Vendemmia con il Nero

Bianca seduce il vendemmiatore nero tra i vigneti.

23 min read August 18, 2026New

Nel cuore della vendemmia autunnale toscana i filari di sangiovese si stendevano come file di soldati sotto un cielo di un azzurro tagliente. Bianca, ventidue anni, capelli corvini raccolti in una coda scarmigliata e pelle abbronzata dal sole di settembre, avanzava tra i grappoli con le forbici in mano. Il mosto le macchiava già le dita e le braccia nude, un viola scuro e appiccicoso che le scorreva fino ai gomiti. Accanto a lei lavorava Darius, ventotto anni, senegalese imponente, pelle nerissima lucida di sudore, spalle larghe che tendevano la maglietta scura e cosce potenti strette nei pantaloni da lavoro. Ogni volta che si chinava per tagliare un grappolo, i muscoli della schiena si muovevano sotto il tessuto e Bianca sentiva lo sguardo scivolare là, poi più in basso, verso il sedere sodo che si disegnava quando lui si piegava.

Si sfioravano di continuo. Una mano sporca di acini schiacciati che “per sbaglio” sfiorava l’anca dell’altro, un gomito che urtava un fianco, un sorriso storto che diceva più di qualsiasi parola. «Attenta a non schiacciarli troppo, contadina», mormorò lui con voce grave e accento caldo, gli occhi neri fissi sui suoi. «Il mosto buono esce piano… con pazienza.» Bianca alzò un sopracciglio, le labbra già umide. «E tu saresti paziente, Darius? Sempre?» Lui rise basso, un suono che le vibrò tra le gambe. «Dipende da cosa devo pigiare.» Le dita di lei, infiammate di mosto, sfiorarono il dorso della sua mano mentre prendevano lo stesso grappolo. Il contatto durò un secondo di troppo. Entrambi lo seppero. Il desiderio era lì, grezzo, tra l’odore dolciastro dell’uva e il calore che saliva dalla terra. Bianca sentiva i capezzoli indurirsi sotto la canottiera leggera; Darius, quando si rialzava, doveva aggiustarsi i pantaloni con un gesto rapido e poco convinto.

A metà mattina il sole picchiava troppo. Si rifugiarono all’ombra di un olivo contorto, lontano abbastanza dai altri braccianti. Darius le porse la borraccia. Bianca bevve a lunghi sorsi, l’acqua che le colava sul mento e scendeva nel solco tra le tette sudate. Lui non distolse lo sguardo. «Guardati», disse senza giri di parole, la voce roca. «Tutta lucida di sudore, le tette che spingono, le cosce sporche di mosto… sei fatta per essere presa qui, tra i filari.» Bianca arrossì fino alle orecchie, ma non abbassò gli occhi. Restituì la borraccia e posò il palmo aperto sul suo petto possente, sentendo il cuore battere forte sotto la maglietta bagnata. Le dita scivolarono sulle pettorali dure, poi più in basso, sull’addome a tavolette. «E tu», sussurrò, «sei un muro di carne nera. Voglio sapere se sei duro anche qui sotto.» Le sue dita scesero e premettero contro il pacco gonfio dei pantaloni. Il cazzo di Darius era già mezzo eretto, spesso, lungo, che spingeva contro la tela. Lui emise un suono gutturale e le afferrò i polsi, tirandola contro di sé. Il bacio fu fame pura: lingue che si cercavano, denti che graffiavano labbra, saliva e sapore di uva. Bianca gli strinse il cazzo attraverso la stoffa, lo massaggiò con la mano intera mentre lui le palpavano le tette a piene mani, schiacciando i capezzoli duri, sollevando la canottiera per sentirle nuda la pelle calda. «Voglio scoparti adesso», ringhiò lui contro la sua bocca. «Allora fallo», rispose lei, già con le ginocchia molli. «Nessuno ci vede da qui.»

Si inginocchiò tra l’erba secca e i grappoli caduti. Con mani frettolose gli sbottonò i pantaloni e liberò il cazzo nero, grosso, venato, la testa lucida già umida di liquido pre-eiaculatorio. L’odore muschiato le salì al naso e le fece venire l’acquolina. Lo prese in mano, lo pesò, poi lo spinse in bocca tutto d’un fiato, le labbra che si stiravano attorno alla circonferenza spessa. Darius le afferrò i capelli corvini e le tenne la testa mentre lei succhiava con avidità, la lingua che girava sotto il glande, la gola che si apriva per ingoiarlo più a fondo. Saliò, sbavò, fece rumori osceni e umidi. Ogni volta che lui spingeva un po’ più in là, lei gemette intorno al cazzo e strinse le cosce, la figa già zuppa che le bagnava le mutandine. «Così, Bianca… leccalo tutto. Mangiatelo», borbottò lui, i fianchi che dondolavano piano. «La tua bocchina bianca sul mio cazzo nero… cazzo, che vista.»

Quando fu abbastanza duro da far male, la sollevò di peso, la girò e la piegò contro il tronco dell’olivo. Le abbassò i pantaloncini e le mutandine in un solo strappo, esponendo il culo sodo e la figa rosa, lucida, le labbra gonfie. Si accostò e le spalmò il glande tra le fessure bagnate, poi spinse dentro con un colpo solo, fino in fondo. Bianca urlo soffocato, le unghie che si conficcarono nella corteccia. Il cazzo di Darius la riempiva in modo brutale, spesso, che le stendeva le pareti. Cominciò a scoparla da dietro con colpi lunghi e pesanti, le palle che sbattevano contro il clitoride a ogni spinta, le mani grandi che le stringevano i fianchi abbastanza da lasciare segni. «Più forte», ansimò lei. «Spaccami, Darius… usami.» Lui accelerò, il suono umido della figa che lo succhiava a ogni entrata e uscita. Sudore che gocciolava dalla sua pelle nera sulla schiena chiara di lei, mosto che si mescolava al liquido che le colava lungo le cosce.

Poi la girò di scatto, la sollevò quasi, le alzò una gamba e l’affondò di nuovo dentro mentre erano faccia a faccia, in piedi. Bianca si aggrappò alle sue spalle larghe e gli graffiò la schiena con le unghie, lasciando strisce rosse sulla pelle scura. Lui la fotteva verso l’alto, il cazzo che le sfregava il punto giusto a ogni botta, le tette che sbattevano contro il suo petto. Lei urlava senza più trattenersi, parole sporche e gemiti rochi, gli occhi socchiusi dal piacere. «Vengo… sto venendo sul tuo cazzo nero», singhiozzò. L’orgasmo la scosse a ondate: la figa che si contraeva a spasmi intorno a lui, i fluidi che schizzavano. Darius non si fermò. Continuò a martellarla finché il suo stesso piacere esplose: con un ringhio animale le sparò dentro getti spessi e caldi, schizzi potenti che le riempirono la figa fino a farli colare fuori mentre ancora spingeva. Restarono così, uniti, ansimanti, sudati, il cuore che batteva all’unisono contro le costole.

Quando il respiro si calmò un poco, si staccarono con riluttanza. Bianca sentì il seme caldo scenderle lungo la coscia interna mentre risaliva i pantaloncini e li abbottonava alla meno peggio. Darius si sistemò il cazzo ancora lucido nei pantaloni e le lanciò un sorriso largo, complici entrambi, gli occhi ancora scuri di lussuria. «Non basta», mormorò Bianca, la voce rauca, accostandosi di nuovo abbastanza da fargli sentire il fiato sul collo. «Stasera i filari saranno vuoti. Voglio che me lo rifai più volte… e voglio assaggiarti di nuovo finché non riesco più a camminare dritta.» Lui le strinse un gluteo con possesso, il pollice che premeva sul tessuto ancora umido. «Allora non allontanarti troppo, contadina. Ho ancora un sacco di mosto da farti pigiare.» Dal sentiero arrivò la voce lontana di un altro bracciante che chiamava per il carico. Bianca gli sfiorò l’inguine una volta ancora, promesa muta, poi si rimise le forbici in mano con le gambe ancora tremanti e il seme di lui che le scaldava la figa. Il lavoro li aspettava, ma la tensione non era affatto sciolta: bruciava sotto la pelle, pronta a scoppiare di nuovo appena il sole fosse sceso abbastanza.

Il sole non dava tregua e il lavoro riprese con un ritmo spezzato, le forbici che si aprivano e chiudevano mentre le braccia di Bianca ancora tremavano. Ogni passo le ricordava il seme di Darius che le scivolava lento tra le cosce, caldo e denso, impregnando il tessuto già umido delle mutandine. Lo sentiva muoversi dentro di lei a ogni movimento delle anche, un promemoria grezzo e appiccicoso che le teneva la figa gonfia e sensibile. Guardava Darius curvarsi due filari più in là, la schiena nera lucida di sudore che si gonfiava e si contraeva, e le veniva l’acquolina ricordando come quel cazzo l’avesse stesa contro l’olivo. Voleva di più. Subito. Non stasera. Adesso.

Si avvicinò con la cassetta piena di grappoli, facendosi strada tra le foglie. Quando gli fu accanto gli passò dietro, troppo vicino, e premette il bacino contro il suo sedere sodo mentre fingeva di controllare un tralcio. «Ancora gocciolo di te», sussurrò contro la sua scapola, la voce bassa e roca. «Mi cola lungo la coscia. Ogni volta che mi chino sento il tuo cazzo che mi ha riempita.»

Darius si raddrizzò di scatto. La mano enorme le afferrò il polso e la trascinò più in profondità tra i filari, dove i pampini formavano una tenda verde e viola. La spinse contro un palo di sostegno, il corpo nero che la schiacciava, l’erezione già di nuovo dura che le premeva contro il ventre. «Sei una troia impaziente», borbottò contro la sua bocca, mordendole il labbro inferiore. «Ti ho appena sborrato dentro e già ti bagni di nuovo.» Le infilò due dita sotto i pantaloncini senza preamboli, trovando la figa ancora zuppa di liquido misto, caldo e scivoloso. Le dita sprofondarono facilmente, tre digiti spessi che la stiravano mentre il pollice le strofinava il clitoride gonfio. Bianca morsicò la maglietta di lui per non gemere troppo forte. Il mosto le colava dalle mani sui suoi pettorali, strisce violacee sulla pelle nerissima.

«Scopami di nuovo qui», ansimò lei, muovendo i fianchi contro le sue dita. «Voglio che mi usi finché non riesco più a stare in piedi. Voglio il tuo cazzo nero che mi spappola la figa mentre qualcuno potrebbe passarci vicino.»

Lui le sfilò i pantaloncini fino a metà coscia, abbastanza da aprire le gambe, e si liberò il membro grosso e scuro che pulsava contro il suo stomaco. La sollevò di peso, le fece avvolgere le gambe intorno ai fianchi e la infilzò dritta, in piedi, con un colpo secco che le fece vedere stelle. Bianca soffocò un urlo contro la sua spalla. Il cazzo la riempiva ancora di più di prima, gonfio e pesante, che le spingeva contro la cervice a ogni spinta verso l’alto. Darius la fotteva con forza brutale, le mani sotto il culo che la sollevavano e la facevano ricadere sul suo membro come se fosse un giocattolo. Il suono era osceno: carne bagnata che schioccava, palle pesanti che sbattevano contro di lei, respiro affannoso e gemiti strozzati.

«Guarda come ti prendi tutto», ringhiò lui, gli occhi neri fissi sui suoi. «La tua figa bianca spalancata sul mio cazzo. Ti piace sentirlo così in fondo, vero? Ti piace che ti riempia di nero.»

«Sì… cazzo sì… più forte… spaccami», singhiozzò Bianca, le unghie conficcate nella sua schiena sudata. Ogni botta le faceva rimbalzare le tette, i capezzoli duri che sfregavano contro la maglietta ruvida di lui. Sentiva il seme di prima mescolarsi al nuovo umore che le colava lungo le cosce, gocce spesse che cadevano sull’erba secca. L’odore di sesso e uva schiacciata le riempiva le narici. Quando lui accelerò, martellandola con colpi corti e profondi, l’orgasmo la colse di sorpresa: la figa che si strinse a spasmi violenti intorno allo spessore nero, fluidi che schizzarono sul basso ventre di Darius mentre lei tremava e digrignava i denti contro la sua clavicola.

Non si fermò. La tenne issata e continuò a scoparla attraverso le scosse, finché le ginocchia di lei non cedettero del tutto. Solo allora la fece scendere, la girò e la piegò in avanti, le mani di lei aggrappate al palo. Entrò di nuovo da dietro con un’unica spinta lunga, fino alle palle, e ricominciò a batterla con ritmo pesante. Bianca spingeva indietro il culo, offrendosi, chiedendo di più con gemiti rochi. «Sborrami di nuovo dentro… riempimi… voglio camminare con il tuo sperma che mi cola per tutto il pomeriggio.»

Darius le afferrò i capelli corvini e la tirò indietro, arcandole la schiena mentre la sfondava. «Lo farò. Ti riempirò finché non potrai più tenerlo. Poi stasera te lo rimetto in gola e ti faccio leccare la figa piena del mio cazzo.» Le parole le mandarono un brivido diretto al clitoride. Lui diede ancora cinque, sei botte profonde e poi esplose con un ringhio basso, getti caldi e spessi che le invasero di nuovo l’interno, così tanti che ne uscì subito un filo bianco e cremoso lungo la coscia interna mentre ancora pulsava dentro di lei.

Restarono uniti per lunghi secondi, ansimanti, il sudore che gocciolava dalla pelle nera di lui sulla schiena chiara di Bianca. Quando si staccò, un grosso schizzo di sperma le scivolò fuori e le macchiò i pantaloncini. Lei se li risistemò alla meglio, sentendo il carico caldo muoversi a ogni passo. Darius le asciugò le dita sporche di mosto e sesso sulla maglietta e le diede un morso leggero sulla spalla nuda. «Torna a lavorare. Ma non pulirti. Voglio sapere che mi porti dentro mentre tagli l’uva.»

Il pomeriggio fu un tormento lento. Ogni volta che si chinava per un grappolo, il seme di Darius le colava più in basso, bagnandole ulteriormente. Si sfioravano di continuo: la mano di lui che le passava sul culo “per sbaglio” mentre consegnava una cassetta, le dita di lei che gli stringevano l’avambraccio e scendevano a sfiorargli l’inguine gonfio quando nessuno guardava. A un certo punto, dietro un trattore fermo, Bianca si inginocchiò di scatto, gli aprì i pantaloni e gli succhiò il cazzo ancora umido del loro sesso misto. La lingua le girava intorno al glande, leccando via il sapore salato e dolciastro del mosto e dello sperma. Lui le tenne la testa e le spinse in gola due volte profonde prima di rialzarla, gli occhi scuri di promessa. «Stasera ti faccio ingoiare tutto. Fino all’ultima goccia.»

Quando il sole cominciò a calare, tingendo i filari di arancio e viola, gli altri braccianti caricarono l’ultimo cassone e si avviarono verso le case. Bianca restò indietro a “controllare” un angolo remoto del vigneto. Il cuore le batteva forte. Darius apparve tra i filari come un’ombra nera e imponente, già senza maglietta, i pantaloni sbottonati, il cazzo mezzo duro che dondolava pesante. La afferrò per i fianchi e la trascinò più in basso, dove le viti erano più fitte e la terra ancora calda.

«A terra», ordinò con voce roca. «Sdraiati. Voglio vederti aprire le gambe e mostrarmi come ti ho lasciata.»

Bianca obbedì, il respiro corto. Si stese sull’erba secca e sui grappoli caduti, si sfilò i pantaloncini e le mutandine impregnate, e divaricò le cosce. La figa era un disastro bellissimo: labbra gonfie e arrossate, lucide di sperma e umore, fili bianchi che le scendevano verso il buco del culo. Darius si inginocchiò tra le sue gambe e la guardò a lungo, poi chinò la testa e le leccò con la lingua larga e calda, raccogliendo il proprio seme mescolato al sapore di lei. Bianca inarcò la schiena e gemette ad alta voce, finalmente libera di non trattenersi. «Cazzo… sì… leccami tutta… mangia il tuo sperma dalla mia figa.»

Lui la leccò con avidità grezza, la lingua che le entrava dentro e le strofinava il clitoride, due dita che la scopavano mentre succhiava. Quando fu di nuovo zuppa e tremante, si alzò, le aprì di più le cosce e le conficcò il cazzo fino in fondo con un colpo solo. La scopò a terra, pesante, le ginocchia che spingevano nella terra, il corpo nero che la copriva e la schiacciava. Ogni spinta faceva schioccare la figa bagnata e faceva uscire altro sperma vecchio intorno allo stelo scuro. Bianca gli graffiava il petto, le spalle, gli urlava di andare più forte, di usarla, di riempirla di nuovo.

Darius la girò a pecorina senza uscire, le afferrò i fianchi e la martellò da dietro con colpi lunghi e profondi che le facevano rimbalzare il culo. «Stasera non hai finito», ansimò lui. «Ti scopo finché il sole non è sparito del tutto. Poi ti porto dietro la cantina e ti faccio cavalcare questo cazzo finché non mi chiedi pietà. Voglio vederti camminare domani con le gambe aperte e la figa che cola ancora.»

Bianca spingeva indietro, prendeva tutto, già vicina a un altro orgasmo che le bruciava nel basso ventre. Il cielo sopra di loro diventava indaco, le lucciole cominciavano a danzare tra i filari, e il cazzo nero di Darius continuava a sfondarla senza pietà, preparando il terreno per ore ancora più sporche e infinite che li aspettavano nella notte della vendemmia.

Il cielo era ormai indaco scuro e le lucciole danzavano basse tra i pampini quando l’orgasmo di Bianca esplose di nuovo. La figa le si strinse a spasmi violenti intorno al cazzo nero di Darius, succhiandolo, spremendolo, mentre lei spingeva indietro il culo e urlava contro l’erba secca. «Vengo… cazzo, mi stai spaccando… continua, non fermarti!» I fluidi le schizzarono lungo le cosce, mescolandosi allo sperma vecchio che già le colava fuori a ogni botta. Darius non rallentò. Le tenne i fianchi con le mani enormi, le dita conficcate nella carne morbida, e la martellò con colpi lunghi e pesanti che le facevano rimbalzare le tette contro il terreno. Il suono era osceno, umido, carnale: schiocchi di pelle sudata, palle che sbattevano contro il clitoride gonfio, respiro affannoso e gemiti rochi.

«Guarda come ti apri per me», ringhiò lui, piegandosi in avanti per morderle la spalla nuda. Il sapore di sale e mosto gli riempì la bocca. «La tua figa bianca che ingoia tutto il mio cazzo… sei una troia fatta apposta per questo. Continua a venire. Voglio sentirti spremermi.» Bianca obbedì senza volerlo. Un altro spasmo la scosse, più forte, e lei digrignò i denti mentre le ginocchia le scivolavano sull’erba. Il cazzo di Darius la riempiva fino in fondo, premeva contro la cervice, la stirava in modo brutale e delizioso. Ogni spinta le faceva uscire altro liquido cremoso che gli scorreva sullo stelo scuro e gli gocciolava sulle palle.

Quando le gambe di lei tremarono troppo, lui uscì di colpo. Un filo grosso di sperma e umore le cadde sulla coscia interna. Bianca gemette per la perdita improvvisa, ma Darius la girò di scatto sulla schiena, le divaricò le cosce fin quasi a farle male e le conficcò di nuovo il membro fino alle palle con un’unica spinta secca. La scopò pesante, il corpo nero che la schiacciava, il petto sudato che le strofinava i capezzoli duri. Bianca gli graffiò la schiena, lasciando strisce rosse lucide, e gli avvolse le gambe intorno ai fianchi per prenderlo ancora più a fondo. «Più forte… usami come vuoi… voglio sentire le tue palle sbattermi il culo.»

Darius accelerò. Gli occhi neri fissi nei suoi, le labbra arricciate in un ghigno affamato. «Stasera ti rovino. Ti riempio la figa, la bocca, e poi ti porto dietro la cantina e ti faccio cavalcare finché non piangi dal piacere.» Le parole le mandarono un brivido dritto al clitoride. Lui le infilò due dita in bocca, le fece succhiare, poi le portò in basso e le strofinò il clo con pressione grezza mentre martellava. Bianca venne di nuovo, urlando a gola spiegata, la figa che pulsava e schizzava intorno allo spessore nero. Darius la seguì quasi subito: un ringhio animale, i fianchi che si contrassero, e getti caldi e spessi le invasero l’interno per la terza volta. Ne uscì subito, colando bianco e denso sull’erba mentre lui continuava a spingere piano, svuotandosi fino all’ultima goccia.

Restarono uniti, ansimanti, il sudore che gocciolava dalla pelle nerissima di lui sulla pancia chiara di Bianca. Il cazzo ancora duro dentro di lei, che pulsava. Lei muoveva i fianchi in cerchi lenti, non volendo perderlo. «Non basta», sussurrò rauca, gli occhi lucidi di lussuria. «Voglio assaggiarti. Voglio leccare il mio sapore dal tuo cazzo e poi voglio che me lo rimetti in gola.»

Darius sorrise, basso e scuro. Si ritrasse lentamente, osservando il disastro che aveva lasciato tra le labbra gonfie e arrossate di lei: figa spalancata, fili bianchi che scendevano verso il buco del culo, cosce lucide. Si alzò in ginocchio, il membro grosso e scuro ancora eretto, lucido di tutto quello che avevano mescolato. «Allora inginocchiati, contadina. Apri quella bocca.»

Bianca si sollevò tremante e si mise in ginocchio sull’erba. Afferrò il cazzo con entrambe le mani, lo pesò, lo annusò. L’odore di sesso, sperma e uva le fece venire l’acquolina. Lo leccò dalla base alla punta con la lingua larga, raccogliendo il sapore salato e dolciastro, poi lo spinse in bocca tutto d’un fiato. Le labbra si stirarono attorno alla circonferenza spessa. Darius le afferrò i capelli corvini e le tenne la testa mentre lei succhiava con avidità grezza, la gola che si apriva, la saliva che colava sul mento e sul petto. Faceva rumori osceni, umidi, gorgoglianti. Ogni volta che lui spingeva più a fondo, lei gemette intorno al cazzo e strinse le cosce, la figa che già ricominciava a bagnarsi.

«Così… mangiatelo tutto», borbottò lui, i fianchi che dondolavano. «Lecca via il tuo sapore. Puliscilo prima che te lo rimetta dentro.» Bianca obbedì. Succhiò, leccò sotto il glande, prese le palle in bocca una alla volta, le succhiò pesanti e calde. Quando il cazzo fu di nuovo lucido solo della sua saliva e duro da far male, Darius la sollevò di peso come se non pesasse nulla. La portò più in profondità tra i filari, dove le viti formavano una tenda fitta e l’ombra era quasi totale. La spinse contro un grosso palo di legno, le alzò una gamba alta e la infilzò di nuovo in piedi, faccia a faccia.

Il cazzo sprofondò fino in fondo con un suono bagnato. Bianca urlò contro la sua bocca, le unghie conficcate nelle spalle larghe. Lui la scopò verso l’alto con forza brutale, le mani sotto il culo che la sollevavano e la facevano ricadere. Le tette sbattevano contro il suo petto nero sudato. «Senti come ti riempio», ringhiò. «La tua figa che mi succhia… sei zuppa di me e ancora ne vuoi. Dillo.»

«Sì… voglio il tuo cazzo nero che mi spappola… riempimi di nuovo… sborrami dentro finché non riesco più a camminare», ansimò lei, già vicina. Ogni botta le sfregava il clitoride, le premeva il punto giusto. Il sudore gocciolava, il mosto secco sulle loro braccia si rimescolava ai nuovi fluidi. Quando venne, le gambe le cedettero del tutto; Darius la tenne issata e continuò a fotterla attraverso le scosse, finché non esplose lui stesso con un gemito gutturale, sparandole dentro altri getti caldi e spessi che le uscirono subito intorno allo stelo.

Non le diede tregua. La fece scendere, la girò e la piegò in avanti, le mani di lei aggrappate al palo. Entrò da dietro di nuovo, fino alle palle, e ricominciò a batterla con ritmo pesante e lento, profondo. Bianca spingeva indietro, offrendo il culo, chiedendo di più. «Più forte… spaccami il culo con le palle… voglio sentirlo domani.»

Darius le afferrò i capelli e la tirò indietro, arcandole la schiena. Una mano le scese tra le gambe e le strofinò il clo gonfio mentre la sfondava. «Stasera ti porto dietro la cantina. Ti faccio salire sul tavolo di legno e ti scopo finché non mi supplichi di fermarmi. Poi ti faccio leccare la figa piena e ti rimetto il cazzo in gola. Voglio vederti camminare domani con le gambe aperte e il mio sperma che ti cola ancora lungo le cosce mentre tagli l’uva.»

Bianca gemette alto, già di nuovo sull’orlo. Il cielo era nero, le stelle accecanti, e il cazzo di Darius continuava a entrare e uscire senza pietà, preparando ore ancora più sporche. Il desiderio bruciava sotto la pelle di entrambi, grezzo e infinito, pronto a esplodere di nuovo appena avessero raggiunto l’ombra della cantina.

Il cielo era ormai pece e le lucciole si erano spente quando Darius la sollevò di peso ancora una volta. Bianca aveva le gambe molli, la figa che pulsava e colava, ma lui non le diede respiro. La caricò a spalla come un sacco d’uva e la portò tra i filari fin dietro la cantina di pietra, dove l’odore di mosto fermentato e legno vecchio si mescolava all’aria fresca della notte. La scaricò sul tavolo di rovere largo e grezzo, quello dove di giorno pigiavano i grappoli. La superficie era ancora appiccicosa di residui violacei.

«Spoglati tutta», ordinò lui, già sfilandosi i pantaloni. «Voglio vederti nuda e aperta qui. Adesso.»

Bianca obbedì con le dita tremanti. Si tolse la canottiera sudata, le tette che saltarono fuori pesanti e segnate dai morsi, i capezzoli scuri e duri. Poi i pantaloncini e le mutandine impregnate che le scivolarono lungo le cosce lucide di sperma. Restò nuda sul tavolo, le ginocchia piegate, le cosce spalancate. La figa era un disastro gonfio: labbra arrossate, fili bianchi che le scendevano fino al buco del culo, clitoride sporgente e sensibile. Darius si mise tra le sue gambe, il cazzo nero ancora duro e lucido che dondolava pesante, e le spalmò il glande su quella fessura rovinata.

«Guarda che casino ti ho fatto», borbottò, spingendo solo la testa dentro e uscendo di nuovo. «Zuppa del mio cazzo e ancora tremante. Stasera ti rovino per davvero.»

La infilzò tutta d’un colpo. Bianca urlò, la schiena che si inarcò sul legno duro, le unghie che graffiarono il bordo del tavolo. Il membro la stirava di nuovo fino in fondo, premeva la cervice, la riempiva in modo brutale. Lui cominciò a scoparla con colpi lunghi e pesanti, le mani enormi che le tenevano le cosce aperte fin quasi a farle male, il bacino che sbatteva contro il suo culo con schiocchi umidi e carnali. Ogni spinta faceva uscire altro liquido cremoso che gli colava sullo stelo e gocciolava sul tavolo.

«Più forte… cazzo, spaccami», ansimò lei, muovendo i fianchi incontro a lui. «Voglio sentirlo domani quando cammino. Voglio il tuo nero che mi lascia il segno.»

Darius accelerò. La piegò di più, le sollevò il bacino e la martellò dall’alto, le palle che le sbattevano il clo a ogni botta. Sudore nero che gocciolava sul suo ventre chiaro, mosto secco che si rimescolava ai nuovi fluidi. Bianca sentiva ogni vena, ogni pulsazione, il cazzo che la usava come un buco caldo e disposto. L’orgasmo la colse di sorpresa: la figa che si strinse a spasmi violenti, fluidi che schizzarono sul basso ventre di lui mentre lei digrignava i denti e gemette a gola spiegata. «Vengo… mi stai riempiendo… non fermarti!»

Lui non si fermò. La girò a pancia in giù sul tavolo senza uscire, le afferrò i fianchi e la sfondò da dietro con ritmo ancora più grezzo. Bianca spingeva indietro il culo, offrendosi, le tette schiacciate sul legno appiccicoso. «Sborrami… riempimi di nuovo… voglio camminare con il tuo sperma che mi cola mentre taglio l’uva domani.»

Darius le afferrò i capelli corvini e la tirò indietro, arcandole la schiena. Una mano le scese e le strofinò il clo gonfio con dita grezze mentre la scopava. «Lo farò. Ti riempio finché non puoi più tenerlo. Poi ti faccio leccare tutto.» Le parole le mandarono un brivido dritto in basso. Lui diede ancora una decina di botte profonde, pesanti, e poi esplose con un ringhio animale. Getti caldi e spessi le invasero l’interno per la quinta volta, così tanti che ne uscì subito un filo denso lungo la coscia mentre lui continuava a spingere, svuotandosi fino all’ultima goccia.

Restarono uniti, ansimanti. Il cazzo ancora duro pulsava dentro di lei. Bianca muoveva i fianchi in cerchi lenti, non volendo perderlo. Ma Darius uscì di colpo. Un grosso schizzo bianco le scivolò fuori e le macchiò il tavolo. La fece scendere, la mise in ginocchio sul pavimento di pietra fredda della cantina. «Apri. Leccalo. Pulisci il tuo sapore dal mio cazzo.»

Bianca obbedì avidamente. Afferrò il membro grosso e scuro con entrambe le mani, lo leccò dalla base alla punta, raccogliendo il sapore salato del loro sesso misto, uva e sperma. Lo spinse in bocca tutto d’un fiato, le labbra che si stiravano, la gola che si apriva. Darius le tenne la testa e le fotteva la bocca con spinte profonde, saliva che colava sul mento e sulle tette. Faceva rumori osceni, gorgoglianti. Quando fu di nuovo duro da far male, la sollevò, la fece salire sul tavolo a cavalcioni e se la calò addosso.

Bianca gemette mentre scendeva fino alle palle. Cominciò a cavalcarlo con forza, i fianchi che dondolavano, le tette che rimbalzavano sotto gli occhi neri di lui. Darius le afferrò i glutei e la aiutava a scendere più duro, più profondo. «Così, contadina… usa quel culo. Spremi il mio cazzo con la tua figa bianca.» Lei accelerò, già di nuovo sull’orlo, il clo che sfregava contro la base nera a ogni movimento. Venne urlando, la figa che si contraeva a spasmi intorno a lui, fluidi che schizzavano. Darius la seguì quasi subito: un gemito gutturale, i fianchi che si sollevarono, e altri getti caldi che le riempirono di nuovo l’interno finché non colò fuori intorno allo stelo mentre lei ancora sobbalzava.

Si staccarono lentamente. Bianca scivolò giù dal tavolo, le gambe che non la reggevano. Il seme caldo le scendeva a rivoli lungo le cosce interne, bagnandole fino alle caviglie. Si vestì alla meno peggio, i pantaloncini che si appiccicavano subito, la canottiera che le copriva a malapena i segni dei morsi. Darius si sistemò i pantaloni, il respiro ancora pesante, e le lanciò un sorriso stanco.

Uscirono dalla cantina nell’aria fresca della notte. I filari erano silenziosi. Camminarono un pezzo senza parlare, il solo suono i loro passi sull’erba e il respiro che si calmava. Bianca sentiva ogni passo come un ricordo grezzo: la figa gonfia, il carico caldo che si muoveva, i muscoli delle cosce che bruciavano. Aveva voluto tutto quello. L’aveva chiesto, mendicato, urlato. Eppure ora, con il sudore che si raffreddava sulla pelle e l’odore di sesso che le restava attaccato, qualcosa si incrinava.

Si fermò vicino all’olivo dove era cominciato tutto. Darius le posò una mano sul culo ancora una volta, possesso pigro. «Domani continuiamo», mormorò. «Stessa ora. Stesso posto.»

Bianca annuì, ma la voce le uscì piccola. «Sì… domani.»

Lui le diede un morso leggero sulla spalla e si allontanò verso le baracche dei braccianti, la schiena nera che spariva tra i filari. Lei restò lì, sola. Si toccò tra le gambe attraverso il tessuto umido, sentì il seme che ancora colava, e per la prima volta la bocca le si piegò in qualcosa che non era sorriso. Non era il dolore — quello le piaceva. Era il vuoto che arrivava dopo. Il pensiero improvviso e freddo che forse per lui era solo un buco caldo tra l’uva, un modo per scaricarsi durante la vendemmia. Che domani avrebbe forse fatto lo stesso con un’altra. O che lei stessa, tornata a casa con le gambe aperte e la figa che ancora pulsa, non avrebbe saputo spiegare perché avesse bisogno di essere usata così, fino a sentirsi rovinata e piena e poi… vuota.

Si strinse le braccia al petto. L’odore di mosto e sperma le restava sulle dita. Guardò la luna sopra i filari e sentì, per la prima volta da quando lui l’aveva spinta contro l’olivo, un brivido che non c’entrava niente con il piacere. Qualcosa non tornava. Qualcosa, dentro, già rimpiangeva di aver aperto così tanto.

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