui fianchi, le dita che premevano la carne morbida proprio sopra l’elastico del costume.
Quando si staccarono, entrambi respiravano a fatica. La fronte di Trent poggiò contro la sua.
«Cazzo, Bianca…»
«Lo so.» Lei gli morse piano il mento. «Lo voglio lo stesso.»
Le mani di lui slittarono più in basso, cupando le chiappe ancora gocciolanti, sollevandola un poco contro di sé. Lei sentì il cazzo duro di lui premere contro il basso ventre attraverso il tessuto bagnato. Un guizzo di piacere le attraversò il sesso. Si strinse di più.
«Qui fuori ci vedono i vicini», borbottò Trent contro il suo orecchio, ma non la lasciò andare. Anzi, le bacò il collo, lento, aperto, succhiando la pelle sotto l’orecchio finché lei non emise un gemito più alto.
«Allora portami dentro», sussurrò Bianca. Le dita le correvano sui pettorali di lui, sui capezzoli, giù lungo i peli dell’addome. «O resta qui e fottimi comunque.»
Trent tirò indietro la testa abbastanza da guardarla negli occhi. C’era lustro e conflitto e una voglia grezza che non cercava più di nascondersi. «Tua madre torna alle nove.»
«Abbiamo ore.»
Lui la baciò di nuovo, più duro, una mano che le stringeva un seno ancora coperto dal bikini, il pollice che strofinava il capezzolo teso attraverso la stoffa bagnata. Bianca inarcò la schiena, offrendosi. Il calore le pulsav a tra le gambe, il costume già umido di qualcosa che non era solo acqua della piscina.
Quando la bocca di lui scese lungo il collo, verso la scollatura, lei gli affondò le dita nei capelli grigio-castani. «Trent…»
Lui alzò lo sguardo senza staccare le labbra dalla pelle. «Dimmi.»
«Voglio sentire le tue mani sotto questo coso.» Indicò il bikini con un cenno del mento. «Adesso.»
Trent non esitò oltre. Le dita scivolarono sotto il triangolo superiore, scostarono la stoffa, trovarono il seno nudo, caldo, pesante. Lo afferrò, lo strinse, il pollice e l’indice che pinzarono il capezzolo finché Bianca non lanciò un gemito rotto. Con l’altra mano le aprì un poco le cosce e le accarezzò l’interno, salendo lento fino al bordo del costume sotto.
«Sei già bagnata», constatò, voce roca di chi sta perdendo il controllo pezzo per pezzo. Le dita premettero contro il tessuto fradicio, proprio sulla fessura. Bianca spalancò le gambe di più, seduta sul bordo caldo della piscina, il corpo che tremava di anticipazione.
«Toccami sul serio», chiese. «Smettila di farmi impazzire.»
Lui le scostò il tessuto di lato. L’aria le sfiorò la figa esposta, poi arrivarono le dita di Trent: due, spesse, che le aprirono le labbra e scivolarono tra i pieghettini gonfi, trovando il clitoride già duro. Bianca singhiozzò di piacere, la fronte contro la spalla di lui. Trent le strofinò con lenti cerchi pressanti, esatti, da uomo che sa esattamente come far venire una ragazza senza fretta e senza pietà.
«Così?», mormorò contro i suoi capelli.
«Sì… cazzo, sì…»
Le dita scesero più in basso, trovarono l’ingresso stretto e vi premettero dentro appena la punta. Bianca si contrasse intorno a quel contatto. Era stretta, bollente, e lui lo sentì. Un brontolio di approvazione le vibrò contro la pelle.
«Dio, come ti stringi.»
In lontananza si sentì il rumore lontano di un tosaerba, la vita normale del quartiere che proseguiva ignara. Qui, sul bordo della piscina, Bianca si muoveva contro la mano di Trent, i fianchi che ondulavano cercando più pressione, più profondità. Lui le infilò un dito fino in fondo, poi un secondo, e cominciò a fotterla lentamente con le dita mentre il pollice restava sul clitoride.
«Guarda come ti apri per me», disse lui, e lo sguardo era basso, fisso tra le sue gambe, a guardare le proprie dita sparire nel suo sesso giovane e affamato. «Proibito da far male. E non riesco a smettere.»
Bianca gli afferrò il polso, non per fermarlo, ma per spingerlo più a fondo. «Allora non smettere. Scopami le dita finché non vengo. Poi… poi vediamo quanto altro sei capace di darmi.»
Trent le baciò la bocca di nuovo, famelico, mentre le dita acceleravano. Il suono bagnato dei suoi movimenti riempì lo spazio tra i loro respiri. Bianca sentiva l’orgasmo costruirsi basso, caldo, inevitabile. Ma proprio mentre le gambe cominciavano a tremarle, Trent rallentò, le tolse le dita con una lentezza crudele e se le portò alla bocca, assaggiandola.
«Non ancora», disse, gli occhi neri di lustro. «Non qui. Non così in fretta.»
Bianca ansimava, il bikini tirato di lato, i seni quasi del tutto fuori, le cosce aperte. «Sei un bastardo.»
«Sì.» Lui le sistemò un capello bagnato dietro l’orecchio, gesto tenero in contrasto con la dura erezione che gli tendeva gli shorts. «C’è la vasca idromassaggio sul retro. Coperta. Niente vicini.» Una pausa. Il sorriso di lui era lento, sporco, sicuro. «Se entri lì con me, Bianca, non esco più senza averti scopata per bene. Capito?»
Lei scese dalla piscina. L’acqua le rigò il corpo. Sistemò a malapena il bikini, abbastanza da poter camminare, non abbastanza da nascondere i capezzoli duri o il rossore sulle guance. Gli prese la mano.
«Allora smettila di parlare», disse. La voce le tremava di voglia. «E portami lì.»
Trent strinse le dita intorno alle sue. Il palmo era grande, calloso, caldo. Insieme lasciarono il bordo della piscina e si avviarono verso il patio sul retro, dove la vasca gorgogliava già, il vapore che saliva nell’aria del tardo pomeriggio. Dietro di loro l’acqua della piscina si quietava. Davanti, il calore proibito li aspettava, e nessuno dei due aveva intenzione di fermarsi.
L’aria sul patio era ancora più densa, carica del vapore che saliva dalla vasca idromassaggio. L’acqua gorgogliava bassa, bolle calde che si rompevano contro la superficie e lasciavano scie di schiuma leggera. Trent non rilasciò la mano di Bianca finché non furono a un passo dal bordo. Si tolse gli shorts con un gesto deciso, senza vergogna, e lei lo guardò. Il cazzo gli balzò fuori già duro, pesante, venato, la testa lucida di precome. Quarantotto anni e un corpo che non mentiva: muscoli ancora tesi, peli scuri che scendevano dall’ombelico fino a incorniciare quel pezzo di carne che le faceva stringere le cosce.
«Entra», disse lui, e scese per primo. L’acqua gli arrivò al petto. Si sedette sul gradino interno, braccia spalancate sul bordo, occhi fissi su di lei.
Bianca restò in piedi. Il bikini nero era ancora fradicio, aderente. Non si voltò. Non cercò scuse. Le dita le andarono dietro la schiena, slacciarono il nodo superiore con lentezza deliberata. Il triangolo di stoffa scivolò giù, liberò i seni. I capezzoli erano già duri, scuri, puntati verso di lui. Trent non batté ciglio; la guardò come si guarda una cosa che si sta per prendere. Poi lei agganciò i lati del pezzo sotto, lo fece scendere sui fianchi, sulle cosce, finché non cadde ai suoi piedi. Rimase nuda. Vent’anni di pelle liscia, pube rasato lasciando solo una striscia sottile, la fessura ancora lucida di quanto lui le aveva fatto prima.
«Cazzo», borbottò Trent. La voce gli uscì roca, quasi spezzata.
Lei non rispose. Salì i gradini e scese nell’acqua calda. Il calore la avvolse subito, le leccò le caviglie, le ginocchia, la figa, i seni. Si sedette di fronte a lui, abbastanza lontana da poterlo guardare intero, abbastanza vicina da sentire il movimento dell’acqua spostata dal suo corpo. Le bolle le sfioravano l’interno cosce, un massaggio continuo e indecente. Trent non si mosse. Aspettava.
Bianca alzò un piede. Lo fece scivolare sott’acqua, lungo il polpaccio di lui, su per il ginocchio, finché le dita del piede non trovarono la coscia interna. Sfiorò. Su e giù. Lenta. Sentì i muscoli di Trent contrarsi sotto la pianta. Il suo cazzo, appena visibile sotto la superficie, diede un sobbalzo.
«Da settimane», disse lei. La voce le uscì bassa, roca di voglia. «Da quando ti ho visto la prima volta in cucina, a gennaio, con la maglietta attaccata al petto sudato. Mamma era in bagno. Tu mi hai passato il sale e le dita ti hanno sfiorato il dorso della mano. Mi sono bagnata i mutandini lì, seduta a tavola. Da allora ci penso ogni notte. Mi tocco pensando a come mi scoparesti. A come mi terresti ferma. A quanto sei più grande, più forte, più… proibito.»
Il piede salì più in alto. Le dita sfiorarono le palle di Trent, poi la base del cazzo. Lo accarezzò con la pianta, leggera, insistente. L’acqua rendeva tutto scivoloso, caldo, più sporco.
Trent espirò forte dalle narici. Le mani aggrappate al bordo delle vasca si strinsero finché le nocche non divennero bianche. «Bianca…»
«Lo desidero da settimane», continuò lei, e spinse un po’ di più, facendogli scivolare il cazzo tra le dita del piede. «Sogno di inginocchiarmi e prendertelo in gola mentre mamma è al piano di sotto. Sogno di farmi spaccare da te su questa vasca, di gridare il tuo nome e fregarmene se qualcuno sente. Sei il ragazzo di mia madre. Hai quasi cinquant’anni. E mi fai venire solo a guardarti.»
Lui la guardò. Gli occhi erano neri, dilatati, pieni di una fame che non cercava più di nascondersi. L’acqua gli batteva contro il petto, faceva brillare i peli grigi. Il cazzo ormai era completamente eretto, la testa che rompeva appena la superficie ogni volta che lei lo strofinava.
«Non ce la faccio più», ammise. La voce era un brontolio basso, gutturale, come pietra che si spacca. «Non resisto più. Da quando sei scesa dall’auto stamattina con quei pantaloncini e quel sorriso da troia innocente. Ti guardavo e pensavo a come ti saresti stretta intorno al mio cazzo. A come ti avrei fatta venire finché non piangevi. Tua madre… cazzo, tua madre. Ma tu… tu mi stai facendo perdere la testa. Non riesco più a restare bravo. Non voglio più.»
Bianca sorrise, lenta, e tolse il piede. Si alzò un poco, l’acqua le scorreva tra i seni, e scivolò verso di lui. Si sedette a cavalcioni sulle sue cosce, nuda contro nudo, la figa calda che premeva direttamente contro il cazzo duro. Lo sentì pulsare contro le labbra bagnate. Mise le mani sulle spalle larghe di Trent, le unghie che affondavano appena.
«Allora non restare bravo», sussurrò contro la sua bocca. «Prendimi. Qui. Adesso.»
Trent le afferrò i fianchi con entrambe le mani. Le dita erano grandi, callose, le premevano la carne abbastanza da lasciare segni. La sollevò di qualche centimetro, quanto bastava perché il suo cazzo si sistemasse proprio contro l’ingresso. La guardò negli occhi mentre la spingeva giù, lenta, millimetro dopo millimetro. Bianca ansimò. Era grosso. La allargava, la riempiva, le strappava un gemito rotto ogni volta che scendeva un altro pezzo. L’acqua gorgogliava intorno a loro, nascondeva solo in parte il suono umido di lei che lo prendeva.
«Così stretta», borbottò lui contro il suo collo. «Figa da vent’anni che si apre per me… Cristo, Bianca.»
Lei si mosse. Piccole ondate dei fianchi, cercando di prenderlo tutto. Quando fu fino in fondo, il pube di lui contro il suo, restò ferma un secondo, respirando a scatti, sentendo ogni vena, ogni pulsazione. Poi cominciò a cavalcarlo. Lenta all’inizio, l’acqua che schizzava a ogni spinta, i seni che rimbalzavano sotto lo sguardo affamato di Trent. Lui le prese un capezzolo in bocca, lo succhiò forte, i denti che graffiavano appena. Bianca gettò la testa indietro, un gemito alto che si perse nel vapore.
«Più forte», chiese. «Scopami come se non ti importasse di niente.»
Trent obbedì. Le mani scesero sulle chiappe, le divaricò, e cominciò a spingere dal basso, dure, profonde, il cazzo che spariva e riemergeva nell’acqua calda. Ogni colpo le mandava scosse lungo la schiena. Lei si aggrappò ai suoi capelli grigio-castani, lo baciò a bocca aperta, lingue che si azzuffavano, denti che si morsicavano. Il calore della vasca, il calore tra le gambe, il calore proibito di essere la figlia della sua donna e di farsi fottere da lui proprio lì: tutto si mescolava.
Lui la sollevò di scatto, la girò, la mise a quattro zampe sul gradino più basso. L’acqua le arrivava a metà cosce. Trent le si sistemò dietro, le aperse le chiappe con i pollici e la penetrò di nuovo con una spinta secca. Bianca gridò. Lui la prese per i fianchi e cominciò a martellarla, il suono delle palle che battevano contro di lei che si confondeva con il gorgoglio della vasca. Una mano le slittò davanti, trovò il clitoride, lo strofinò a cerchi pressanti mentre la scopava.
«Dimmi quanto lo vuoi», ordinò, voce spezzata dallo sforzo.
«Lo voglio… cazzo, lo voglio tutto… scopami, Trent, riempimi… da settimane, solo questo…»
Lui accelerò. I colpi diventarono più grezzi, più profondi. Bianca sentiva l’orgasmo costruirsi di nuovo, più violento del primo, ma Trent rallentò proprio quando lei stava per cedere. La tirò indietro contro il suo petto, il cazzo ancora sepolto dentro, e le morse la spalla.
«Non ancora», ringhiò all’orecchio. «Voglio sentirti venire quando te lo dico io. E voglio farmi succhiare prima. Voglio vederti in ginocchio in quest’acqua con la bocca piena del mio cazzo. Poi ti metto sulla panca lì fuori e ti monto finché non cammini dritta. Capito, piccola troia?»
Bianca ansimava, il corpo che tremava contro il suo. Annuì, le labbra che cercavano la sua bocca. «Sì… qualunque cosa… non smettere di volermi.»
Trent la baciò dura, possessiva, mentre le mani le esploravano ancora i seni, la pancia, scendevano di nuovo tra le cosce. L’acqua continuava a bollire intorno a loro. Il sole calava piano, tingendo il vapore di arancione. Nessuno dei due aveva intenzione di uscire. E la sera era ancora lunga.
L’acqua bolliva intorno ai loro corpi mentre Trent le stringeva ancora i fianchi, il cazzo sepolto fino alle palle nella figa stretta di Bianca. Lei ansimava contro la sua bocca, le labbra gonfie, la lingua che gli leccava i denti in un bacio disordinato. Il sole basso tingeva di rame il vapore, ma a loro non importava. La sera era lunga, la madre lontana, e il divieto bruciava più del calore della vasca.
Trent non aspettò oltre. La afferrò di scatto per i fianchi con entrambe le mani grandi, callose, le dita che affondavano nella carne morbida abbastanza da lasciare segni rossi. La sollevò come se non pesasse nulla, l’acqua che schizzava ovunque, e la fece girare finché non la ebbe a cavalcioni su di lui. Bianca sentì la testa del cazzo premere di nuovo contro l’ingresso gonfio, scivolosa di lei e di lui. Lui la guardò dritto negli occhi, neri di lustro, e la spinse giù con un colpo solo, fino in fondo.
«Ahhh… cazzo, Trent…» Il gemito le uscì rotto, alto. Era grosso, la riempiva da parte a parte, le labbra della figa tirate intorno alla base. Sentiva ogni vena, ogni pulsazione contro le pareti calde. Si mosse subito, i fianchi che ondulavano con ritmo sempre più frenetico, l’acqua che gorgogliava e schizzava a ogni salita e discesa. I seni le rimbalzavano sotto il naso di lui; le unghie le affondavano nelle spalle larghe, graffiando la pelle abbronzata.
Trent le prese un capezzolo in bocca con avidità, lo succhiò forte, la lingua che vi girava intorno prima di chiudere i denti appena abbastanza da farle strappare un altro gemito. «Sì… così… succhiami…» Bianca spingeva di più, cavalcandolo duro, la figa che lo inghiottiva e lo rilasciava con un suono bagnato, indecente, confuso dal ribollire dei getti. Lui passò all’altro seno, lo sorse di nuovo, le labbra e la lingua che lavoravano il capezzolo duro finché non fu rosso e sensibile. Il calore le saliva già basso ventre, un nodo caldo che si stringeva a ogni spinta.
«Guarda come mi scopi», ringhiò lui contro la sua pelle bagnata, la voce roca. «Fighetta di vent’anni che cavalca il cazzo del ragazzo di sua madre. Più forte. Voglio sentirti squirtare sull’acqua.»
Lei obbedì, accelerando, i fianchi che battevano contro i suoi in un ritmo selvaggio. L’acqua le leccava le cosce, le chiappe, le entrava un po’ ogni volta che si alzava. Trent le stringeva i fianchi aiutandola a scendere più duro, più profondo, il pube che sbatteva contro il clitoride a ogni colpo. Bianca sentiva le gambe tremarle già, il piacere che saliva a ondate. «Ti sento… cazzo, ti sento tutto… più grosso di quanto immaginavo…»
Lui la staccò di scatto dai seni, le mani ancora sui fianchi. La sollevò, la girò di schiena contro il bordo della vasca. L’acqua le arrivava a metà coscia mentre lei si piegava in avanti, i gomiti sul bordo liscio e caldo, il culo offerto. Trent le si sistemò dietro, le divaricò le chiappe con i pollici e la penetrò di nuovo con una spinta potente che le strappò un grido. Il cazzo sparì tutto d’un colpo, fino alle palle.
Cominciò a scoparla da dietro con spinte vigorose, grezze, il suono delle carni bagnate che sbattevano l’una contro l’altra mescolato al gorgoglio continuo. Bianca spingeva indietro incontro a lui, i seni che pendevano, i capezzoli ancora umidi della sua saliva che sfioravano la superficie dell’acqua. «Così… spaccami… non fermarti…»
Trent alternava. Qualche colpo duro, profondo, che le faceva vedere stelle, poi rallentava, quasi si fermava, e una mano le scivolava davanti tra le cosce. Le dita trovarono il clitoride gonfio, lo strofinarono con lenti cerchi pressanti, esatti, mentre il cazzo restava sepolto e pulsava. Bianca gemette lungo, rotto, la fronte contro il braccio. «No… non così lento… mi fai impazzire…»
«Proprio per questo», borbottò lui, e riprese le spinte vigorose. Martellava, le palle che battevano contro di lei, l’acqua che schizzava sui suoi pettorali e sul culo di Bianca. Poi di nuovo lento: il cazzo che entrava e usciva millimetro per millimetro mentre le dita le accarezzavano il clitoride con una delicatezza crudele, quasi tenera. Lei tremava tutta, le cosce che si contraevano, la figa che lo stringeva a ondate. I pensieri le si confondevano: la madre che tornava alle nove, il divieto, il fatto che stava venendo sul cazzo di quell’uomo maturo che dormiva nello stesso letto di lei. Tutto la eccitava di più.
«Dimmi che sei mia stasera», ordinò Trent, accelerando di nuovo. Le spinte divennero potenti, costanti, il ritmo di un uomo che sa esattamente dove spingere per farla cedere. «Dimmi che questa figa è mia finché non esci da qui.»
«È tua… cazzo, Trent, è tua… scopami, riempimi, fammi venire…» Bianca spingeva indietro con disperazione, il culo che sbatteva contro di lui. Lui le strofinò di nuovo il clitoride, più forte stavolta, i cerchi più stretti, mentre la martellava con colpi che le facevano perdere il fiato. Il nodo basso ventre esplose. L’orgasmo la colpì violento, a ondate che le contrassero la figa intorno al cazzo di lui in spasmi stretti, ritmici. Gridò il suo nome, la voce spezzata, le gambe che le fallirono mentre il piacere le attraversava la schiena, i seni, fino alle dita dei piedi. Veniva forte, bagnando ancora di più il cazzo che la fottava, l’acqua intorno a loro che sembrava bollire di più.
Trent non si fermò. Sentì le contrazioni di lei e perse il controllo. Spinse fino in fondo una, due, tre volte, e venne con un brontolio gutturale, il cazzo che pulsava scaricando getti caldi e spessi dentro di lei. L’orgasmo fu simultaneo, violento, i loro corpi che si stringevano e si scuotevano insieme nell’acqua. Lui le tenne i fianchi feroci mentre sparava tutto, riempiendola, sentendo il proprio sborro mescolarsi ai suoi succhi. Bianca ansimava ancora, la figa che lo mungeva fino all’ultima goccia, le ginocchia deboli contro il gradino.
Rimasero così un lungo momento, lui sepolto in lei, il respiro pesante contro la sua schiena bagnata. L’acqua continuava a gorgogliare, indifferente. Trent le baciò la spalla, lento, poi le morse piano la nuca. «Cazzo, Bianca… sei venuta così forte che ti ho sentita stringermi fino a farmi male.»
Lei rise debole, ancora tremante, e spinse indietro i fianchi, tenendolo dentro. «Non ho finito. E tu nemmeno.» Sentiva lo sborro di lui scivolarle già lungo le cosce interne, caldo, denso, mescolato all’acqua. Si staccò piano, il cazzo di Trent che uscì con un suono umido, e si girò verso di lui. Gli occhi di lei erano lucidi, affamati ancora. «Hai detto che volevi la mia bocca. E la panca lì fuori. Ancora non mi hai montato finché non cammino storta.»
Trent la guardò, il cazzo ancora mezzo duro, lucido di lei e di sé, che già cominciava a rialzarsi al solo sentirla parlare così. Le passò un pollice sulle labbra gonfie, poi glielo infilò in bocca. Lei lo succhiò pulito senza esitazione. «Tua madre ha ancora ore», mormorò lui. «E io ho ancora voglia di vederti in ginocchio qui dentro, con le labbra intorno al mio cazzo, prima di portarti fuori e scoparti di nuovo sulla panca finché non gridi. Poi forse ti lascio riposare cinque minuti. Forse.»
Bianca scese più in basso nell’acqua, le ginocchia sul fondo della vasca, e gli si mise di fronte. L’acqua le copriva i seni. Afferrò il cazzo ancora caldo e pesante, lo accarezzò, sentendo il proprio sborro e il suo mescolati. Alzò lo sguardo, un sorriso sporco sulle labbra. «Allora smettila di parlare e dammelo in gola. Voglio assaggiarti mentre sei ancora duro di me.»
Trent le afferrò i capelli castani bagnati, non duro, ma abbastanza da guidarla. Il sole era quasi scomparso, il vapore più denso. Nessuno dei due pensava di uscire presto. La notte era davanti, e il calore proibito non aveva ancora finito di bruciare.
L’acqua calda le arrivava al petto mentre Bianca si inginocchiava sul fondo della vasca, le ginocchia che premevano contro le mattonelle lisce. Afferrò il cazzo di Trent ancora lucido del loro sborro mescolato, lo sentì pulsare pesante nel palmo. Era grosso, venato, la pelle calda e tesa. Alzò lo sguardo e lo trovò che la guardava dall’alto, gli occhi neri, le narici dilatate. Lui le strinse i capelli castani bagnati alla radice, non abbastanza da far male, abbastanza da guidarla.
«Apri», borbottò.
Lei obbedì. La lingua le uscì prima, leccò la testa gonfia, assaggiò il sapore salato di lei e di lui. Poi le labbra si chiusero intorno, scesero lente, millimetro dopo millimetro, finché non lo ebbe in gola. L’acqua gorgogliava intorno al suo collo, le bolle le sfioravano i seni. Trent emise un suono basso, gutturale, e spinse i fianchi in avanti appena. Bianca lo prese più a fondo, la gola che si allargava, le lacrime che le pungerono gli angoli degli occhi. Succhiava con fame, le guance cave, la lingua che premeva contro la vena sotto. Una mano le salì a stringergli le palle, le massaggiò morbide e pesanti mentre l’altra si aggrappava alla sua coscia.
«Cazzo, sì… così…» La voce di lui era spezzata. Le dita nei suoi capelli la tenevano ferma mentre lui muoveva i fianchi a ritmi corti, fotterle la bocca senza pietà. Bianca gemette intorno al cazzo, il suono vibrò su di lui. Sentiva la figa pulsarle ancora, lo sborro di prima che le scivolava lungo le cosce interne mescolato all’acqua. Ogni spinta le faceva scendere saliva e precome dal mento. Non si tirò indietro. Voleva assaggiarlo tutto, voleva che la usasse.
Trent la tirò su di scatto prima di venire. Il cazzo uscì con un suono umido, lucido di saliva. Bianca ansimava, le labbra rosse e gonfie, un filo di bava che le colava sul seno. Lui la sollevò come se non pesasse nulla, l’acqua che schizzava ovunque, e la fece sedere sul bordo della vasca. Poi uscì, il corpo gocciolante, i muscoli delle braccia e del petto che brillavano al crepuscolo. La prese in braccio e la portò fino alla panca di legno sul patio, quella larga e coperta solo dal pergolato di glicine.
La adagiò sulla schiena. Il legno era ancora caldo di sole. Bianca aprì le gambe senza che glielo chiedesse, la figa esposta, gonfia, rosa, lucida. Trent si mise in ginocchio tra le sue cosce, le afferrò le caviglie e le piegò indietro, quasi fino alle spalle. La guardò un secondo, il cazzo dritto e duro che pendeva pesante, poi spinse dentro con un colpo solo.
«Ahhh—!» Bianca gridò, la schiena che si inarcò. Lui la riempiva da parte a parte, più a fondo di prima, l’angolo che le strofinava quel punto caldo e sensibile dentro. Cominciò a scoparla duro, grezzo, le palle che battevano contro il suo culo a ogni spinta. Il legno scricchiolava sotto di loro. Lei affondò le unghie nelle sue spalle, graffiandolo, e spinse i fianchi incontro a ogni colpo.
«Più forte… cazzo, Trent, spaccami…» La voce le uscì rotta. Lui obbedì. Le mani le strinsero le cosce, le tenne aperte e piegate mentre martellava. L’acqua che ancora gocciolava dai loro corpi rendeva tutto scivoloso; il suono delle carni che sbattevano era obscene, umido, ritmo da animale. Bianca sentiva ogni vena, ogni centimetro che entrava e usciva. L’orgasmo precedente l’aveva lasciata ipersensibile; ora il piacere saliva di nuovo, più scuro, più pesante, un nodo che le stringeva il basso ventre a ogni spinta.
Trent si chinò, le prese un seno in bocca, lo succhiò forte mentre la fotteva. I denti graffiarono il capezzolo. Lei gemette lungo, le gambe che tremavano nelle sue mani. «Dimmi di nuovo che sei mia», ringhiò contro la pelle bagnata.
«Sono tua… tutta… scopami, riempimi di nuovo…» Bianca chiuse gli occhi, vide dietro le palpebre la madre che tornava alle nove, il letto matrimoniale al piano di sopra, il divieto che rendeva ogni colpo più sporco e più buono. Trent accelerò. Le spinte divennero brevi, violente, il pube che le strofinava il clitoride a ogni botta. Lei venne di nuovo con un grido soffocato, la figa che lo stringeva a ondate, i muscoli che lo mungevano. Il piacere le attraversò la schiena come una scarica, le fece contrarre le dita dei piedi, le strappò lacrime di puro excesso.
Lui non si fermò. La girò di scatto, la mise a pancia in giù sulla panca, le sollevò il culo e la penetrò di nuovo da dietro. Le mani grandi le afferrarono i fianchi, le dita che affondavano abbastanza da lasciare lividi. Scopava più a fondo, più lento stavolta, quasi a assaporare come lei lo stringeva ancora dopo l’orgasmo. Bianca spingeva indietro, il volto premuto contro il legno caldo, gemiti che le uscivano a ogni spinta.
«Ancora… non smettere…» ansimò.
Trent le diede tutto. Le spinte ripresero forza, grezze, finché non sentì le palle stringersi. Si seppellì fino in fondo e venne con un brontolio basso, il cazzo che pulsava scaricando getti caldi e spessi dentro di lei. Bianca lo sentì riempirla di nuovo, caldo, denso, che le colava già lungo le cosce mentre lui continuava a spingere a scatti, svuotandosi. Rimasero così, ansimanti, lui sepolto in lei, il sudore e l’acqua che gocciolavano dai loro corpi sul legno.
Quando finalmente si staccò, il cazzo uscì con un suono umido. Lo sborro le scese denso. Trent la raccolse di nuovo in braccio, senza una parola, e la riportò nella vasca. L’acqua calda li avvolse. Si sedette sul gradino interno e la tirò contro di sé, schiena al petto, le braccia che le cingevano la vita. Bianca affondò la testa contro la sua spalla, ancora tremante, le gambe molli, la figa che pulsava dolce e piena.
Il gorgoglio dei getti era l’unico suono per lunghi secondi. Il sole era sparito del tutto; restava solo il vapore e le luci calde del patio. Trent le baciò la nuca, lento, le labbra che restavano contro la pelle calda e umida. Le mani le accarezzavano i fianchi sotto l’acqua, tenere adesso, possessive.
«Questo è solo l’inizio», le sussurrò all’orecchio, la voce roca di chi ha appena scopato e non ha ancora finito di volere. «La nostra cosa segreta. Ogni volta che tua madre non c’è. Ogni volta che tu torni a casa. Ti prenderò qui, in camera, sul tavolo della cucina se serve. Ma nessuno saprà. Solo noi. Capito, Bianca?»
Lei sorrise, soddisfatta, ancora ansimante. Si girò abbastanza da potergli guardare la faccia, gli occhi lucidi di piacere spento e di qualcosa di più caldo. Gli mordicchiò il labbro inferiore, leggera, poi più forte, abbastanza da farlo gemere basso. «Lo so», sussurrò contro la sua bocca. «Tornerò in questa vasca ogni sera finché resto a casa. Ogni cazzo di sera. Ti voglio ancora duro e pieno di me. Voglio che mi fotti finché non cammino dritta e poi di nuovo. Questa è la nostra estate proibita.»
Trent le strinse di più le braccia, il petto largo che le premeva la schiena. La baciò profondo, lento, la lingua che entrava e la assaggiava senza fretta, come a suggellare. Bianca rispose con la stessa fame esausta, le mani che gli salivano ai capelli grigio-castani ancora bagnati. L’acqua bolliva intorno ai loro corpi intrecciati. Il calore proibito non si spegneva; bruciava basso, sicuro, e sapevano entrambi che la notte — e le notti a venire — sarebbero state solo l’inizio.
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