Fieno e Prime Carezze

Nel fienile toscano la trentaduenne contadina Marta e la venticinquenne Sofia si spogliano di ogni inibizione e si divorano in un sesso lesbo selvaggio

12 min read September 13, 2026New

Nel fienile della vecchia cascina toscana l’aria era densa, pesante di polvere di fieno e di quel caldo afoso di fine estate che faceva sudare anche le pietre. Marta, trentadue anni compiuti da poco, contadina fino al midollo con le braccia muscolose e le mani callose dall’aver maneggiato trattori e forconi da quando era ragazza, era china sul cofano aperto del vecchio trattore Fiat. La maglietta bianca le era già completamente bagnata di sudore e le si appiccicava alle tette pesanti, i capezzoli duri che si disegnavano nitidi contro la stoffa sottile. Accanto a lei, chinata a porgerle una chiave inglese, c’era Sofia, venticinque anni, la nipote acquisita del vicino di podere: alta, fianchi larghi, culo sodo stretto nei jeans sbiaditi e una maglietta leggera altrettanto zuppa che le marcava il seno generoso.

«Merda, questo bullone è bloccato da anni», borbottò Marta, la voce bassa e roca, mentre allungava il braccio. Il suo sguardo però non restò sul motore. Scese lungo il collo lucido di Sofia, fermandosi sul punto dove il tessuto bagnato si tendeva sui capezzoli già eretti. Sofia se ne accorse. Invece di ritrarsi, sorrise di lato, le labbra carnose umide.

«Guardi le mie tette o il trattore, Marta?», chiese con un filo di sfida, la voce un po’ rauca dal caldo. «Perché se è il trattore stai facendo un lavoro di merda.»

Marta alzò gli occhi scuri, un sorrisetto sporco le sfiorò la bocca. Da mesi, da quando Sofia aveva iniziato a dare una mano nei campi dopo essersi trasferita dal paese, quella tensione le covava sotto la pelle come un prurito continuo. L’aveva vista sudata nei filari, con i pantaloni infilati nella figa, e ogni volta si era toccata la notte immaginando di spingerle la faccia contro il fieno e di leccarle la fica fino a farla urlare. Adesso erano sole, il nonno di Sofia era sceso al paese e non sarebbe tornato prima di sera.

«Le guardo perché me le sto già immaginando nella bocca», rispose Marta senza giri di parole, raddrizzandosi. Il sudore le scorreva tra le tette. «Da mesi, Sofia. Da quando ti ho vista piegata a raccogliere le olive con quel culo che sembrava chiedere di essere scopato. Tu lo sai, vero? Che mi mangio la figa con lo sguardo ogni santo giorno.»

Sofia deglutì, le guance già rosse. Lasciò cadere la chiave inglese sul cofano con un tonfo metallico e si voltò del tutto verso di lei. Il caldo le faceva aderire i jeans all’inforcatura, e Marta scorse nettamente il contorno della mutandina. «Lo so», ammise Sofia, la voce più bassa, calda. «Io pure. Quando ti vedo con quelle braccia sporche di grasso e la maglietta appiccicata, mi si bagna tutto. Mi tocco pensando a te che mi usi come ti pare, qui in mezzo al fieno. Sono mesi che voglio che tu mi leccassi, che mi mettessi le dita dentro fino a farmi venire sulle tue mani callose.»

Il silenzio che seguì fu rotto solo dal ronzio delle mosche e dal respiro più pesante di entrambe. Marta fece un passo avanti, chiudendo la distanza. L’odore di sudore femminile e di fieno le riempì le narici. Allungò la mano destra, lenta, deliberata, e sfiorò il seno di Sofia attraverso la maglietta zuppa. Il pollice le girò attorno al capezzolo già duro, lo pinzò leggermente attraverso la stoffa. Sofia emise un gemito basso, le ginocchia che tremavano un attimo.

«Gesù, che tette morbide», mormorò Marta, avvicinando le labbra all’orecchio di Sofia. Il respiro caldo le sfiorò la pelle. «Voglio leccarle. Voglio succhiarti i capezzoli finché non ti si bagna la mutanda tutta, e poi scendere e mangiarti la figa come una porca affamata. Ti voglio sentire scorrere sulla mia lingua, Sofia. Voglio il tuo sapore addosso per giorni.»

Sofia spinse il petto contro la mano di Marta, offrendosi. «Fallo», sussurrò, già ansimante. «Usami. Voglio essere usata da te. Voglio che mi tratti da troia, che mi lecki e mi scopi con le dita e con la lingua finché non respiro più. Sono mesi che me lo immagino, cazzo… fai quello che vuoi di me.»

Marta non aspettò oltre. La mano scivolò sotto la maglietta bagnata di Sofia, trovando la carne nuda, calda, il seno pesante che riempiva il palmo. Le strinse il capezzolo tra le dita callose, tirandolo appena, e allo stesso tempo le afferrò la nuca con l’altra mano e la baciò. Fu un bacio da affamate: bocche spalancate, lingue che si cercavano subito, denti che graffiavano labbra, saliva che si mescolava al sapore di sudore. Sofia gemette dentro la bocca di Marta, le mani che le salivano sotto la maglietta a afferrarle le tette sode, a strizzarle come se volesse spremerle.

Si spinsero l’una contro l’altra, i corpi appiccicosi di caldo. Il bacino di Marta premeva contro quello di Sofia, e attraverso i jeans si sentiva già il calore umido della figa dell’altra. Marta staccò le labbra solo per abbassarsi un attimo e mordere il collo di Sofia, succhiandole la pelle salata, mentre le dita continuavano a lavorare il seno nudo sotto la maglietta. «Cazzo come sei bagnata già», ansimò contro la sua pelle. «Lo sento dal calore. Vuoi che ti levi i pantaloni qui, sul fieno, e ti lecchi finché non mi vieni in faccia?»

«Sì… sì, Marta, per favore», rispose Sofia, la voce rotta, le unghie che le graffiavano la schiena sotto la stoffa. «Spogliami. Usami. Voglio la tua bocca sulla mia figa, voglio che mi chiavi con la lingua.»

Marta la fece indietreggiare finché le spalle di Sofia non batterono contro una balla di fieno alta. Le alzò di scatto la maglietta, gliela tirò via dalla testa e se la buttò da parte. Le tette di Sofia saltarono fuori, pesanti, i capezzoli scuri e turgidi. Marta ci si buttò sopra come una famelica: le prese una in bocca, succhiando forte, la lingua che ci girava attorno, i denti che graffiavano appena. Con la mano libera le sbottonò i jeans, calò la cerniera e ficcò le dita dentro, trovando subito la mutandina già zuppa. Le sfiorò la fessura attraverso il tessuto bagnato, sentendo quanto fosse gonfia e scivolosa.

Sofia gettò la testa indietro, un gemito lungo che riempì il fienile. «Cazzo… le tue dita… sì, mettile dentro, Marta, usami come hai detto.»

Marta staccò la bocca dal seno solo per guardarla in faccia mentre le spingeva le dita sotto l’elastico della mutandina, toccando finalmente la carne nuda, calda, cascante di liquido. Le labbra della fica di Sofia erano gonfie, scivolose; Marta ci passò due dita in mezzo, raccogliendo il bagnato e portandoselo alle labbra per assaggiarlo. «Sai di fica sporca e di caldo», ringhiò, gli occhi neri. «Adoro. Adesso ti lecco per davvero.»

Le calò i jeans e le mutande insieme fino a metà coscia, senza neanche toglierli del tutto. Sofia restò così, mezzo spogliata, le tette nudae e la figa esposta, le gambe divaricate il più possibile con i pantaloni che le bloccavano le caviglie. Marta si abbassò in ginocchio sul pavimento di legno e di fieno sparso, le mani che le aprivano le cosce, e le piantò la faccia contro la fica. La prima leccata fu lunga, lenta, dalla rima fino al clitoride gonfio; il sapore le esplose in bocca, salato e dolce insieme. Sofia urlò, le mani che le afferrarono i capelli corti di Marta, spingendola di più contro di sé.

Marta leccava come una porca, senza delicatezza: lingua piatta che spalmava, punta che sforacchiava l’ingresso, labbra che succhiavano il clitoride finché Sofia non tremava. Ogni tanto alzava lo sguardo, la bocca lucida di succhi, e borbottava contro la carne bagnata: «Questa figa è mia adesso. Ti uso come voglio. Ti faccio venire finché non reggi più in piedi, e poi ti metto a cavalcioni sulla mia faccia e ti faccio sborrare di nuovo.»

Sofia ansimava parole sporche, già vicina: «Sì… lecchiami la fica, usami, sono la tua troia, Marta… cazzo leccami più forte…»

Marta le infilò due dita d’un colpo, curve, cercando quel punto ruvido dentro mentre la lingua continuava a frullare sul clitoride. Il fienile si riempiva dei suoni umidi di succhi e di dita che entravano e uscivano, del respiro affannato di Sofia, del crepitio del fieno sotto le ginocchia di Marta. La tensione dei mesi esplodeva tutta lì, nei corpi sudati che si divoravano senza freni. Marta sentiva la propria figa pulsare nei jeans, bagnata fino alle cosce, ma non si toccava ancora: voleva prima far venire Sofia sulla sua lingua, voleva assaporare ogni goccia.

Quando Sofia cominciò a contrarsi, le cosce che le stringevano la testa, Marta non rallentò. Continuò a leccare e a scoparla con le dita, più veloce, più grezza, finché Sofia non scoppiò con un grido roco, la fica che le pulsava a scatti contro la bocca, il liquido che le colava sul mento. Marta leccò tutto, inghiottendo, gemendo di soddisfazione contro quella carne che si contraeva.

Ma non si fermò del tutto. Lasciò le dita dentro, lente adesso, mentre si rialzava abbastanza da baciare Sofia sulla bocca, facendole assaggiare il proprio sapore. «Non ho finito con te», mormorò contro le sue labbra, la voce roca di lussuria. «Adesso ti giro, ti piego su quella balla di fieno e ti leccio il culo mentre ti scopo di nuovo con le dita. E poi ti faccio leccare la mia figa finché non mi vieni a tua volta in faccia. Sei pronta a essere usata per davvero, troia?»

Sofia, ancora tremante per l’orgasmo, con le gambe molli e i jeans a metà coscia, annuì con gli occhi lucidi di voglia. «Sì… usami tutta, Marta. Sono tua. Fai quello che vuoi.»

Marta le sorrise sporco, le dita ancora sepolte nella fica calda e pulsante, e la fece girare verso la balla di fieno. La tensione non era affatto esaurita: stava solo cominciando a montare di nuovo, più grezza, più affamata, mentre fuori il sole picchiava ancora sull’aia deserta e dentro il fienile i due corpi sudati si preparavano a divorarsi senza lasciare un centimetro di pelle intatto.

Marta non le diede tempo di riprendere fiato. Con un gesto brusco le strappò i jeans e le mutande del tutto, facendoli scivolare lungo le cosce sudate fino a lasciarli ammucchiarsi alle caviglie. Poi la spinsse forte contro il mucchio di fieno alto, facendola cadere a pancia in su tra le balle odorose. I fili d’erba le graffiarono la schiena nuda mentre Marta le divaricò le gambe con le mani callose e le si gettò addosso come una bestia.

«Apriti, troia bagnata», ringhiò, la voce roca di saliva e di voglia. «Voglio leccarti finché non mi colli tutta in gola.»

La lingua di Marta si conficcò subito tra le labbra gonfie di Sofia, succhiandole il clitoride con avidità crudele. Non c’era delicatezza: solo fame. La succhiava forte, tirandolo tra le labbra, facendolo schioccare, mentre due dita rientravano di colpo nella figa ancora pulsante dell’orgasmo precedente. Sofia urlò, le unghie che si conficcavano nel fieno, i fianchi che si sollevavano contro la bocca affamata. Marta borbottava contro quella carne scivolosa: «Che figa di merda… sei una troia zuppa, Sofia, una puttana di campagna che si bagna solo a sentirsi usare. Ti mangio tutta, ti succhio il clitoride finché non mi sborri in faccia di nuovo, pezzo di culo.»

Il sapore salato le riempiva la bocca, il liquido le colava sul mento e sul collo. Sofia gemette parole rotte: «Sì… lecchiami così, usami, sono la tua troia bagnata… cazzo, Marta, più forte… succhiami quel clitoride da porca…» Le cosce le tremavano già, il calore le saliva di nuovo come un’ondata. Marta non rallentò. Lingua piatta, poi a punta, denti che graffiavano appena, dita curve che cercavano il punto dentro e lo strofinavano senza pietà. Il fienile riempiva di suoni umidi, di schiocchi, di gemiti osceni.

Quando Sofia fu di nuovo sul bordo, Marta si staccò all’improvviso, la faccia lucida di succhi. Si sdraiò di schiena sul fieno sparso e le fece un segno. «A cavalcioni. Adesso mi metti il culo in faccia e ti fai leccare dove ti pare, troia. Soffocami con quella fica.»

Sofia obbedì subito, le gambe ancora molli. Si sistemò sopra il volto di Marta, abbassandosi finché le natiche sode non le premettero contro la bocca. Marta afferrò i fianchi larghi e le conficcò la lingua dritta nel buco del culo, leccandolo grezzo, spingendo dentro, assaggiando il sapore più forte e sporco. Sofia ansimò, spingendosi indietro. «Oh cazzo… sì, lecchiami il culo, Marta… mettici la lingua… sono una porca, usami lì…» Marta le leccava l’ano e poi scendeva di nuovo alla figa, succhiando le labbra gonfie, bevendo il bagnato che le colava. Alternava: lingua nel culo, poi figa, poi di nuovo, finché Sofia non si strofinava selvaggia sulla sua faccia, lasciando scorrere i succhi sul naso, sulle guance, sul mento. Marta gemette sotto di lei, la propria figa che pulsava dolorosamente nei jeans ancora allacciati.

Sofia non resistette a lungo. Si alzò, si voltò e ribaltò tutto. Tirò giù i pantaloni di Marta con furia, le strappò i jeans e le mutande, esponendo la fica scura, pelosa, già cascante di liquido. «Adesso tocco a me scoparti», ansimò Sofia, gli occhi lucidi. Si chinò sulle tette pesanti di Marta, le prese un capezzolo in bocca e lo succhiò forte mentre due dita le entravano di colpo nella figa. Marta gemette grosso, le mani che le afferravano i capelli. Sofia scopava con le dita profonde, curve, mentre succhiava e mordeva i capezzoli duri. «Che figa stretta… sei bagnata come me, troia di merda. Ti scopo le dita finché non mi vieni sulle mani callose. Dimmi che sei la mia puttana.»

«Sono la tua puttana», ringhiò Marta, i fianchi che spingevano contro le dita. «Scopami più forte, Sofia… succhiami le tette… usami.»

Si rotolarono sul fieno. Finirono in un sessantanove selvaggio: Sofia a cavalcioni al contrario, leccando la figa di Marta con la stessa avidità mentre Marta le risucchiava il clitoride e le conficcava la lingua nel culo. Lingue, dita, saliva, succhi che si mescolavano. Gemiti osceni riempivano l’aria densa: «Lecchiami quella figa di merda… più fondo… sono la tua troia da fienile… scopami la lingua… cazzo come sai di puttana…»

Poi si alzarono, si strinsero petto contro petto, e cominciarono a tribbar. Figa contro figa, clitoridi che si strofinavano frenetici, umidi, scivolosi. Marta le afferrò il culo e la premette più forte, i bacini che sbattevano grezzi. Sofia le morsicò la spalla, ansimando: «Sì… fregami la figa così… usami come un pezzo di carne… sono la tua troia bagnata, Martuzza… fammi venire sulla tua fica…» I movimenti diventarono più veloci, più disperati, il fieno che crepitava sotto di loro, i seni che sbattevano, il sudore che scorreva tra le tette e lungo le schiene. Dirty talk umiliante usciva a raffiche: «Puttana di campagna… figa da mungere… ti scopo finché non reggi più… sborrami addosso…»

Arrivarono insieme. L’orgasmo fu violento, quasi doloroso: Sofia strinse le cosce di Marta tra le sue, la fica che pulsava a scatti contro l’altra, un grido roco che le uscì dalla gola mentre il liquido le colava caldo sulle cosce. Marta venne con un ringhio basso, le unghie conficcate nei fianchi di Sofia, il corpo che si contraeva a ondate lunghe, lasciando scorrere i propri succhi contro quelli dell’altra. Tremarono agganciate, ansimanti, ancora strette l’una all’altra sul mucchio di fieno, i corpi lucidi di sudore e di bagnato.

Pian piano i respiri si calmarono. Sofia scese, si distese accanto a Marta e le prese il volto tra le mani. Si baciarono languidamente, lingue lente che si assaggiavano ancora sporche di succhi, di saliva, del sapore di entrambe. Il bacio era dolce e sporco insieme, labbra gonfie che si succhiavano senza fretta. Marta le accarezzò un seno con la mano callosa, lenta.

«Ogni volta che il fienile sarà vuoto», mormorò Sofia contro le sue labbra, la voce rauca. «Ogni volta che il nonno scende al paese… voglio questo. Voglio che mi usi così. Promettimelo.»

Marta sorrise, sporca e soddisfatta. «Te lo prometto. Ogni cazzo di volta. Questa figa è mia adesso, e la tua pure. È solo l’inizio della nostra roba segreta e sporca.»

Si alzarono piano, si rivestirono alla meno peggio tra sorrisi complici e dita che ancora si sfioravano. Sofia raccolse la maglietta bagnata, Marta sistemò i jeans. Si guardarono un’ultima volta, sudate, con i capelli pieni di fili di fieno, e si seppararono all’ingresso del fienile con un sorriso che diceva tutto: sapevano entrambe che da quel pomeriggio niente sarebbe più stato uguale, che il caldo afoso e l’odore di fieno avrebbero sempre portato il ricordo di lingue e dita e orgasmi violenti.

E mentre Sofia scendeva il sentiero verso casa con le gambe ancora tremanti e il sapore di Marta ancora in bocca, Marta chiuse il portone e sussurrò tra sé un’ultima verità che ribaltava ogni cosa: il trattore non si era mai bloccato per davvero.

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