Scoperta Nuda al Festival: L’Amica che Mi Desiderava

Le mie amiche Yara e Gwen si spogliano nel bosco del festival, si leccano la figa a 69 e squirtano come fontane prima di continuare a scopare tutta

24 min read September 05, 2026New

Il sole cocente schiacciava il festival come una mano calda e crudele. Yara sentiva già il sudore scorrerle tra le tette, la canotta bianca attaccata alla pelle, i capezzoli duri che si disegnavano sotto il tessuto sottile ogni volta che alzava le braccia a ballare. Gwen le stava appiccicata al fianco da ore, i capelli castani raccolti in una coda scarmigliata, le guance rosse, le labbra lucide di quel gloss alla ciliegia che Yara sognava di leccare da mesi.

Avevano venticinque anni tutte e due, migliori amiche da una vita, eppure qualcosa era cambiato nell’ultimo anno. Gli sguardi di Gwen duravano un secondo di troppo. Quando si cambiavano nello stesso camerino prima di uscire, Gwen restava ferma a fissarle il culo nudo con una fame che faceva venire la pelle d’oca. Yara fingheva di non accorgersene, ma la figa le pulsava ogni volta. Sapevano entrambe. Non se lo erano mai dette.

La bassissima elettronica martellava il petto mentre ballavano nella polvere. Yara sentiva il calore di Gwen alle spalle, le mani di lei che di tanto in tanto le sfioravano i fianchi «per tenersi in equilibrio», le dita che restavano un attimo di più del necessario. Sudavano. Odore di pelle calda, di crema solare e di eccitazione nascosta. A un certo punto Gwen le mise la bocca all’orecchio, la lingua che quasi toccava il lobo:

«Non ce la faccio più. Sto bollendo. Vieni con me nel bosco, c’è un’ombra fittissima laggiù. Dobbiamo rinfrescarci o mi sciolgo.»

Yara girò la testa. Il respiro di Gwen le sfiorò le labbra. Per un secondo pensò di baciarla lì, in mezzo alla folla, di spingerle la lingua in gola e farle sentire quanto era bagnata. Invece annuì soltanto, la voce roca:

«Portami.»

Si allontanarono dalla pista principale, scavalcando un cordone di nastro arancione e inoltrandosi tra gli alberi. Il rumore del festival diventava un ronzio lontano. Qui l’aria era più fresca, umida di muschio e di terra. Gwen camminava davanti, il shorts di jeans che le entrava in mezzo alle chiappe a ogni passo. Yara non riusciva a staccare gli occhi da quel culo tondo, dalle cosce lucide di sudore. Si morse il labbro inferiore fino a sentire il sapore metallico.

Dopo cinque minuti di sentiero stretti trovarono una radura piccola, protetta da faggi alti. Gwen si fermò, si girò, e sorrise con quella luce sporca negli occhi che Yara conosceva troppo bene.

«Finalmente. Nessuno ci sente.»

Si tolse la canotta con un gesto secco. Le tette le saltarono fuori, pesanti, i capezzoli scuri già duri. Yara restò ferma, la gola secca.

«Gwen… cazzo.»

«Cosa? Hai caldo anche tu. Togliti quella merda.» Gwen si avvicinò, le dita che afferrarono l’orlo della canotta di Yara e la tirarono su lentamente, le nocche che sfioravano la pancia sudata, il fondo-schiena. Yara alzò le braccia senza resistere. Rimase a torace nudo, le tette più piccole di quelle di Gwen ma sodi, i capezzoli rosa che puntavano dritti verso l’amica.

Gwen non distolse lo sguardo. Inspirò forte.

«Da mesi ti guardo così. Sai che lo so, vero? Sai che mi bagno i mutandini ogni volta che ti spogli in camerino. Mi lecco le dita dopo e penso a come saprebbe la tua figa.»

Yara sentì un colpo caldo basso nella pancia. La voce le uscì rauca:

«Io… io pure. Quando mi tocco di notte è sempre la tua faccia che vedo. Il tuo culo. Immagino di spingerti la faccia nella mia fica e di venire dritta in bocca.»

Gwen emise un suono basso, quasi un gemito. Si sfilò gli shorts e le mutandine insieme. La figa le apparve rasata, le labbra già lucide, un filo di bava che le colava lungo la coscia interna. Yara deglutì.

«Guardami,» sussurrò Gwen. «Sono già pronta. Da quando ballavamo. Il tuo culo contro il mio grembo mi ha fatta groundere in silenzio tre volte.»

Yara si liberò dei propri shorts con mani tremanti. Rimase nuda anche lei. L’aria fresca le leccò la figa calda; si sentiva spudoratamente bagnata, le labbra gonfie, il clitoride che pulsava come un secondo cuore. Gwen la osservò da capo a piedi e si leccò le labbra.

«Vieni qui.»

Si sedettero sull’erba morbida, una di fronte all’altra, le ginocchia che si toccavano. Gwen allungò una mano e posò il palmo caldo sulla coscia interna di Yara, salendo millimetro dopo millimetro fino a sfiorare le labbra bagnate senza entrare. Yara trasalì.

«Sei fradicia,» mormorò Gwen. «Fradicia per me.»

«Lo sono da mesi, stronza. Non fermarti.»

Le dita di Gwen scivolarono finalmente tra le pieghe, raccolsero il succo denso e lo portarono alla bocca. Succhiò le dita con un gemito gola-profondo, gli occhi chiusi.

«Dolce. Salata. Esattamente come immaginavo. Voglio leccarti tutta. Voglio che mi spremi la figa in faccia finché non mi affoghi.»

Yara non resistette più. Afferrò Gwen per la nuca e la baciò. Lingue che si cercavano, denti che graffiavano labbra, saliva che si mescolava al sapore della figa di Yara ancora sulle dita di Gwen. Si strinsero tette contro tette, i capezzoli che si strofinavano, le mani che scendevano a impastare culi e cosce. Gwen spinse Yara a terra sull’erba, si mise a cavalcioni di una coscia e cominciò a strusciare la figa bagnata contro la pelle di Yara, lasciando scie lucide.

«Senti come scivolo,» ansimò. «Senti quanto ti voglio. Da mesi mi faccio venire pensando a te che mi scoperesti con la lingua, che mi apriresti le chiappe e mi lecceresti il buco del culo mentre mi ficchi tre dita in fica.»

Yara le afferrò i fianchi e la fece strusciare più forte, sollevando il bacino per farle sentire la propria umidità contro la coscia.

«Fallo. Leccamela adesso. Voglio vederti con la faccia piena della mia figa.»

Gwen scese lungo il corpo di Yara baciando ogni centimetro di pelle sudata: lo sterno, il ventre, l’osso del pube. Aprì le cosce di Yara con le mani e restò a guardare, il respiro caldo che colpiva direttamente il clitoride scoperto.

«Cazzo che fica bella. Gonfia, rosa, che cola. Sto per mangiarla come una troia affamata.»

La lingua di Gwen partì dal perineo e salì lenta, larga, raccogliendo tutto il liquido fino al clitoride. Yara gridò a denti stretti, le mani nei capelli di Gwen, i fianchi che si sollevavano. Gwen succhiò il clitoride tra le labbra, lo fece scoppiettare, ci girò intorno con la punta della lingua mentre due dita entravano piano nella figa stretta e calda.

«Più a fondo,» gemette Yara. «Scopami con le dita mentre mi lecchi. Voglio venire in faccia tua.»

Gwen obbedì, le dita che pompava in un ritmo sporco, il palmo che schiaffeggiava leggermente il clitoride a ogni spinta. Il suono umido e osceno riempiva la radura. Yara sentiva già l’orgasmo costruire, le cosce che tremavano, la pancia che si contraeva.

«Sto… sto per squirtare,» avvertì con voce rotta. «Non togliere la bocca. Bevimi.»

Gwen raddoppiò la velocità, le dita piegate a cercare il punto gonfio all’interno, la bocca che succhiava forte. Yara esplose con un urlo soffocato, un getto caldo che schizzò contro la lingua e il mento di Gwen. Gwen gemette di piacere mentre beveva, leccando e succhiando ogni goccia, la faccia lucida di sesso.

Ma non si fermò. Continuò a leccare la figa ipersensibile di Yara con lenti giri di lingua, le dita ancora dentro, finché Yara non cominciò a tremare di nuovo, a spingere il bacino contro la bocca.

«Ancora,» singhiozzò Yara. «Ancora, puttana, fammi venire di nuovo. Poi voglio il sessantanove. Voglio leccarti mentre tu mi mangii. Voglio che squirtimo insieme finché l’erba non diventa un pantano.»

Gwen sollevò la testa, il mento gocciolante, gli occhi scuri di lussuria.

«Lo faremo. Ti aprirò le gambe e ti leccerò la figa finché non urli il mio nome. Poi mi siederò sulla tua faccia e ti coprirò di sborra femminile. Tutta la notte, Yara. Nessuno ci cerca qui. Possiamo scoparci come due troie fino all’alba.»

Si strinsero di nuovo in un bacio pieno del sapore della figa di Yara. Le mani di Gwen tornarono tra le cosce di entrambe, le dita che entravano e uscivano, i gemiti che si mescolavano al vento tra le foglie. Yara sentiva il cuore battere nella gola, la figa che già si riempiva di nuovo di liquido caldo. Sapeva che quella era solo l’inizio. Che Gwen l’avrebbe fatta squirtare finché non avrebbe più avuto fiato, e che lei avrebbe restituito ogni leccata, ogni spinta, ogni urlo.

Gwen si stese accanto a lei sull’erba, una gamba gettata sopra il bacino di Yara, le dita ancora lazy a giocherellare con il clitoride gonfio.

«Guardami mentre ti tocco,» sussurrò. «Voglio vedere i tuoi occhi quando ti faccio venire la terza volta. Poi ti giro a novanta e ti metto la figa in faccia. Sei pronta a leccarmi come mi merito, amore mio sporco?»

Yara annuì, le labbra aperte, il respiro corto. Le dita di Gwen accelerarono di nuovo, il pollice che strofinava il clitoride in cerchi stretti. Lontano, il bass del festival pulsava come un secondo cuore. Qui, tra gli alberi, c’erano solo i suoni umidi delle dita nella figa, i gemiti bassi, l’odore forte di sesso e sudore. Yara chiuse gli occhi un attimo, poi li riaprì e fissò Gwen dritto in faccia mentre l’orgasmo cominciava a costruirsi di nuovo, lento e inevitabile, e sapeva che quando sarebbe venuta avrebbe chiesto il sessantanove con la voce rotta di chi non ha più niente da nascondere.

Yara teneva gli occhi fissi in quelli di Gwen mentre le dita dell’amica acceleravano sul clitoride gonfio, tre dita ormai affondate fino alle nocche nella figa stretta e ribollente. Il pollice di Gwen strofinava in cerchi stretti, grassi di succo, e ogni tanto schiaffeggiava piano la carne scivolosa producendo un suono umido e volgare che faceva rizzare i peli sulla nuca di Yara. L’orgasmo saliva lento, pesante, come lava che premeva dal basso ventre.

«Guardami,» ripetè Gwen, la voce roca di saliva e di figa. «Voglio vederti squirtare di nuovo con quegli occhi da troia. Dimmi quanto ti piace.»

«Mi piace da morire,» ansimò Yara, le cosce che già tremavano. «Le tue dita mi aprono così bene… cazzo, sento il punto G che pulsa contro le tue nocche. Non fermarti, puttana, spremimi.»

Gwen piegò le dita e pompò più forte, il palmo che batteva ritmicamente contro le labbra gonfie. Yara sollevò il bacino, spingendo contro la mano, e il terzo orgasmo la travolse come un pugno caldo. Un getto potente schizzò fuori, bagnando il polso e l’avambraccio di Gwen fino al gomito, schizzi caldi che caddero sull’erba già umida. Yara urlò a denti stretti, le unghie conficcate nella spalla dell’amica, il corpo che si contorceva mentre la figa si contraeva a ondate intorno alle dita.

Gwen non ritirò la mano. Continuò a muoverla lentamente, raccogliendo il liquido e portandolo alle labbra di Yara.

«Leccami le dita. Assaggia quanto sei stata brava a farmi la fontana.»

Yara aprì la bocca e succhiò vorace, la lingua che girava intorno a ogni falange, il sapore salato e dolce della propria sborra femminile che le riempiva la gola. Gemette mentre inghiottiva, gli occhi ancora lucidi di piacere.

«Adesso il sessantanove,» disse Gwen, la voce bassa e decisa. «Ti giro. Voglio la tua bocca sulla mia figa mentre ti mangio di nuovo. Voglio che squirtamo insieme finché l’erba non diventa un pantano di scolo.»

Si mossero con urgenza affamata. Gwen si stese sulla schiena sull’erba fresca, le cosce spalancate, la figa rasata che luccicava di bava densa che già le colava verso il buco del culo. Yara si voltò sopra di lei a novanta gradi, le ginocchia ai lati della testa di Gwen, il culo pieno e sudato che scendeva piano fino a posare la figa ancora pulsante direttamente sulla bocca aperta dell’amica. Allo stesso tempo abbassò la faccia tra le cosce di Gwen e inspirò a fondo l’odore forte, muschiato, di figa calda e sudore di festival.

«Cazzo che profumo,» mormorò Yara contro le labbra gonfie. «Da mesi sogno di affogare qui.»

La lingua di Yara partì larga dalla base, risalì raccogliendo tutto il succo fino al clitoride duro come un sassolino, poi lo succhiò forte tra le labbra. Gwen rispose subito: la sua bocca si chiuse vorace sulla figa di Yara, la lingua che si conficcò in profondità nel buco ancora stretto dal terzo orgasmo, leccando e succhiando con rumori osceni di schiocco e gorgoglio. Le mani di Gwen afferrarono le chiappe di Yara e le aprirono, i pollici che premevano ai lati del buco del culo, massaggiandolo mentre la lingua lavorava.

Yara gemette dritto nella figa di Gwen, il suono vibrato che faceva contrarre le cosce dell’amica. Spinse due dita dentro Gwen e le fece a forbice, aprendo le pareti calde e vellutate mentre la lingua batteva rapida sul clitoride. Gwen ricambiò con tre dita profonde nella figa di Yara, il ritmo sincrono, sporco, le unghie che graffiavano leggermente le pareti interne.

«Lecca più a fondo, amore,» ansimò Gwen contro la carne bagnata, la voce muffa. «Metti la lingua nel buco del culo mentre mi scopi con le dita. Voglio sentirmi aperta da te in tutti i buchi.»

Yara obbedì senza esitazione. Spostò la lingua più in basso, leccò il perineo scivoloso e poi conficcò la punta nel buco stretto del culo di Gwen, girandola in cerchi lenti mentre le dita pompavano più veloci nella figa. Gwen urlò di piacere soffocato, la bocca ancora affondata tra le labbra di Yara, e ricambiò: la sua lingua salì fino al clitoride di Yara, lo succhiò forte, poi scese e spinse la punta rigida nel buco del culo di Yara, entrando un centimetro, due, mentre le dita continuavano a scoparla senza pietà.

Si strusciavano una sull’altra, tette che pendevano e sfioravano pance sudate, capezzoli duri che graffiavano la pelle. Il suono era pure filth: succhi, schiocchi bagnati, gemiti gutturali, il fruscio dell’erba sotto i corpi che si muovevano. Yara sentiva il clitoride di Gwen pulsare contro le labbra, il sapore denso che le riempiva la bocca, e sapeva di essere fradicia di nuovo, un filo continuo di liquido che colava dritto nella gola di Gwen.

«Sto per squirtare di nuovo,» avvertì Yara, la voce rotta, il culo che si contraeva intorno alla lingua di Gwen. «Bevimi tutta, troia. Voglio vederti annegare nella mia sborra.»

Gwen raddoppiò gli sforzi, le dita piegate a gancio che strofinavano il punto gonfio all’interno di Yara, la lingua che alternava tra figa e culo con fame bestiale. Yara esplose per la quarta volta, un getto potente che schizzò dritto nella bocca aperta di Gwen, bagnandole mento, collo e tette. Gwen gemette di gusto mentre beveva a grandi sorsate, la gola che si muoveva per inghiottire, e nello stesso istante la sua figa si strinse violentemente intorno alle dita di Yara.

«Anch’io… cazzo, Yara, ti sto venendo in faccia!»

Il getto di Gwen partì forte, caldo, salato, schizzando contro la lingua e le guance di Yara, gocce che le colavano sul naso e sulle labbra. Yara non si tirò indietro: aprì la bocca larga e bevve, leccò, succhiò ogni goccia, la faccia lucida di sesso femminile mentre continuava a pompare le dita e a leccare il clitoride ipersensibile. Si tennero così, bocche affondate, corpi che tremavano a ondate, squirtando a turni finché l’erba sotto di loro non fu un pantano scivoloso di liquido caldo e sudore.

Quando i tremori calarono un poco, Gwen spinse leggermente il bacino di Yara di lato e si liberò abbastanza da parlare, la voce rauca e piena di saliva e sborra.

«Non ho ancora finito con te. Voglio sedermi sulla tua faccia e strofinarmi finché non mi fai venire di nuovo solo con la lingua. Poi ti metto a quattro zampe e ti leccio il culo mentre ti ficco quattro dita in figa. Voglio sentirti urlare il mio nome tra gli alberi.»

Yara, ancora a testa in giù, leccò un’ultima volta le labbra gonfie di Gwen e sorrise contro di esse, il cuore che batteva selvaggio.

«Fallo. Usami come la tua puttana personale. Da mesi mi tocco immaginando esattamente questo. Siediti. Coprimi il naso e la bocca con la tua figa. Voglio soffocare nel tuo sapore mentre mi scopi la faccia.»

Gwen si alzò in ginocchio, il corpo scintillante di sudore e di scolo, le tette pesanti che oscillavano. Si posizionò a cavalcioni del viso di Yara, abbassandosi lentamente finché le labbra bagnate non si posarono direttamente sulla bocca aperta. Yara alzò la testa e affondò la lingua in profondità, le mani che salivano ad afferrare le chiappe di Gwen e ad aprirle, i pollici che premevano sul buco del culo ancora umido di leccate precedenti.

Gwen cominciò a dondolarsi, strofinando la figa avanti e indietro sulla lingua e sul naso di Yara, lasciando scie lucide su tutto il viso. Gemiti bassi le uscivano dalla gola mentre si teneva i capelli, gli occhi chiusi di puro piacere.

«Sì… così… leccami il clitoride mentre mi muovo. Ah, cazzo, senti come scivolo sulla tua faccia. Sei la mia troia preferita, Yara. Da stasera ti scoperò ogni volta che vorrai. Ti farò squirtare sul divano di casa, sotto la doccia, ovunque.»

Yara rispose solo con la lingua più aggressiva, succhiando, leccando, spingendo il naso contro il clitoride mentre Gwen si strusciava più forte. Una mano di Yara scese tra le proprie cosce e si ficcò tre dita nella figa ancora gocciolante, scopandosi al ritmo delle spinte di Gwen. L’aria della radura era satura dell’odore pesante di sesso, di muschio e di pelle calda. Lontano il bass del festival pulsava ancora, ma qui c’erano solo i suoni umidi di lingue e dita, i gemiti sempre più alti, i corpi che non riuscivano a staccarsi.

Gwen accelerò le spinte, la figa che schiaffeggiava il viso di Yara con schiocchi bagnati, e Yara sentì un altro orgasmo costruire basso e inevitabile mentre si scopava con le dita. Sapeva che non avrebbero smesso presto. Che dopo questa cavalcata Gwen l’avrebbe girata, leccata di nuovo, digitata più a fondo, forse avrebbero grattato le unghie sulla schiena l’una dell’altra fino a lasciare segni rossi. La tensione non calava: cresceva, sporca e affamata, pronta a esplodere ancora e ancora tra gli alberi, lontano da tutti, con tutta la notte davanti e nessun limite rimasto da rispettare.

Gwen accelerò le spinte sulla faccia di Yara, la figa calda e fradicia che schiaffeggiava labbra e naso con schiocchi umidi e osceni. Yara ansimava sotto di lei, la lingua conficcata in profondità nel buco stretto, il naso schiacciato contro il clitoride duro mentre le dita si pompava da sola nella propria figa gocciolante. Il sapore salato e muschiato di Gwen le riempiva la gola; ogni oscillazione lasciava scie lucide su guance e mento. Gwen gemette forte, le mani conficcate nei capelli di Yara, le tette pesanti che ballavano a ogni movimento.

«Cazzo, Yara… la tua lingua mi apre tutta. Succhiami più forte, troia. Voglio squirtarti dritto in gola.»

Yara obbedì, succhiando il clitoride tra le labbra gonfie e spingendo la lingua più a fondo, mentre le dita di Gwen le afferravano le chiappe e le aprivano, un pollice che premeva sul buco del culo ancora umido. L’orgasmo di Yara esplose all’improvviso: le cosce si chiusero a scatto intorno alla propria mano, un getto caldo che le schizzò sul ventre e sull’erba. Gwen sentì le vibrazioni contro la figa e raddoppiò la velocità, strofinandosi come una bestia in calore finché anche lei non venne con un urlo rauco, un getto potente che allagò la bocca di Yara. Yara bevve tutto, la gola che si muoveva a inghiottire, la faccia lucida di sborra femminile.

Ma non bastava. Gwen scese tremante, le ginocchia deboli, e afferrò Yara per i polsi. La trascinò in piedi con forza affamata, spingendola contro il tronco liscio di un faggio grosso. La corteccia graffiò la schiena nuda di Yara; l’aria fresca le leccò i capezzoli ancora duri. Gwen le divaricò le gambe con un ginocchio, le mani che le sollevavano le cosce finché Yara non restò semi-sospesa, la figa esposta, aperta, ancora pulsante e colante.

«Guardami mentre te la mangio,» ansimò Gwen, gli occhi scuri. «Da mesi sogno di farti urlare attaccata a un albero come una puttana qualsiasi.»

Yara non riuscì a rispondere. Gwen si inginocchiò sull’erba umida, il viso a pochi centimetri dalla figa gonfia e rosa. Inspirò l’odore forte di sesso e sudore, poi affondò la bocca con avidità. La lingua partì larga dal perineo, risalì raccogliendo tutto il liquido denso fino al clitoride scoperto, lo succhiò forte tra le labbra e lo fece scoppiettare. Due dita entrarono subito, piegate, cercando il punto gonfio. Yara urlò, la testa che batté contro il tronco, le unghie che si conficcarono nella corteccia.

«Ah… cazzo, Gwen! Più a fondo… leccami come una troia affamata. Senti come colo per te.»

Gwen gemette contro la carne bagnata, il suono vibrato che faceva contrarre le pareti di Yara. Lecava con fame bestiale: lingua piatta che spazzava le labbra, punta che girava rapida sul clitoride, dita che pompava in ritmo sporco producendo schiocchi umidi. Ogni tanto alzava lo sguardo, il mento gocciolante, e fissava Yara dritto negli occhi mentre spingeva la lingua nel buco stretto. Yara sentiva l’orgasmo salire di nuovo, pesante, le cosce che tremavano contro le spalle di Gwen. Il pensiero le attraversò la mente confusa: mesi di sguardi rubati, di mutandine bagnate in camerino, e adesso questa bocca vorace che la divorava sotto gli alberi, lontano dal bass del festival.

«Sto… sto per venire,» singhiozzò Yara, i fianchi che spingevano contro la faccia di Gwen. «Non togliere la bocca. Bevimi tutta, puttana.»

Gwen raddoppiò, le dita a gancio che strofinavano il punto G, la bocca che succhiava il clitoride senza pietà. Yara esplose con un urlo lungo e osceno che si perse tra le foglie: un getto potente schizzò dritto sulla lingua e sul mento di Gwen, bagnandole collo e tette. Gwen non si tirò indietro; leccò e bevve ogni goccia, gemendo di gusto mentre la figa di Yara si contraeva a ondate intorno alle dita.

Ancora tremante, Yara scivolò a terra, trascinando Gwen con sé sull’erba già pantanosa di scolo. Si girarono con urgenza, una sull’altra a novanta gradi. Yara si stese sulla schiena, le cosce spalancate; Gwen si sistemò sopra di lei, la figa calda che scendeva sulla bocca aperta di Yara mentre abbassava la propria faccia tra le labbra gonfie dell’amica. Il sessantanove le chiuse in un cerchio umido e affamato.

«Adesso ti succhio il clitoride finché non urli di nuovo,» mormorò Gwen contro la figa di Yara, la voce muffa. «E tu mi lecchi come mi merito, amore sporco.»

Yara affondò subito: lingua larga che spazzava le labbra di Gwen, raccogliendo il succo denso che già colava, poi succhiò il clitoride duro tra le labbra e ci girò intorno con la punta. Allo stesso tempo ficcò tre dita nella figa stretta di Gwen, aprendole a forbice. Gwen ricambiò con la stessa fame: bocca vorace sulla figa ancora sensibile di Yara, lingua che alternava tra clitoride e buco, due dita profonde che pompava mentre l’altra mano le apriva le chiappe e massaggiava il buco del culo con il pollice umido.

Si succhiavano clitoride e labbra con rumori osceni di schiocchi, gorgoglii, gemiti gutturali. Alternavano i ruoli senza staccarsi: quando Yara spingeva la lingua nel culo di Gwen e le dita nella figa, Gwen faceva lo stesso, la punta rigida che entrava un centimetro nel buco stretto di Yara mentre le dita la scopavano senza pietà. Tette che pendevano e sfioravano pance sudate, capezzoli duri che graffiavano. L’odore pesante di figa e sborra satura la radura; l’erba sotto di loro diventava un pantano scivoloso.

«Lecca più a fondo,» ansimò Gwen dritto nella carne bagnata. «Metti la lingua nel mio culo mentre mi scopi. Voglio sentirmi aperta da te ovunque.»

Yara obbedì, conficcando la lingua nel buco stretto e girandola mentre le dita acceleravano. Gwen urlò di piacere soffocato e ricambiò, la lingua che spingeva nel culo di Yara, le dita piegate a cercare il punto gonfio. Si sentivano l’una l’altra avvicinarsi: clitoridi che pulsavano contro le labbra, fighe che si stringevano, corpi che tremavano.

«Sto per squirtare… cazzo, Gwen, bevimi!» gridò Yara, il culo che si contraeva intorno alla lingua.

Gwen non si fermò. Succhiò più forte, le dita a gancio. Yara venne con un getto abbondante che schizzò dritto nella bocca aperta di Gwen, bagnandole faccia e collo. Gwen gemette di gusto mentre beveva, e nello stesso istante la sua figa esplose: un getto caldo e potente che allagò la bocca di Yara, gocce che le colavano su naso e guance. Yara non si tirò indietro; aprì la bocca larga, leccò, succhiò, bevve tutto mentre continuava a pompare le dita e a leccare il clitoride ipersensibile. Si tennero così, bocche affondate, squirtando a ondate finché i tremori non le lasciarono esauste, l’erba un pantano di liquido caldo e sudore.

Gwen rotolò di lato, ancora ansimante, la faccia lucida, e si strinse a Yara. Le dita le tornarono tra le cosce, lazy, a giocherellare con il clitoride gonfio.

«Non abbiamo finito,» sussurrò, la voce roca. «Voglio che mi metti a quattro zampe e mi lecchi il culo mentre ti ficco la faccia nella figa. Poi ti legherò i polsi con la mia canotta e ti farò venire finché non piangerai di piacere. Tutta la notte, Yara. Il festival può andare a farsi fottere.»

Yara sorrise contro la spalla sudata di Gwen, il cuore che batteva selvaggio, la figa che già si riempiva di nuovo di liquido caldo. Sapeva che era solo l’inizio di qualcosa di più sporco, più profondo. Le mani di Gwen scesero di nuovo, le dita che entravano lente, e lontano il bass del festival pulsava come una promessa di altre ore di fame da soddisfare tra gli alberi.

Gwen non le diede tregua. Con un gesto deciso rovesciò Yara a quattro zampe sull’erba pantanosa, le chiappe alzate, la schiena inarcata, la figa ancora aperta e gocciolante che guardava dritto verso di lei. L’aria fresca del bosco le leccò le labbra gonfie e il buco del culo ancora lucido di saliva. Yara gemette, le unghie conficcate nella terra umida, il culo che si muoveva indietro cercando il contatto.

«Aprile bene, troia mia,» ansimò Gwen, la voce roca di sesso. «Voglio vederti tutto. Voglio leccarti il culo finché non piangi e poi ficcarti quattro dita fino al polso.»

Yara obbedì, allargando le cosce, offrendosi completamente. Gwen si inginocchiò dietro di lei, le mani che le aprivano le chiappe con forza, i pollici che massaggiavano il buco stretto ancora umido. La lingua partì larga dal clitoride, risalì raccogliendo tutto il liquido denso che colava, poi si conficcò dritta nel culo di Yara. Girò, spinse, leccò in profondità mentre tre dita entravano nella figa con un suono umido e osceno. Yara urlò, la testa che si abbassò sull’erba, i capezzoli che graffiavano il terreno.

«Cazzo, Gwen… la lingua nel culo… più a fondo, puttana, scopami così. Sento le tue dita che mi aprono tutta.»

Gwen non si fermò. Aggiunse il quarto dito, le piegò a gancio cercando il punto gonfio, mentre la lingua lavorava il buco del culo con fame bestiale, entrando e uscendo, lasciando scie di saliva. Il suono era puro filth: schiocchi bagnati, gemiti gutturali, il fruscio dei corpi sull’erba fradicia. Yara si spingeva indietro, cavalcando le dita e la bocca, la figa che si contraeva già per il quinto orgasmo.

«Sto venendo… ah, cazzo, bevimi di nuovo!»

Il getto partì potente, schizzando all’indietro contro il mento e le tette di Gwen. Gwen gemette di gusto, leccò tutto, poi spinse la faccia più a fondo, bevendo mentre continuava a pompare le dita. Yara tremò a ondate, le ginocchia che cedevano, ma Gwen la tenne su, la lingua ancora conficcata nel culo, le dita che non uscivano.

Quando i tremori calarono appena, Gwen si alzò, trascinò Yara di nuovo sulla schiena e si sedette a cavalcioni della sua faccia una volta di più. La figa calda e fradicia schiacciò labbra e naso di Yara, strofinandosi avanti e indietro con schiocchi volgari.

«Leccami fino all’ultimo goccio, amore sporco. Voglio squirtarti in gola finché non anneghi.»

Yara affondò la lingua, succhiò il clitoride, spinse due dita nel buco del culo di Gwen mentre l’altra mano si scopava da sola. Gwen dondolò più forte, le tette che ballavano, i capelli scarmigliati che le cascavano sugli occhi. L’odore di figa e sudore era talmente denso da riempire i polmoni. Gwen venne con un urlo rauco, un getto caldo che allagò la bocca di Yara; lei bevve a grandi sorsate, la gola che si muoveva, la faccia lucida di sborra femminile da mento a fronte.

Si staccarono tremanti, ansimanti, coperte di umori da capo a piedi. Liquido caldo gocciolava dalle cosce, dal mento, dai capezzoli. L’erba sotto di loro era un pantano scivoloso di scolo e saliva. Gwen rotolò accanto a Yara, il petto che saliva e scendeva a raffiche, le labbra gonfie e lucide. Si guardarono negli occhi, entrambe esauste e ancora affamate, poi si strinsero in un bacio lungo, profondissimo, lingue lente che si cercavano condividendo il sapore salato e dolce delle loro fiche. Yara leccò il mento di Gwen, raccolse una goccia che colava, la spinse in bocca all’amica. Gwen gemette nel bacio, le mani che le accarezzavano i fianchi sudati, i corpi che si strofinavano pigri, tette contro tette, fighe ancora pulsanti che si sfioravano.

«Sai di me,» mormorò Gwen contro le labbra di Yara, la voce roca. «Sai di figa e di orgasmo. Non voglio smettere mai.»

Yara sorrise, ansimante, le dita che giocherellavano ancora pigre sul clitoride gonfio di Gwen. «Né io. Guarda che pantano abbiamo fatto. Se restiamo qui qualcuno ci trova e ci fotte di sicuro, ma cazzo se ne vale la pena.»

Rimasero così ancora qualche minuto, baciate lente, leccandosi a vicenda il sapore dalle labbra, dai colli, dai capezzoli. Poi, con gesti lenti e indolenti, si alzarono. Si aiutarono a rimettere i vestiti: le canotte appiccicose di sudore e di scolo, gli shorts che entravano con fatica sulle cosce ancora bagnate. Nessuna mutandina. La figa nuda sotto il tessuto ruvido le faceva pulsare a ogni movimento. Gwen le prese la mano, le dita intrecciate strette, e insieme ripresero il sentiero verso il rumore lontano del bass.

Il festival le accolse di nuovo con la polvere, le luci, la folla che ballava ignara. Camminavano mano nella mano, le guance rosse, le labbra ancora lucide l’una dell’altra, l’odore di sesso che le seguiva come un alone. Nessuno sembrava notare i capelli scarmigliati o le macchie umide sugli shorts. Yara sentiva la figa che cola ancora un filo caldo a ogni passo, il clitoride che pulsava al ricordo della lingua di Gwen.

«La mia tenda è laggiù, dietro il palco secondario,» disse Gwen a bassa voce, stringendole la mano più forte. «Nessuno ci rompe i coglioni. Stasera dormiamo insieme. Voglio spogliarti di nuovo appena chiudiamo la cerniera, leccarti la figa finché non squirtí sul sacco a pelo, poi metterti a cavalcioni e farmi venire sulla faccia mentre mi dici quanto ti piace essere la mia puttana. Fino all’alba, Yara. Ti scoperò con la lingua, con le dita, col dildo che ho portato “per scherzo”. Ti legherò i polsi con la canotta e ti farò venire finché non piangerai chiedendo pietà. E dopo ti succhierò i capezzoli finché non ti bagnerai di nuovo.»

Yara la guardò di lato, il cuore che batteva selvaggio, un sorriso sporco che le spaccava il viso. «E domani mattina, quando il festival riparte, ti trascino di nuovo nel bosco. O meglio: ti faccio venire nel bagno chimico mentre fuori c’è la coda. Ti spingo contro la plastica, ti alzo la gonna e ti mangio in piedi finché non allaghi il pavimento. Poi a casa, la settimana prossima. Il divano del salotto. La doccia. Il tavolo della cucina. Voglio che ogni centimetro della tua casa sappia di noi due che ci scopiamo come due troie in calore. E il mese prossimo prenotiamo un weekend in un hotel di merda a due stelle solo per scopare senza dover abbassare la voce.»

Gwen rise basso, il suono pieno di promessa, e le portò la mano alle labbra, leccandole le nocche ancora impregnate del loro sapore. «Fatto. Da stasera sei mia ufficiale. E io sono tua. Tutta la notte nella tenda, e poi tutto il resto. Non ho più intenzione di limitarmi a guardarti spogliarti in camerino. Adesso ti leccio, ti digito, ti faccio squirtare finché non hai più fiato, ogni volta che cazzo mi pare.»

Attraversarono la folla mano nella mano, già con la mente nella tenda stretta, nei corpi nudi che si cercavano di nuovo, nei gemiti soffocati dal nylon, nei getti caldi sull’aria chiusa. Yara sentiva già la figa riempirsi di nuovo al solo pensiero. Sapeva che all’alba sarebbero state di nuovo coperte di umori, ansimanti, a baciarsi con il sapore delle fiche ancora in bocca, e che Gwen avrebbe già schemato il posto successivo: il sedile posteriore della macchina nel parcheggio del festival, le gambe di Yara spalancate sul cruscotto, la lingua di Gwen che lavorava mentre fuori passavano le persone ignare. Un piano preciso, filth e inevitabile, che le faceva sorridere mentre il bass le pulsava nel petto e le dita di Gwen le accarezzavano il palmo con una promessa sporca di altre ore, altri giorni, altre notti di figa e di fame da soddisfare senza più limiti.

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