Vendemmia Infuocata con l’Amico del Marito

Trent, 38 anni, si scopa la moglie 32enne del suo amico nella vigna toscana, inculandola forte tra i filari mentre lei urla di piacere.

11 min read September 09, 2026New

Il sole di settembre batteva implacabile sulla collina toscana, facendo brillare le foglie dei filari come monete d’oro. Sonia, trentadue anni, moglie di Hugo da un decennio, si chinava tra i grappoli gonfi di Sangiovese con le braccia scoperte e il vestitino di lino leggero già appiccicato alla schiena sudata. Hugo era via per lavoro da tre giorni, a Milano, e aveva chiesto all’amico di sempre, Trent, di darle una mano con la vendemmia della piccola vigna di famiglia. Trent aveva trentotto anni, spalle larghe da chi ha passato la vita a lavorare all’aperto, petto peloso visibile sotto la canottiera scura inzuppata, braccia muscolose lucide di sudore. Ogni volta che lei si piegava per tagliare un grappolo, sentiva il suo sguardo posarsi sul culo tondo che tendeva la stoffa sottile, sulle tette che penzolavano pesanti senza reggiseno, i capezzoli già duri per il calore e per qualcos’altro.

Sonia lo sapeva. Lo leggeva negli occhi scuri di Trent ogni volta che si rialzava e si asciugava la fronte con il dorso della mano. Un desiderio proibito, grezzo, che le faceva stringere le cosce. Da mesi, durante le cene in cui Hugo rideva e Trent restava in silenzio a fissarla, lei aveva immaginato quelle mani callose su di lei. Ora, con l’odore dolce dell’uva schiacciata e il caldo che le scioglieva il cervello, la tensione le pulsava tra le gambe come un secondo cuore.

«Questo filare è pieno», mormorò lei, la voce un po’ roca, mentre deponeva un grappolo nella cassetta. Trent si avvicinò da dietro, il suo corpo che sfiorava appena il suo.

«Pieno di tutto», rispose lui, basso. La sua mano le passò vicino all’anca per prendere la cesoia. Le dita sfiorarono la curva del fianco. «Cristo, Sonia… quel vestito ti si attacca addosso come una seconda pelle. Ti si vedono le tette ballare a ogni movimento. E il culo… cazzo, il culo che fai muovere quando ti chini mi fa venire voglia di afferrartelo forte.»

Lei arrossì, ma non si scostò. Anzi, si voltò di scatto, il petto che quasi toccava il suo. Gli occhi gli brillavano di malizia. «Guardi troppo, Trent. Hugo non c’è, ma io lo so lo stesso. Ti piace vedermi sudata e piegata tra i filari come una contadina qualsiasi?»

«Non come una qualsiasi», borbottò lui, avvicinandosi ancora. Il suo fiato caldo le sfiorò la guancia. «Come la moglie del mio amico che da mesi mi fa venire il cazzo duro solo a guardarla. Quelle tette… vorrei stringerle finché non mi urli contro. E quel culo tondo…»

Sonia sentì un brivido scenderle lungo la schiena. I loro corpi continuavano a sfiorarsi mentre riempivano le cassette: un gomito contro un fianco, una coscia che urtava accidentalmente l’altra, le dita che si intrecciavano un attimo troppo a lungo passando lo stesso grappolo. La voglia saliva, densa come il mosto che cola. Lei gli lanciò uno sguardo voglioso da sotto le ciglia sudate.

«E se ti dicessi che anche a me piace?», sussurrò. «Che quando ti vedo così, muscoloso e bagnato di sudore, mi bagno le mutandine pensando a cosa potresti farmi mentre mio marito è lontano?»

Trent emise un suono gutturale. La spinse dolcemente ma con decisione contro un palo di legno nodoso che reggeva i fili della vigna. Le cassette d’uva restarono a terra. Le sue labbra scesero sulle sue con una fame improvvisa, lingua calda che le apriva la bocca, denti che le mordevano il labbro inferiore. Sonia gemette nel bacio, le mani che gli salivano sotto la canottiera sudata, palmo piatto contro i pettorali duri, unghie che graffiavano leggermente.

«Ti desidero da mesi», confessò lei contro la sua bocca, voce roca, quasi un ringhio. «Ogni cazzo di volta che vieni a cena, ogni volta che ridi con Hugo… io penso a te che mi scopi. Baciami ancora. Toccomi.»

Non servì altro. Trent le sollevò il vestitino fino alla vita con un gesto deciso, scoprendo le cosce abbronzate e le mutandine di cotone già umide al centro. Gliele strappò via con uno strappo secco; la stoffa cedette e cadde tra l’erba e gli acini caduti. Le dita di lui scesero subito tra le sue pieghe, trovandola già scivolosa, calda, aperta.

«Porca puttana, sei già cascata», borbottò, facendola gemere mentre le strofinava il clitoride con il pollice e le affondava due dita dentro. «La moglie di Hugo tutta bagnata per il suo amico.»

Sonia gli morse il collo, forte, assaporando il sale del suo sudore. «Smettila di parlare e scopami. Qui. Adesso.»

Trent slacciò i pantaloni con una mano sola, liberando il cazzo grosso, turgido, già gocciolante di liquido. La sollevò leggermente, le fece allargare le cosce e la infilò in un colpo solo, fino in fondo, contro il palo. Sonia urlò di piacere puro, la schiena che sbatteva contro il legno, le unghie che gli graffiavano la schiena nuda sotto la canottiera tirata su. Lui la scopava con colpi profondi e possessivi, bacino che sbatteva contro il suo, le palle che le schiaffeggiavano la pelle.

«Cazzo, come sei stretta… come ti prendi tutto», ansimava lui, una mano che le stringeva una tetta sotto il vestito, dita che pizzicavano il capezzolo duro. «Urla pure. Qui non ci sente nessuno.»

Lei gli mordeva la spalla per non urlare troppo forte all’inizio, ma poi lasciò andare: gemiti aperti, il nome di Trent che le usciva dalla gola mentre lui la sfondava in piedi, il vestito arrotolato sulla vita, le tette che ballavano a ogni spinta. Il calore, l’odore dell’uva schiacciata sotto i piedi, il legno del palo contro la schiena… tutto le accendeva il corpo.

Dopo alcuni minuti di quella scopata verticale, Trent la fece scendere e la girò. «A quattro zampe. Tra i filari. Voglio vederti il culo all’aria.»

Sonia obbedì senza esitare, inginocchiandosi sull’erba tra due filari, gomiti a terra, culo alto e offerto. Trent si mise dietro di lei, le apre le chiappe con le mani grandi e le leccò la figa da dietro per un attimo, poi ci cacciò di nuovo le dita, facendola bagnare ancora di più, i succhi che le colavano lungo le cosce. Poi, lentamente ma con decisione, le spinse un dito lubrificato di lei nel culo. Sonia gemette lungo, spingendo indietro.

«Sì… anche lì… voglio sentirti ovunque.»

Lui le mise il cazzo di nuovo nella figa per bagnarlo bene, alcune spinte violente e profonde che la facevano dondolare in avanti, poi lo ritirò e lo appoggiò contro il buco stretto. Spinse. Entrò millimetro dopo millimetro mentre lei ansimava e si allargava per lui, finché fu dentro fino alle palle.

«Troia del marito», le ringhiò addosso, iniziando a inculare con forza, bacino che sbatteva, una mano che le afferrava i capelli. «La brava moglie di Hugo che si fa sfondare il culo dal suo amico in vigna. Ti piace, eh? Ti piace essere la mia troia mentre lui lavora lontano?»

«Sì— ah, cazzo, sì, Trent! Fottermi più forte… scopami il culo, usami…», urlava lei, spingendo indietro incontro alle sue spinte. Lui alternava: qualche colpo profondissimo nella figa gonfia e bagnata, poi di nuovo nel culo stretto che lo stringeva come una morsa, chiamandola troia, puttana, moglie infedele, mentre lei godeva a squarciagola, il nome di Trent che le esplodeva dalle labbra, le unghie che scavavano la terra nera mista a acini schiacciati.

Il orgasmo la colse a ondate, la figa e il culo che si contraevano intorno a lui, le gambe che tremavano. Trent la seguì poco dopo, sparando dentro il suo culo con un ringhio gutturale, tenendola ferma per i fianchi mentre le riempiva. Rimasero così un momento, ansimanti, uniti, sudati, con pezzi di uva e terra attaccati alle ginocchia e alle mani.

Alla fine si staccarono, esausti. Si rivestirono in fretta: lui si riallacciò i pantaloni, lei si sistemò il vestito spiegazzato e sudicio di succo d’uva e polvere, le mutandine strappate dimenticate chissà dove tra i filari. Sonia gli sorrise, un sorriso complice, le labbra ancora gonfie, gli occhi lucidi di piacere appena sfogato e di qualcosa di ancora più vivo.

«Questa vendemmia infuocata non sarà l’ultima», mormorò, avvicinandosi per un ultimo bacio lento, saporito di sale e di uva. «Hugo torna dopodomani… ma tu sai dove trovarmi. E sai cosa voglio ancora.»

Poi si voltò, raccogliendo la cassetta come se niente fosse, e cominciò a scendere il pendio verso la casa di pietra laggiù, il vestito che ancora le si attaccava alle curve, il corpo che pulsava del ricordo di lui. Trent restò un attimo a guardarla allontanarsi tra i filari, il cazzo che già ricominciava a prontarsi solo a pensare a come l’aveva presa, e a come l’avrebbe ripresa. Il sole batteva ancora. La vigna odorava di sesso e di vendemmia. E la tensione, lungi dallo spegnersi, gli bruciava già sotto la pelle per la prossima volta.

Trent non riuscì a restare fermo. La vide scendere il pendio con quel vestito di lino ancora sollevato un poco sul sedere, le cosce lucide di succhi misti e sudore, e il cazzo gli riindurì dentro i pantaloni come se non avesse appena sborrato. La raggiungesse a grandi passi tra i filari, afferrandola per un polso proprio mentre lei metteva piede sul sagrato di pietra davanti casa.

«Non hai finito di farmi vedere quel culo», ringhiò contro il suo orecchio. Sonia si voltò di scatto, gli occhi già di nuovo scuri di voglia, e non oppose la minima resistenza quando lui la spinse dentro, sbattendo la porta alle loro spalle. L’aria fresca della cucina di pietra contrastava col caldo della collina, ma i loro corpi bruciavano ancora di più. Trent la sollevò di peso e la sistemò sul tavolo di rovere massiccio, quello dove la sera prima avevano cenato tutti e tre con Hugo. Le divaricò le gambe, le sollevò il vestito fino al petto e le leccò la figa ancora aperta e gonfia, lingua larga che raccoglieva il sapore di uva, terra e del suo stesso sperma che le colava dal culo.

Sonia gettò la testa all’indietro, un gemito lungo che riempì la stanza. «Trent… cazzo, sì, leccami tutta. Sono ancora piena di te.» Le sue mani gli affondarono nei capelli, spingendogli la faccia contro il sesso bagnato mentre lui succhiava il clitoride gonfio e le ficcava la lingua dentro il buco stretto del culo, assaporando la sua stessa sborra. Aveva trentotto anni e non ricordava di aver mai desiderato una donna con quella rabbia animale: la moglie del suo migliore amico, trentadue anni, tette pesanti che penzolavano fuori dal lino, capezzoli scuri e duri che lui pinzò forte tra dito e pollice mentre la leccava.

«Alzati», ordinò a un certo punto, voce rauca. Lei scivolò giù dal tavolo, si girò e si piegò in avanti, gomiti sul legno, culo offerto di nuovo. Trent si calò i pantaloni, prese il cazzo già di nuovo duro e gocciolante e lo spinse dritto nel suo culo ancora lubrificato dal carico precedente. Entrò in un colpo solo, fino in fondo, e Sonia urlò, un suono crudo e felice che rimbalzò sulle pietre.

«Più forte», ansimò lei. «Sfondami. Voglio sentire le palle che mi schiaffeggiano mentre mi chiami troia.» Lui obbedì. Afferrò i suoi fianchi con le mani callose e iniziò a inculare con spinte lunghe e violente, il bacino che sbatteva contro le chiappe tonde facendole ondeggiare. Ogni colpo faceva scivolare Sonia in avanti sul tavolo; le tette le penzolavano e dondolavano, i capezzoli che graffiavano il legno. Trent le diede uno schiaffo sonoro su una chiappa, poi sull’altra, lasciando le impronte rosse.

«Guarda che brava moglie», borbottò lui tra i denti, accelerando. «Hugo pensa che tu stia raccogliendo uva, e invece ti fai allargare il culo dal suo amico. Ti piace il mio cazzo più del suo, eh? Dillo.»

«Sì— ah, cazzo, sì! Il tuo è più grosso, mi riempie di più… scopami, Trent, usami come la tua puttana…» La voce di Sonia si spezzava a ogni spinta. Lui le afferrò i capelli, le tirò la testa indietro e le cacciò due dita in bocca; lei le succhiò avidamente mentre veniva inculata, saliva che le colava sul mento. Il tavolo scricchiolava. Fuori la vigna taceva sotto il sole di settembre; dentro c’era solo il suono umido di carne contro carne e i gemiti di lei che diventavano urla.

Trent tirò fuori il cazzo dal culo, lo spinse nella figa gonfia per qualche colpo furioso, poi di nuovo indietro. Alternava i buchi senza pietà, tenendola aperta con i pollici, guardando il suo cazzo scomparire e riemergere lucido. Sonia veniva di continuo, contrazioni che lo stringevano a morsa, gambe che tremavano tanto che a un certo punto cedettero. Lui la raccolse, la portò in salotto e la stese a pecora sul divano di pelle dove Hugo di solito leggeva il giornale. La montò di nuovo da dietro, una mano che le stringeva la gola giusto abbastanza da farle sentire il possesso, l’altra che le frizionava il clitoride.

«Voglio vederti squirtare», le mormorò all’orecchio. «Bagna tutto sul divano di tuo marito mentre ti fo il culo.» Sonia ansimò un sì rotto. Trent accelerò, colpi corti e duri che le facevano vedere stelle, e quando lei esplose di nuovo un getto caldo le schizzò sulle cosce e sul divano. Lui ruggì e sborrò per la seconda volta, questa volta profondamente nella figa, spingendosi fino alle palle e tenendola premuta mentre le pompe di sborra le riempivano il ventre.

Rimasero aggrovigliati, sudati, ansimanti. Il vestito di Sonia era ormai uno straccio appiccicato; la canottiera di Trent era a pezzi. Lui le leccò il sale dal collo, poi la baciò a lungo, lingua lenta, assaporando la resa totale. Sonia gli accarezzò il petto peloso, le dita che tracciavano i muscoli ancora tesi.

«Domani mattina», sussurrò lei, voce roca di chi ha urlato troppo. «Hugo chiama alle nove. Dopo la chiamata vieni di nuovo. Voglio che mi leghi le mani ai filari e mi scopi finché non riesco più a camminare. E voglio che mi lasci il culo rosso e pieno, così quando lui torna e mi abbraccia io sento ancora te.»

Trent sorrise contro la sua pelle, già a metà di un piano più sporco. La sollevò di nuovo, la portò in bagno, la lavò sotto la doccia con mani possessive, le dita che le entravano di nuovo nei buchi solo per sentirla gemere. Poi la stese sul letto matrimoniale, quello di Sonia e Hugo, e la scopò una terza volta, lenta e profonda, faccia a faccia, guardandola negli occhi mentre le diceva quanto l’avrebbe rifottuta ogni volta che l’amico fosse via.

Quando infine si staccarono, il sole stava calando rosso sulla collina. Sonia si alzò nuda, raccolse il vestito e se lo infilò senza mutandine. Si avvicinò a Trent, gli prese il cazzo ancora semi-duro tra le dita e lo strinse.

«La prossima vendemmia la facciamo da soli», mormorò. «Ma non aspetto l’anno prossimo. La settimana prossima Hugo va a un convegno a Roma per quattro giorni. Tu vieni a dormire qui. Ti voglio svegliare ogni mattina con il culo già aperto e pronto, e la sera ti faccio sborrare in gola prima di cucinare. E se ti va… ti lascio le chiavi. Così quando vuoi puoi entrarmi mentre sto piegata a raccogliere, senza preavviso. Divento la tua troia di vigna ogni cazzo di volta che lui non c’è.»

Trent la baciò di nuovo, lento, sapendo già che avrebbe tenuto quelle chiavi in tasca come un segreto caldo. La tensione non si era spenta: gli bruciava sotto la pelle, più forte di prima, e mentre la guardava sistemarsi i capelli davanti allo specchio pensava già a come l’avrebbe legata ai pali la mattina dopo, a come le avrebbe lasciato lividi sulle cosce e sborra che le colava fin dentro casa. La vigna odorava ancora di sesso. E lui aveva già deciso ogni dettaglio della prossima volta.

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