Sussurri Caldi al Bancone
Un barista italiano si scopa una turista keniana sul bancone del locale dopo la chiusura.
Sono Marco, un barista italiano di ventotto anni, e se me lo avessero detto quella mattina non ci avrei creduto. Era passata da un pezzo la mezzanotte e il piccolo bar del centro storico, con le sue luci calde e l’odore di caffè stanco, stava per chiudere. Io stavo pulendo il bancone di marmo quando la porta si aprì e entrò lei.
Aisha. Una donna nera keniana di trentadue anni, in vacanza a Roma, alta e sinuosa, fasciata in un abito aderente color rame che le stringeva le curve generose e faceva risaltare la pelle scura, lucida sotto le lampade. I capelli raccolti lasciavano nuda la linea del collo. Mi guardò dritto negli occhi e sorrise, lenta, come se sapesse già tutto.
«Sei ancora aperto?» chiese in un inglese caldo, con un accento che mi tirò lo stomaco.
«Per te sì», risposi in italiano, poi passai all’inglese misto. «What can I get you?»
Ordinò un negroni. Le preparai il drink e le porsi il bicchiere; le nostre dita si sfiorarono un attimo di troppo. Lei non ritrasse la mano. I suoi occhi scuri restarono sui miei mentre beveva, e io non riuscivo a smettere di guardarle le labbra carnose che si posavano sul vetro. C’era già una tensione elettrica, fatta di sguardi prolungati e sorrisi complici. Il locale era quasi vuoto; solo noi due e il ronzio del frigo.
«Sei di Roma?» chiese, appoggiandosi al bancone in modo che il seno generoso si spingesse verso l’alto nella scollatura profonda.
«Ci sono nato. Tu? Kenya, vero?»
Lei annuì, sorpresa e compiaciuta. «Come hai capito?»
«L’accento. E… il modo in cui ti muovi.» Non sapevo perché glielo stavo dicendo. Mi sentivo già duro nei jeans solo a guardarla.
Chiudemmo i conti degli ultimi clienti di fretta. La conversazione scivolò via dal neutrale. Mi raccontò di Nairobi, delle spiagge, di come gli uomini italiani le piacessero da morire: la pelle chiara, le mani sicure, quel modo di guardare. Io le confessai, a voce bassa mentre spargevo lo straccio sul marmo, che da quando era entrata non facevo altro che immaginare quelle labbra carnose strette intorno al mio cazzo.
Aisha ridacchiò, un suono basso e umido. Si sporse di più sul bancone, offrendomi la vista della scollatura fino quasi ai capezzoli scuri che premevano contro il tessuto. La sua mano sfiorò la mia, le dita calde, e sussurrò in un misto dolce di inglese e italiano storto:
«Voglio sentirti dentro di me stasera. Tonight. Qui. Non voglio aspettare.»
Il cazzo mi diede un balzo doloroso. La tensione sessuale era diventata insostenibile: il battito nelle orecchie, il calore che saliva dal basso ventre. Guardai l’orologio, poi lei. «Chiudiamo in anticipo», dissi. La voce mi uscì roca. Girai la chiave nella serratura, abbassai le tapparelle, spensi le luci esterne. Solo le lampade basse del bancone restarono accese, colorandole di oro la pelle.
Appena il locale fu nostro, la sollevai di peso e la adagiai sul bancone ancora fresco di pulizia. Aisha spalancò le cosce senza esitazione; l’abito risalì sulle anche. Le tirai le mutandine di pizzo nero di lato e vidi la figa bagnata e scura, le labbra gonfie e lucide. Non resistetti: le infilai la lingua dritto in mezzo, leccando il clitoride gonfio e poi spingendomi dentro il calore stretto. Sapeva di sale e desiderio. Gemette forte, le unghie nei miei capelli, le cosce che mi stringevano la testa.
«Cazzo, Marco… così, non smettere…»
Leccai e succhiai finché non tremò, poi lei scivolò giù, si inginocchiò sul pavimento di piastrelle e mi sbottonò i jeans con mani impazienti. Il mio cazzo bianco e duro le saltò fuori, già gocciolante. Aisha lo prese in bocca con avidità, le labbra carnose che si stiravano intorno al glande, scendendo profonde fino a sentirlo battere in gola. Succhia va con rumore umido, saliva che le colava sul mento, una mano a massaggiarmi le palle. La guardavo da sopra: quella bocca scura che ingoiava il mio cazzo chiaro era la cosa più sporca e bella che avessi mai visto.
«Basta», borbottai dopo un po’, tirandola su prima di venire. Mi sedetti sullo sgabello alto del bancone. Lei si sfilò le mutandine del tutto, si arrampicò a cavalcioni e si calò piano sul mio cazzo, inchiodandosi fino in fondo con un gemito lungo. Era stretta, bollente, la figa che mi succhiava dentro. Cominciò a cavalcarmi con forza in posizione cowgirl, le tette nere che rimbalzavano libere quando le tirai giù la scollatura; i capezzoli scuri e duri tra le mie dita. La scopavo dal basso, spingendo in su mentre lei scendeva, il bancone che scricchiolava, i nostri corpi che sbattevano umidi.
«Più forte», ansimò. «Scopami come vuoi.»
La feci scendere, la girai e la piegai sul bancone a doggy. Le anche larghe, il culo tondo e scuro alzato verso di me. Le afferrai i fianchi e la martellai con colpi decisi, il cazzo che spariva tutto in quella figa lucida, le palle che le sbattevano contro il clitoride. Lei urlava contro il marmo, spingendosi indietro a ogni spinta. Sentivo arrivare l’orgasmo come un treno: le strinsi di più, le dita sul clitoride a strofinare in cerchio, e venimmo insieme. Lei si contrasse tutta intorno a me urlando il mio nome; io sparai getti caldi in fondo alla figa, ansimando, sudato, la fronte tra le sue scapole.
Restammo così un attimo, ancora uniti, il respiro corto. Poi lei si raddrizzò, si girò e mi baciò con passione, la lingua calda nella mia, il sapore di entrambi mescolato. Mi aiutò a rivestirmi in fretta, le mani ancora tremanti. Il locale sapeva di sesso e di negroni dimenticati.
«Tornerò ogni sera», mi sussurrò contro le labbra, gli occhi lucidi di piacere e di qualcosa di più. «Ogni sera, Marco. Finché resto a Roma. E voglio di più. Voglio che mi mostri tutto quello che sai fare su questo bancone… e non solo.»
Mi strinse il polso, il pollice che mi accarezzava il polso dove batteva il sangue ancora grosso. Fuori, Roma era silenziosa. Dentro, sapevo già che quella chiave nella serratura non avrebbe tenuto lontana la fame che ci eravamo appena aperti addosso. Aisha sistemò l’abito, mi lanciò un ultimo sguardo carico di promesse sporche, e io restai lì, il bancone ancora caldo del suo corpo, già duro di nuovo solo a pensare a domani sera.
La sera dopo non riuscivo a stare fermo. Avevo ripulito il bancone tre volte, sistemato le bottiglie, controllato l’orologio ogni cinque minuti. Il cazzo mi pulsava già nei boxer solo a ripensare a come Aisha mi aveva cavalcato, a come la sua figa scura e stretta mi aveva munto fino all’ultima goccia. Quando la porta si aprì alle undici e quaranta e lei entrò con quel sorriso lento e l’abito corto nero che le lasciava le cosce nude fino all’inguine, sentii il sangue scendere tutto in un colpo solo.
«Hai chiuso in anticipo di nuovo?» chiese, la voce calda come il negroni della sera prima. Non aspettò risposta. Girò la chiave lei stessa, abbassò la tapparella con un gesto deciso e venne dritta verso di me. Mi baciò contro il bancone, la lingua profonda, le mani che mi sbottonavano la camicia con urgenza. «Tutta la notte ho pensato a questo cazzo. Voglio sentirlo di nuovo. Voglio che mi rovini.»
La sollevai di peso, le chiappe piene che riempivano i miei palmi, e la sedetti sul marmo ancora tiepido. Le alzai l’abito fino alla vita: niente mutandine. Solo la figa nuda, già lucida, le labbra gonfie e scure che si aprivano un poco. Mi chinai e le leccai con fame, la lingua piatta sul clitoride gonfio, poi due dita dentro a cercare quel punto che la faceva tremare. Aisha gettò la testa indietro, le unghie conficcate nei miei capelli, e gemette forte.
«Così… cazzo, Marco, succhiami… più forte…»
Le succhiai il clitoride tra le labbra mentre le dita la scopavano a ritmo lento e profondo. Il sapore di lei mi riempiva la bocca, salato e dolce, e quando cominciò a spingersi contro la mia faccia sentii i suoi muscoli contrarsi. Venne con un urlo soffocato, la figa che mi strizzava le dita a ondate, il liquido caldo che mi colava sul mento. Non le diedi tregua. Continuai a leccare finché non tremava tutta, poi mi rialzai, sbottonai i jeans e liberai il cazzo duro e gocciolante.
Lei mi guardò dagli occhi socchiusi, le labbra aperte. «Mettilo dentro. Adesso. Voglio sentirlo tutto.»
La afferrai per i fianchi e la tirai verso il bordo del bancone. Spinsi il glande tra le labbra bagnate e affondai d’un colpo solo, fino in fondo. Era ancora più stretta di ieri, bollente, e il modo in cui mi avvolse mi fece gemere contro il suo collo. Cominciai a scoparla forte, le anche che sbattevano contro il marmo, il suono umido e osceno che riempiva il locale vuoto. Le tette nere rimbalzavano fuori dalla scollatura; le presi in mano, i capezzoli scuri e duri tra le dita, e li strofinai mentre la martellavo.
«Più a fondo», ansimò. «Scopami come una troia. Voglio sentirlo domani quando cammino.»
La girai di scatto, la piegai a pancia sul bancone e le alzai il culo tondo e scuro. Le afferrai i capelli raccolti e la tenni ferma mentre rientravo nella figa spalancata. Ogni spinta faceva sbattere le sue chiappe contro il mio basso ventre, le palle che le picchiavano il clitoride. Lei spingeva indietro, affamata, e io le diedi tutto: colpi lunghi e pesanti che le facevano uscire gemiti rochi e parole sporche miste di inglese e italiano.
«Cazzo… sì… così… riempimi…»
Le dita scivolarono tra le sue natiche, trovarono il buco stretto del culo e lo massaggiarono piano, solo la punta, mentre continuavo a scoparle la figa. Aisha si contrasse tutta e venne di nuovo, un orgasmo lungo che le fece stringere il cazzo come una morsa. Tenni duro, continuai a spingere attraverso le sue contrazioni, poi la sollevai di nuovo, la misi a cavalcioni sullo sgabello alto e mi sedetti sotto di lei. Si calò sul mio cazzo con un sospiro grosso, le cosce spalancate, e cominciò a saltare con forza, le tette che le sbattevano sul petto.
La guardavo da sotto: la pelle scura sudata che luccicava sotto le lampade basse, la figa che ingoiava e spitava fuori il mio cazzo bianco lucido di lei, il clitoride gonfio che strofinavo con il pollice. «Parlami», le dissi, la voce roca. «Dimmi cosa vuoi domani.»
Lei rallentò, si piegò in avanti, le labbra contro il mio orecchio mentre si muoveva ancora. «Voglio che mi leghi i polsi con il grembiule. Voglio che mi scopi il culo su questo bancone. Voglio sentire le tue palle sbattere contro la mia figa mentre mi riempi di sborra finché cola. E poi…» si strinse intorno a me, lenta e profonda «…voglio che mi porti di sopra, nel tuo piccolo appartamento sopra il bar, e mi usi fino all’alba. Ogni buco. Ogni modo. Finché non riesco più a camminare dritta.»
Il cazzo mi diede un balzo violento dentro di lei. La afferrai per i fianchi e la scopai dal basso con colpi furiosi, il bancone che scricchiolava, i nostri corpi che sbattevano umidi e rumorosi. Lei urlava il mio nome, le unghie nella mia schiena, e quando sentii arrivare l’orgasmo le strofinai il clitoride a cerchi rapidi. Venimmo insieme di nuovo: lei si contorse tutta, la figa che mi succhiava a ondate, e io sparai getti caldi e spessi in fondo a lei, ansimando contro il suo seno, il cuore che mi martellava nelle orecchie.
Restammo uniti a lungo, il respiro che si mescolava, il mio cazzo ancora duro e pulsante dentro la figa piena di sborra. Lei mi baciò piano, la lingua lenta, poi sussurrò: «Domani sera chiudi ancora prima. Voglio il culo. Voglio che mi prepari con la lingua e poi mi prendi forte finché non piango di piacere. E porta il grembiule. Voglio sentire il tessuto sui polsi mentre mi usi.»
Mi alzai ancora dentro di lei solo a sentirla parlare così. La sollevai, la adagiai di nuovo sul bancone a gambe aperte e le leccai la figa sporca di entrambi, pulendola piano, assaporando il sapore misto. Lei gemette e mi prese i capelli. «Non smettere… cazzo, Marco…»
Le ficcai la lingua dentro, leccai la sborra che colava, poi risalii sul clitoride e la feci venire una terza volta con la sola bocca, le cosce che mi stringevano la testa finché non si sciolse. Quando si rialzò aveva le gambe tremanti. Si sistemò l’abito, mi baciò con denti e lingua, e mi strinse il cazzo ancora duro attraverso i jeans.
«Domani», ripeté, gli occhi scuri pieni di fame. «E porta anche l’olio d’oliva dalla cucina. Voglio sentirlo scivolare mentre mi apri.»
Uscì lasciando la porta socchiusa un attimo, il profumo di sesso e di lei che restava agganciato all’aria. Io restai lì, il bancone lucido di lei, il cazzo che mi premeva doloroso, già a contare le ore. Sapevo che la sera dopo non sarei bastato. Avrei voluto di più. Avrei voluto legarla, aprirla, sentirla urlare il mio nome mentre le riempivo il culo. E lei lo sapeva. La chiave girò nella serratura dietro di lei, ma la fame restò aperta come una ferita calda, pronta a divorarci di nuovo.
Sono Marco, e la sera dopo le mani mi tremavano già mentre sistemavo il grembiule piegato sul bancone e la bottiglia d’olio d’oliva presa dalla cucina. L’avevo messa lì in bella vista, accanto a un bicchiere di negroni che non avrei bevuto. Il cazzo mi premeva duro contro i jeans da mezz’ora, solo a ripensare alle sue parole: «Voglio il culo. Voglio che mi prepari con la lingua e poi mi prendi forte finché non piango di piacere.» Ogni volta che chiudevo gli occhi la rivedevo spalancata sul marmo, la figa piena della mia sborra che le colava lungo la coscia. Il locale era vuoto, le tapparelle già a metà, le luci basse. Contavo i secondi.
Alle undici e trentacinque la porta si aprì. Aisha entrò con un abito rosso scollato fino all’ombelico, il tessuto sottile che le segnava i capezzoli scuri e duri. Niente reggiseno, niente mutandine: lo capii dal modo in cui le labbra della figa si disegnavano sotto quando camminava. Chiuse a chiave lei stessa, abbassò la tapparella fino in fondo e venne dritta verso di me. Mi baciò con fame, la lingua calda e profonda, una mano che mi afferrava il pacco già gonfio.
«Hai portato tutto?» sussurrò contro la mia bocca. La voce le vibrava bassa, carica.
«Tutto», risposi, e le feci vedere il grembiule e l’olio. I suoi occhi scuri si strinsero di piacere. «Bravo ragazzo. Adesso usami.»
La sollevai di peso e la adagiai sul bancone. L’abito risalì da solo sulle anche. La figa era già lucida, le labbra gonfie e scure spalancate un poco, il clitoride in evidenza. Mi chinai e le leccai con fame, la lingua piatta che spingeva tra le pieghe, poi due dita dentro a spalancarla. Sapeva di desiderio accumulato, salato e dolce. Aisha gemette forte, le unghie nei miei capelli, le cosce che mi stringevano la testa.
«Cazzo, Marco… leccami il culo. Preparami. Voglio sentire la tua lingua lì.»
La girai a pancia sotto, le alzai il culo tondo e scuro. Le natiche piene si aprirono sotto le mie mani. Le leccai la figa da dietro, poi salii lentamente fino al buco stretto, rosa scuro contro la pelle nera. Ci passai la lingua piatta, poi la punta, spingendo piano finché non sentii il muscolo cedere un poco. Aisha ansimava contro il marmo, spingendosi indietro.
«Così… più profondo… succhiami il culo…»
Lo feci. Succhiai, leccai, spinsi la lingua dentro quanto potevo mentre le dita le strofinavano il clitoride. Lei tremava già. Presi l’olio, ne versai un filo generoso tra le natiche. Lucidò tutto, scivolò giù sulla figa. Ci massaggiai piano il buco con il pollice, poi infilai un dito lento, fino alla nocca. Era strettissima, caldissima. Ne aggiunsi un secondo, scissorando piano, aprendo, mentre la lingua le tornava sul clitoride. Aisha urlò basso.
«Tre… mettimene tre. Voglio sentirmi aperta prima che ci metti il cazzo.»
Obbedii. Tre dita oleate che entravano e uscivano dal suo culo stretto, il suono umido e osceno che riempiva il bar. Lei spingeva indietro a ogni colpo, il culo che mi succhiava le dita. Quando fu abbastanza morbida e aperta la rialzai, le legai i polsi dietro la schiena con il grembiule. Il tessuto stretto, i nodi saldi. La piegai di nuovo a doggy sul bancone, le anche alte, le tette schiacciate sul marmo freddo.
Mi sbottonai i jeans. Il cazzo saltò fuori, grosso, duro, le vene in rilievo, la testa già lucida di liquido. Lo strofinai tra le natiche oleate, poi posai il glande contro il buco. «Sei pronta?» chiesi, la voce roca.
«Si. Spingi. Riempimi il culo. Voglio sentirlo tutto.»
Affondai piano. Il cerchio stretto resistette un attimo, poi cedette e mi ingoiò centimetro dopo centimetro. Era una morsa bollente, più stretta della figa, che mi spremeva il cazzo fino alla radice. Gemetti contro la sua schiena quando fui tutto dentro. Restai fermo un secondo a sentire i suoi muscoli che si abituavano, poi cominciai a muovermi. Colpi lunghi e lenti all’inizio, il cazzo che spariva e riemergeva lucido d’olio e di lei. Aisha ansimava, i polsi legati che si contorcevano, la faccia premuta sul marmo.
«Più forte… cazzo, Marco, scopami il culo come una troia… non aver pietà…»
Presi i suoi fianchi e accelerai. Le palle le sbattevano contro la figa a ogni spinta, il suono umido e pesante che riempiva il locale. Le chiappe scure ondeggiano sotto i colpi, l’olio che schizzava. Le afferrai i capelli con una mano, tirai la testa indietro mentre l’altra le scendeva a strofinarle il clitoride gonfio. Lei urlava il mio nome, spingendosi indietro con rabbia, il culo che mi mungeva.
«Parlami», ansimai. «Dimmi quanto ti piace.»
«Mi piace da morire… il tuo cazzo bianco nel mio culo nero… mi stai aprendo tutta… sento le tue palle sbattere… più forte, rompimi…»
La scopai duro, colpi profondi che le facevano uscire gemiti rochi. Il bancone scricchiolava. Sudavo, il cuore mi martellava. Sentivo arrivare l’orgasmo ma volli farla venire prima. Le dita sul clitoride accelerarono, due dentro la figa a sentirla piena da entrambi i buchi. Aisha si contrasse tutta, un orgasmo violento che le fece stringere il culo come una morsa intorno al mio cazzo. Urlò, tremò, il liquido caldo che le colava dalle cosce. Continuai a spingere attraverso le contrazioni, poi la sollevai, la girai a cavalcioni con i polsi ancora legati dietro.
Si calò di nuovo sul mio cazzo, questa volta di fronte, il culo che mi ingoiava di nuovo fino in fondo. Cominciò a saltare, le tette nere che rimbalzavano libere, i capezzoli scuri che le mordevo e succhiavo. La guardavo da sotto: la pelle scura lucida di sudore e olio, il culo che saliva e scendeva sul mio cazzo chiaro, la figa che gocciolava sulla mia pancia. «Domani voglio di più», ansimò contro il mio orecchio mentre si muoveva. «Voglio che mi porti di sopra. Nel tuo letto. Voglio che mi leghi al comodino e mi usi tutta la notte. Bocca, figa, culo. Una dopo l’altra. Finché non riesco più a parlare. E voglio che mi film i… no, scusa, niente film. Solo noi. Ma voglio che mi lasci pienissima. Voglio camminare per Roma con la tua sborra che mi cola dal culo.»
Il cazzo mi diede un balzo. La afferrai per i fianchi e la martellai dal basso con colpi furiosi. Lei gettò la testa indietro, gemendo, i polsi che tiravano il grembiule. Venimmo insieme di nuovo: lei si contorse, il culo che mi succhiava a ondate, e io sparai getti caldi e spessi in fondo a lei, riempiendola, ansimando contro il suo seno. Continuai a spingere finché non uscirono gli ultimi getti, poi restai dentro, pulsante, sentendo la sborra che già cominciava a colare intorno al mio cazzo.
La slegai piano. Le mani le tremavano. La adagiai di schiena sul bancone, le gambe ancora aperte, e guardai il mio seme bianco che usciva lento dal suo culo scuro e scendeva sulla figa. Ci passai le dita, le rimescolai, poi gliele portai alla bocca. Aisha le leccò pulite, gli occhi fissi nei miei.
«Non basta», sussurrò. «Voglio ancora. Portami di sopra adesso. O resta qui e rimettilo dentro. Voglio che mi fotti di nuovo finché non albeggia. Voglio che mi apri di più. Voglio sentire le tue dita e la tua lingua e il tuo cazzo in ogni buco finché non piango davvero.»
Mi rialzai duro di nuovo solo a sentirla. La sollevai, la misi a gambe intorno alla mia vita e la spinsi di nuovo contro il bancone, il cazzo che sfiorava la figa bagnata. Ma non entrai. La baciai lenta, profonda, mentre le dita le massaggiavano di nuovo il culo pieno di sborra.
«Domani sera chiudo ancora prima», dissi contro le sue labbra. «E ti porto di sopra. Ti legherò al letto. Ti preparerò di nuovo. Ti prenderò finché non riuscirai più a camminare. E dopo… dopo vedremo quanta fame ci resta.»
Lei sorrise, gli occhi lucidi di piacere e di qualcosa di più affamato. «Allora prepara le lenzuola. E più olio. Ne useremo tanto.»
Restammo così, il mio cazzo duro premuto contro di lei, la sborra che le colava sulle cosce, il bancone ancora caldo. Fuori Roma dormiva. Dentro, la fame era solo appena scalfita. Sapevo già che la notte dopo non sarebbe bastato il bar. Avrei voluto il suo corpo intero, ogni angolo, ogni gemito, e lei lo sapeva. La chiave era girata, ma la porta della fame restava spalancata.
Sono Marco, e quella sera le mani mi sudavano già mentre saliva le scale strette che portavano al mio appartamento sopra il bar. Avevo chiuso un’ora prima, le tapparelle giù, la chiave girata due volte. Aisha mi camminava dietro, l’abito rosso ancora indosso ma già sbottonato fino al punto in cui le tette scure e pesanti sporgevano libere, i capezzoli duri che sfioravano la mia schiena a ogni gradino. L’olio d’oliva era nella mia mano sinistra, il grembiule nell’altra. Il cazzo mi premeva contro i jeans come un pezzo di legno caldo.
«Non perdere tempo», sussurrò lei mentre entravamo. La porta si chiuse alle nostre spalle. La spinsi contro il muro del corridoio e le infilai due dita in figa senza preavviso: era già fradicia, le labbra gonfie che mi succhiavano le falangi. Gemette contro la mia bocca, la lingua calda che cercava la mia. «Portami sul letto. Legami. Adesso.»
La camera era piccola, il letto matrimoniale disfatto, le lenzuola bianche che sapevano di detersivo e di me. La spogliai del tutto, l’abito rosso cadde a terra. La sua pelle nera luccicava sotto la lampada da comodino, le curve generose, il culo tondo, la figa rasata e lucida. La feci sedere sul bordo, le aprii le cosce e le leccai piano, la lingua piatta sul clitoride gonfio, poi giù a spingere dentro il buco caldo. Aisha mi afferrò i capelli e spinse la faccia contro di sé.
«Più a fondo… cazzo, preparami il culo con la bocca come mi hai promesso.»
La girai a pancia sotto, le ginocchia sul materasso, il culo alzato. Versai l’olio generoso tra le natiche: scivolò lento, lucido, scese fino alla figa. Ci passai la lingua, leccai il buco stretto e scuro finché non si rilassò, poi spinsi la punta dentro, succhiando, aprendo. Lei ansimava nel cuscino, spingendosi indietro. Aggiunsi un dito oleato, poi due, poi tre, scissorandoli piano mentre le altre dita le strofinavano il clitoride. Il suono era umido, osceno. Quando fu morbida e aperta le legai i polsi al comodino con il grembiule: nodi stretti, tessuto che le segnava la pelle scura. Le caviglie le legai con una cintura dei miei jeans alle sbarre del letto, cosce spalancate, tutto esposto.
Mi sbottonai. Il cazzo saltò fuori grosso, venato, la testa già gocciolante. Lo strofinai prima sulla figa, poi salii e posai il glande contro il culo oleato. «Guardami», dissi. Lei girò la testa, gli occhi scuri lucidi. «Spingi. Riempimi. Voglio sentirlo fino in gola dal culo.»
Affondai. Il cerchio stretto cedette centimetro dopo centimetro, una morsa bollente che mi strinse fino alla radice. Gemetti forte quando le palle le toccarono la figa. Restai fermo un attimo a sentire i suoi muscoli che mi mungevano, poi cominciai a scoparla. Colpi lunghi all’inizio, il cazzo che spariva tutto in quel buco nero lucido d’olio e saliva. Aisha tirava i legami, le tette schiacciate sul materasso, e ansimava parole sporche.
«Più forte… scopami il culo come una troia keniana… sento ogni vena… le tue palle mi battono sulla figa… non fermarti…»
Accelerai. Il letto scricchiolava, le chiappe scure ondeggavano sotto i colpi, l’olio schizzava. Le infilai due dita in figa e la sentii piena da entrambi i buchi; il pollice le strofinava il clitoride a cerchi rapidi. Venne urlando, il culo che mi strinse come una morsa, il liquido caldo che le colava sulle cosce. Continuai a spingere attraverso le contrazioni, poi uscii, le girai il corpo quanto i legami permettevano e le cacciai il cazzo in bocca. Lei lo succhiò avidamente, le labbra carnose sporche d’olio e di sé, saliva che le colava sul mento mentre le scopavo la gola.
«Brava… ingoia tutto… preparati perché adesso ti riempio la figa.»
La slegai solo le caviglie, le sollevai le gambe sulle spalle e affondai nella figa stretta e fradicia d’un colpo solo. Era più calda del culo, vellutata, e mi succhiava dentro. La scopai duro, il bacino che sbatteva contro le sue chiappe, le tette che rimbalzavano. Lei tirava i polsi legati, gli occhi rivolti all’indietro dal piacere.
«Marco… cazzo… riempimi… voglio la tua sborra in tutti i buchi… usami fino all’alba…»
La feci venire di nuovo con le dita sul clitoride mentre la martellavo. Poi uscii, le slegai i polsi, la misi a quattro zampe e rientrai nel culo. Questa volta non ci fu tenerezza: colpi pesanti, profondi, le palle che le schiaffeggiavano la figa. Lei spingeva indietro, affamata, e io le afferrai i fianchi lasciando segni chiari sulla pelle scura. Sentivo l’orgasmo salire come lava. «Dentro… sparala tutta dentro il culo…»
Sparai. Getti caldi e spessi che la riempirono, uno dopo l’altro, finché sentii la sborra colare intorno al mio cazzo e scendere sulla figa. Continuai a spingere finché non uscirono gli ultimi sussulti, poi uscii e le leccai il culo pieno, assaporando il sapore misto di olio e di me, spingendo la lingua dentro per farne uscire di più. Aisha tremava, gemendo, e quando le portai le dita sporche alla bocca le leccò pulite guardandomi negli occhi.
La girai di schiena, le aprii le cosce e rientrai in figa ancora duro. La scopai lenta e profonda stavolta, baciandola, la lingua nella sua, mentre le mani le massaggiavano i seni. Venne una terza volta stringendosi intorno a me; io la seguii, riempiendole la figa di altri getti caldi. Restammo uniti a lungo, il respiro corto, il sudore che ci appiccicava, la sborra che colava da entrambi i buchi sulle lenzuola.
La tenevo stretta, il cazzo ancora dentro che pulsava, le labbra contro il suo collo. «Non basta», sussurrai. «Ancora un po’. Voglio rivederti camminare domani con tutto questo che ti cola.»
Lei ridacchiò debole, soddisfatta, le unghie leggere sulla mia schiena. «Allora rimettilo nel culo. Voglio dormire con te dentro.»
Stavo per muovermi di nuovo quando sentii il rumore.
Un colpo sordo, pesante, proveniente dal basso. Poi un altro. Qualcuno batteva forte alla porta del bar, giù nelle scale. Una voce maschile, italiana, urgente, che chiamava il mio nome attraverso il legno e la distanza.
«Marco! Apri, cazzo! So che ci sei! È successo un casino, devi scendere subito!»
Aisha si tese sotto di me. Il mio cazzo ancora sepolto in lei. I colpi continuarono, più forti.
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