Riunite in Hotel: Il Bacio che Aspettava da Mesi

Tamara e Hana si rincontrano in hotel, si baciano da mesi di attesa e scopano come matte per tutto il weekend.

30 min read August 31, 2026New

La hall dell’Hotel Excelsior a Roma odorava di marmo freddo, di fiori bianchi e di quella tensione elettrica che solo i posti di lusso sanno creare. Tamara, trentadue anni, manager di una multinazionale, stava controllando l’orario sul telefono quando la vide. Hana. Ventinove anni, capelli neri corti, labbra carnose, lo stesso corpo snello e tonico che Tamara si era masturbata pensando per mesi. Entrambe single, entrambe cariche di un desiderio che bruciava sotto la pelle come carbone acceso.

Si fissarono. Gli occhi di Hana si scuriscono, le pupille dilatate. Tamara sentì il calore salirle tra le cosce, la figa già umida solo a vederla. Nessun “ciao” educato. Solo un sorriso lento, predatorio.

«Sei tu…» sussurrò Hana avvicinandosi. La voce rauca, carica.

«Tre mesi», rispose Tamara. «Tre cazzo di mesi che mi tocco ogni notte pensando a come mi leccavi la figa sotto la scrivania.»

Hana rise basso, presa. «Sali. Subito. Camera mia.»

Nella camera suite, la porta si chiuse con un clic sordo. Non ci fu tempo per parlarsi. Hana afferrò Tamara per i capelli e la baciò. Lingue che si scontravano, denti che graffiavano labbra, saliva che colava. Il bacio che avevano aspettato da mesi esplose come una bomba. Tamara gemette nella bocca di Hana mentre le mani di entrambe si allungavano, strappando bottoni, cerniere, reggiseno.

«Togliti tutto, puttana», ansimò Hana. «Voglio vederti nuda come quando ti scopavo in bagno all’ufficio.»

Si spogliarono con urgenza brutale. Seni che si scontravano, capezzoli duri che si sfregavano. Tamara palpeggiò il culo sodo di Hana, conficcandoci le unghie. Hana le strinse le tette, schiacciandole, mordendole. Si confessarono tra baci bagnati:

«Mi sono spompata ogni sera pensando a te che mi infilavi le dita», ammise Tamara, la voce spezzata. «Tre dita fino in fondo, e mi venivo chiamando il tuo nome.»

Hana le spinse le spalle contro il muro, le infilò una mano nelle mutandine già fradice. Le dita scivolarono sulla fessura gonfia, trovarono il clitoride rigonfio e lo strofinarono con crudezza.

«Madonna, sei già un fiume», ringhiò Hana. «La tua figa puzza di bisogno. Ti sei bagnata solo a vedermi, eh? Dillo. Dillo quanto sei puttana per me.»

«Sono fradicia per te», gemette Tamara, aprendo le gambe. «Infilamene di più. Toccamela come una cagna in calore.»

Hana le sfilò le mutande, le cacciò due dita dentro di colpo, spingendole fino alle nocche mentre il pollice le stropicciava il clitoride. Tamara urlò, i fianchi che si muovevano contro la mano. Le parole sporche di Hana la spingevano oltre: «Stasera ti scoperò finché non squitterai sul mio viso. Ti leccerò l’ano e ti farò venire finché non potrai più camminare.»

Si trascinarono sul letto king-size. Tamara salì a cavalcioni sulla faccia di Hana, abbassando la figa bagnata dritta sulla bocca spalancata. Hana la divorò. Lingua profonda che si conficcava nel buco, leccando le pareti interne, succhiando il clitoride con forza, facendo rumori umidi e schifosamente bellissimi. Tamara le strizzava i capezzoli, tirandoli, gemendo forte: «Sì, mangiami la fica, leccami tutto, succhiami quel cazzo di clitoride…»

Hana la teneva per le cosce, la lingua che lavorava come una macchina, il naso schiacciato contro il monte di Venere. Tamara si muoveva sopra di lei, strofinandosi, macchiandole il viso di succhi. Poi si girarono in 69. Bocche sui genitali, lingue che si inseguivano. Hana le infilò un dito, poi due, poi il terzo, allargandola, scopandola con le dita mentre leccava. Tamara faceva lo stesso, digitate profonde, leccando il clitoride gonfio di Hana, succhiandolo forte. I gemiti riempivano la stanza, umidi, rochi, animaleschi.

«Più forte… cazzo… le dita fino in fondo…», ansimava Tamara con la bocca piena di figa.

Si leccavano e si ditalizzavano senza tregua, i corpi lucidi di sudore, le cosce che tremavano. Poi Tamara prese il controllo. Fece sdraiare Hana a gambe spalancate, le si abbassò tra le cosce e le infilò due dita curve, spingendole contro il punto G mentre le succhiava il clitoride con voracità. Hana urlava, i fianchi che si alzavano dal materasso.

«Vieni per me. Squirta sulla mia faccia, troia», ordinò Tamara tra una succhiata e l’altra.

Hana esplose. Un getto caldo e potente le uscì dalla figa, bagnando le labbra di Tamara, il mento, il lenzuolo. Continuò a venire a ondate, scossa, mentre Tamara non smetteva di succhiare e ditalizzarla. Quando Hana riprese fiato, ricambiò. Fece stendere Tamara, le leccò la figa fino a farla quasi piangere, poi le infilò un dito nel culo mentre la lingua lavorava sul clitoride. Il dito anale entrava e usciva, scivoloso di saliva e umori, mentre la bocca di Hana la mangiava senza pietà.

Tamara venne con un urlo gutturale, le gambe che le si chiudevano intorno alla testa di Hana, la figa che pulsava contro la lingua, l’ano che si stringeva sul dito. Ondate di piacere la scossero finché non fu una massa tremante di carne e sudore.

Esauste, luccicanti di sudore e di succhi, si strinsero. Si baciano lentamente, assaporando i propri umori sulle labbra, le lingue che si strofinavano dolci dopo la furia. Tamara leccò il mento di Hana, raccogliendo l’ultimo resto del suo squirt.

«Questa non sarà l’ultima notte», mormorò Hana contro la bocca di Tamara. «Voglio scoparti tutto il weekend. Ogni buco. Ogni ora.»

Tamara sorrise, le dita ancora pigre sul seno di Hana. «Chiuse qui. Niente uscite. Ordiniamo da mangiare, da bere, e ci scopiamo finché non riusciremo più a camminare. Ti voglio con la figa gonfia e il culo rosso dalle mie dita.»

Hana le morse il labbro inferiore. «E quando finisce il weekend? Perché non ho intenzione di lasciarti andare di nuovo. Ti voglio legata a questo letto, nuda, pronta ogni volta che mi gira.»

Fuori la città ruggiva, ma dentro la suite c’era solo il calore dei loro corpi ancora umidi, il leggero bruciore tra le cosce, e la promessa di ore e ore ancora da passare a leccarsi, a ditalizzarsi, a venirsi l’una contro l’altra. Tamara sentì già il desiderio rialzarsi, lento e affamato. Hana le scivolò una mano tra le gambe, trovandola di nuovo bagnata.

«Ancora un po’», sussurrò. «Prima di ordinare. Voglio assaggiarti di nuovo.»

Tamara aprì le cosce, gli occhi già velati. Il weekend era appena cominciato, e nessuna delle due aveva intenzione di fermarsi.

Hana non aspettò risposta. Si abbassò di scatto tra le cosce già spalancate di Tamara e le conficcò la lingua dritta nella fessura gonfia, leccando con avidità i residui del primo orgasmo mescolati al nuovo umore che scorreva copioso. Tamara inarcò la schiena, le unghie che si conficcavano nei lenzuoli, un gemito rauco che le uscì dalla gola mentre Hana succhiava il clitoride ancora ipersensibile, tirandolo tra le labbra, facendolo scoppiettare contro la lingua.

«Cazzo, sei ancora più bagnata di prima», borbottò Hana contro la carne calda, la voce roca, il respiro che le sfiorava le labbra vaginali. «La tua figa mi sta inzuppando il mento. Dimmi quanto vuoi che te la sfondi di nuovo.»

«Infilamene tre… no, quattro… allargami tutta», ansimò Tamara, i fianchi che si spingevano contro la bocca. «Voglio sentirmi aperta come una troia di strada. Leccamela mentre mi scopi con le dita, fammi squirtare di nuovo sul tuo viso.»

Hana obbedì con ferocia. Quattro dita curve si conficcarono dentro il canale stretto e scivoloso, spingendosi fino alle nocche, strofinando il punto G con pressione costante mentre la lingua lavorava il clitoride a circoli stretti e veloci. Il suono era schifosamente bagnato: schiocchi, gorgoglii, saliva e succhi che si mescolavano. Tamara si contorceva, le tette che ballonzolavano a ogni spinta, i capezzoli duri che puntavano verso il soffitto. Sentiva ogni nocca, ogni unghia, ogni centimetro di quelle dita che la scoperavano senza pietà, e il pensiero le faceva venire i brividi: tre mesi di attesa ridotti a questo, a farsi mangiare e ditalizzare come una cagna in calore in una suite di lusso.

«Più forte, puttana… sì, così… spingi fino in fondo», urlò Tamara, una mano che afferrava i capelli corti di Hana e la premeva più giù. «Voglio sentire il tuo pugno quasi dentro. Fammi venire come una fontana.»

Hana accelerò, le dita che entravano e uscivano a ritmo forsennato, il pollice che premeva sul perineo, la bocca che succhiava con rumori umidi e volgari. Tamara sentì il piacere salire come un’onda di marea, il ventre che si contraeva, le cosce che tremavano. Poi esplose. Un getto caldo e potente le uscì dalla figa, spruzzando dritto sulla faccia di Hana, bagnandole labbra, naso, guance. Continuò a pulsare, squirt dopo squirt, mentre Hana non smetteva di leccare e ditalizzare, ingoiando tutto ciò che poteva, il mento lucido, gli occhi scuri di lussuria.

Quando Tamara smise di scuotersi, Hana risalì sul suo corpo sudato, si strinse contro di lei e la baciò a bocca aperta, condividendo il sapore acre e dolce dello squirt. Lingue che si avvolgevano, saliva mista a umori vaginali che colava dagli angoli della bocca. Tamara le palpeggiò il culo sodo, conficcandoci le unghie profonde abbastanza da lasciare segni rossi, poi le scivolò una mano tra le cosce e trovò Hana fradicia, la fessura che sgocciolava sul suo polso.

«Adesso tocca a te, troia», ringhiò Tamara contro le labbra di Hana. «Voglio sedermi sul tuo viso e farti leccare mentre ti infilo le dita nel culo. Poi ti scoperò con la lingua finché non squitterai di nuovo.»

Si girarono. Hana si stese a pancia in su, le gambe divaricate, e Tamara le si sedette sulla faccia a cavalcioni, abbassando la figa ancora pulsante dritta sulla bocca spalancata. Hana la divorò di nuovo, lingua profonda che esplora ogni piega, mentre Tamara si sporgeva in avanti, afferrava le cosce di Hana e le apriva ancora di più. Le leccò prima il clitoride gonfio, poi scese più in basso, bagnò l’ano con saliva abbondante e ci conficcò un dito medio, spingendolo dentro con decisione. Hana gemette contro la figa di Tamara, il suono ovattato e vibrante che faceva tremare tutto.

«Sì… cazzo… il culo… infilamene un altro», ansimò Hana tra una leccata e l’altra, la voce strozzata. «Scopami il buco del culo mentre ti mangio. Voglio sentirmi piena.»

Tamara aggiunse un secondo dito, allargando l’anello stretto, spingendoli dentro e fuori a ritmo lento e profondo mentre la lingua tornava a lavorarsi il clitoride di Hana. Si strofinava la figa sul viso di Hana, macchiandole guance e fronte di succhi freschi, gemendo ogni volta che la lingua di lei le entrava dentro. Il letto scricchiolava, i corpi lucidi di sudore, l’odore di sesso che impregnava l’aria della suite – acre, dolce, animale.

Hana venne di nuovo, le cosce che si chiudevano intorno alla testa di Tamara, l’ano che si contraeva forte sulle dita, un altro getto che le uscì dalla figa e bagnò il mento e il collo di Tamara. Tamara non si fermò: continuò a ditalizzare l’ano, a succhiare il clitoride, a leccare ogni goccia, finché Hana non fu una massa tremante che singhiozzava di piacere.

Si staccarono solo quando i polmoni bruciarono. Si sdraiarono di fianco, petti che salivano e scendevano, seni che si sfioravano a ogni respiro. Tamara leccò le dita ancora unte del culo di Hana, assaporando il sapore muschiato, poi le spinse in bocca a Hana perché le pulisse. Hana succhiò avidamente, gli occhi socchiusi, la lingua che girava intorno alle nocche.

«Non ho ancora finito con te», mormorò Hana, la voce roca. «Voglio il strap-on. Ce l’ho in valigia. Quello grosso, nero, che ti faceva urlare l’ultima volta in ufficio. Te lo metto e ti scopro da dietro finché non piangi di piacere. Poi te lo faccio succhiare tutto sporco della tua figa.»

Tamara sentì un nuovo brivido scenderle lungo la schiena, la figa che già si rianimava al solo pensiero. «Prendilo. Adesso. Voglio sentirlo spaccarmi mentre mi tieni i capelli e mi chiami puttana. E dopo te lo metto io. Voglio vederti a quattro zampe, il culo all’aria, mentre ti sfondo e ti schiaffeggio le chiappe finché non diventano rosse.»

Hana scese dal letto a gambe ancora tremanti, aprì la valigia e ne estrasse l’imbracatura di pelle nera e il dildo grosso, venato, lungo almeno venti centimetri. Se lo allacciò con mani esperte, regolando le cinghie sui fianchi, il cazzo finto che sporgeva eretto e minaccioso. Tornò verso il letto, lo afferrò alla base e se lo strofinò lentamente sulla guancia di Tamara.

«Apri la bocca, troia. Succhialo. Bagnamelo bene prima che te lo ficchi dentro.»

Tamara obbedì. Aprì le labbra, prese la testa del dildo in bocca, scese giù con la gola finché non le toccò il fondo, gli occhi che lacrimavano, la saliva che colava lungo l’asta. Lo succhiò con rumori osceni, la lingua che girava intorno, una mano che massaggiava le palle finte. Hana gemette guardandola, una mano nei capelli di Tamara, spingendola più a fondo.

«Brava cagna… succhia tutto. Presto te lo metto nella figa e ti scopero come meriti dopo tre mesi di attesa.»

Tamara si staccò con un filamento di saliva che collegava ancora le labbra al silicone. Si mise a quattro zampe sul materasso, la schiena inarcata, il culo alto, la figa che sgocciolava sulle cosce. Hana si posizionò dietro di lei, le sfregò la testa del dildo sulla fessura bagnata, poi spinse. Entrò tutta d’un colpo, fino in fondo, le anche che sbatterono contro il culo di Tamara. Tamara urlò, un suono gutturale e lungo, le dita che afferravano le lenzuola.

Hana iniziò a scoparla con spinte profonde e regolari, una mano che le afferrava i capelli e le tirava la testa all’indietro, l’altra che le schiaffeggiava una chiappa a ogni spinta. Il suono della pelle che sbatteva contro la pelle riempiva la stanza, misto ai gemiti rochi e alle parolacce.

«Prendilo tutto, puttana… la tua figa mi sta ingoiando il cazzo… ti senti come sei piena? Dimmi quanto ti piace farmi da cagna.»

«Mi piace… cazzo sì… scopami più forte… spaccami la figa… voglio sentirti fino allo stomaco», ansimava Tamara, spingendo il culo all’indietro per incontrare ogni spinta. Sentiva il dildo strofinarle il punto G a ogni entrata, il clitoride che pulsava inutilizzato, il bisogno di venire di nuovo che le bruciava nelle budella.

Hana accelerò, le spinte che diventavano più brevi e più violente, il suono più umido. Poi allungò una mano sotto, trovò il clitoride di Tamara e lo stropicciò con due dita mentre continuava a scoparla. Tamara venne di nuovo, le gambe che cedettero, il corpo che collassò in avanti mentre la figa si contraeva a spasmi intorno al dildo, un altro piccolo getto che bagnò le cinghie dell’imbracatura.

Ma Hana non si fermò. Continuò a spingere attraverso l’orgasmo, allungandolo, facendola singhiozzare di piacere eccessivo. Solo quando Tamara tremò troppo la ritrasse lentamente, il dildo lucido di succhi. Si girò, se lo puntò verso la bocca di Tamara.

«Puliscilo. Lecca la tua figa dal mio cazzo.»

Tamara lo prese in bocca di nuovo, succhiando avidamente, assaporando se stessa mescolata al sapore del silicone. Gli occhi di Hana brillavano di fame non ancora saziata. Si staccarono solo per un attimo, respiri affannosi, corpi ancora caldi e appiccicosi.

Hana le accarezzò la guancia con il dorso della mano, un gesto quasi tenero dopo la brutalità. «Adesso lo metti tu. Voglio vederti con quel cazzo tra le gambe mentre mi scopa il culo. Poi ordiniamo qualcosa da bere – champagne, lubrificante, quello che serve – e continuiamo finché l’alba non ci trova ancora attaccate l’una all’altra.»

Tamara sorrise, le labbra gonfie, gli occhi velati. Si alzò, si allacciò l’imbracatura ancora calda e umida, il dildo che ora sporgeva da lei, e guardò Hana che si metteva a pecorina, il culo alzato, l’ano ancora leggermente aperto e lucido di saliva. Il desiderio le batteva tra le tempie come un secondo cuore. Il weekend era lungo, la suite isolata, e nessuna delle due aveva intenzione di fermarsi finché i corpi non avessero ceduto del tutto. Hana guardò indietro, un sorriso predatorio sulle labbra carnose.

«Vieni. Infilamelo. Fammi sentire quanto mi hai voluta in questi tre cazzo di mesi.»

Tamara afferrò i fianchi di Hana con entrambe le mani, le unghie che si conficcavano nella carne soda, e spinse. La testa del dildo nero premette contro l’anello stretto ancora lucido di saliva, poi cedette. Entrò centimetro dopo centimetro, allargando l’ano di Hana con una lentezza crudele, finché le anche di Tamara non batterono contro le chiappe. Hana urlò contro il materasso, un suono gutturale e lungo che vibrò nella stanza, le dita che strappavano le lenzuola.

«Cazzo… sì… spingi…» ansimò Hana, la voce spezzata. «Lo sento tutto. Mi stai aprendo il culo come una troia. Continua. Voglio sentirti fino in fondo.»

Tamara tirò indietro i fianchi e ricacciò dentro con una spinta secca. Il silicone scivolò facilmente, bagnato di saliva e dei residui umidi di prima. Iniziò a scoparla con ritmo pesante, le palle finte che sbattevano contro la figa di Hana a ogni colpo. Il suono era osceno: carne contro carne, lo schiocco umido dell’asta che entrava e usciva dall’ano stretto. Tamara guardò in basso, vide il buco di Hana che si apriva e si chiudeva intorno al dildo, le labbra anali arrossate e gonfie, e sentì la figa pulsarle di nuovo, ancora fradicia, ancora affamata.

«La tua figa cola mentre ti sfondo il culo», ringhiò Tamara, una mano che saliva a afferrare i capelli corti di Hana e a tirarle la testa all’indietro. «Tre mesi che mi tocco pensando a questo. A tenerti a quattro zampe e a riempirti. Dimmi quanto ti sei bagnata ogni notte immaginando il mio cazzo nel tuo culo.»

«Ogni cazzo di notte», gemette Hana, spingendo il sedere all’indietro per incontrare le spinte. «Mi mettevo le dita nel culo e mi venivo chiamando il tuo nome. Più forte. Schiaffeggiami. Fammi male.»

Tamara obbedì. Alzò la mano e la fece scendere pesante sulla chiappa destra. Lo schiaffo risuonò. Poi un altro, e un altro ancora, finché la pelle non diventò rosa acceso, poi rosso. A ogni colpo Hana si contraeva intorno al dildo, l’ano che stringeva l’asta con spasmi deliziosi. Tamara accelerò, le spinte che diventavano più corte e più violente, il letto che scricchiolava sotto di loro. Con la mano libera scese sotto, trovò il clitoride gonfio di Hana e lo stropicciò forte, due dita che premevano e giravano mentre il dildo continuava a martellare l’interno.

Hana tremava. «Vengo… cazzo sto venendo… non fermarti…» Le cosce si chiusero, l’ano si strinse a morsa sul silicone, e un getto caldo le uscì dalla figa, bagnando le dita di Tamara, le cinghie, le cosce. Continuò a pulsare, scossa da ondate che le facevano collassare le braccia, il viso premuto contro il cuscino, i gemiti che diventavano singhiozzi di piacere troppo intenso.

Tamara non si fermò. Continuò a spingere attraverso l’orgasmo, allungandolo, sentendo ogni contrazione dell’ano di Hana intorno al dildo. Solo quando Hana iniziò a tremare troppo ritrasse lentamente l’asta, lucida di umori e saliva. Il buco rimase aperto un attimo, pulsante, prima di richiudersi piano. Tamara si chinò, leccò l’ano arrossato con la lingua piatta, assaporando il sapore muschiato e caldo, poi ci conficcò di nuovo due dita, aprendolo, scopandolo piano mentre Hana ansimava ancora.

«Brava puttana», mormorò Tamara contro la carne. «Il tuo culo mi sta succhiando le dita. Adesso gira. Voglio vederti in faccia mentre ti riempio di nuovo.»

Hana si girò a fatica, le gambe molli, il petto che saliva e scendeva. Si stese sulla schiena, le cosce spalancate, le ginocchia piegate. Tamara le si mise tra le gambe, si allineò e spinse di nuovo. Il dildo entrò dritto nell’ano, fino alle palle. Hana gettò la testa all’indietro, la bocca aperta, un gemito lungo che le uscì dalla gola. Tamara iniziò a scoparla così, guardandola negli occhi, i seni che ballonzolavano a ogni spinta, i capezzoli duri che Tamara afferrò e strinse forte tra le dita.

«Guardami», ordinò Tamara. «Guarda chi ti sta sfondando il culo. Dimmi che sei la mia cagna. Dimmi che questa figa e questo culo sono miei per tutto il weekend.»

«Sono tua», ansimò Hana, le unghie che si conficcavano nelle braccia di Tamara. «La mia figa, il mio culo, la mia bocca. Tutto tuo. Scopami più forte. Voglio sentirti domani quando cammino.»

Tamara piegò le gambe di Hana verso il petto, affondando ancora più profondo, e accelerò. La stanza era piena del suono umido delle spinte, dei gemiti rochi, dell’odore acre di sesso e sudore. Sentiva la propria figa colare lungo le cosce interne, il clitoride che pulsava contro le cinghie a ogni movimento. Aveva bisogno. Aveva un cazzo di bisogno di venire di nuovo.

Si ritrasse, si sfilò l’imbracatura con mani frettolose e se la allacciò di nuovo ma al contrario, il dildo che ora sporgeva verso di lei. No. Meglio. Si mise a cavalcioni sulla faccia di Hana, abbassò la figa fradicia sulla bocca spalancata e gemette quando la lingua di Hana le entrò dentro. Poi si piegò in avanti, afferrò le cosce di Hana e le aperse, conficcando di nuovo il dildo nell’ano di lei mentre si faceva mangiare.

«Leccami… succhiami il clitoride… mentre ti sfondo», ansimò Tamara, muovendo i fianchi avanti e indietro, strofinandosi sulla faccia di Hana e spingendo il silicone dentro e fuori dal culo. Hana obbedì con avidità, la lingua che lavorava, i denti che graffiavano piano, le mani che le afferravano le chiappe e le tenevano premuta. Tamara scopava e si faceva leccare, il piacere che saliva da entrambi i lati, la figa che si contraeva sulla lingua, l’immagine del dildo che spariva nell’ano di Hana che le faceva girare la testa.

Venne così, con un urlo strozzato, la figa che pulsava e spruzzava un altro piccolo getto sulla bocca e sul mento di Hana. Continuò a muoversi, allungando l’orgasmo, finché le cosce non le tremarono troppo. Si staccò, si girò, e scese a leccare Hana di nuovo: lingua sul clitoride, dita nell’ano, succhiando e ditalizzando finché Hana non esplose un’altra volta, le cosce che si chiusero intorno alla testa di Tamara, un gemito lungo e rotto che riempì la suite.

Si accasciarono una sull’altra, sudate, lucide, i corpi che scivolavano. Tamara leccò le labbra di Hana, assaporando se stessa e i succhi di lei mescolati. Le mani vagavano ancora: una tra le cosce di Hana, due dita che entravano piano nella figa gonfia, l’altra che le strofinava un capezzolo.

«Non basta», sussurrò Hana contro la sua bocca, la voce roca, gli occhi scuri. «Voglio di più. Voglio il vibratore. Quello grosso che fa tremare tutto. Te lo metto nella figa mentre ti leccio il culo. Poi ti lego i polsi alla testiera e ti scopro finché non piangi. E dopo ordiniamo champagne e qualcosa di dolce… e te lo mangio dalla figa.»

Tamara sentì un nuovo brivido scenderle lungo la schiena, la figa che già si rianimava al solo pensiero. «Prendilo. E le corde. Voglio che mi leghi. Voglio essere la tua puttana legata mentre mi usi come ti pare. Poi te le metto io. Ti legherò a gambe aperte e ti farò venire finché non perderai il conto.»

Hana scese dal letto a gambe tremanti, aprì di nuovo la valigia, ne estrasse un vibratore grosso e nervato e un paio di corde morbide di seta nera. Tornò, gli occhi predatori, e si chinò a baciare Tamara con una furia lenta, le lingue che si avvolgevano, i denti che graffiavano.

«Prima di legarti», mormorò Hana, accendendo il vibratore. Il ronzio basso riempì l’aria. «Apriti. Voglio vederti prendere questo mentre ti leccio l’ano. Poi ti lego e ti faccio squirtare finché i lenzuoli non sono un lago.»

Tamara aprì le cosce, il cuore che batteva forte, il desiderio che bruciava di nuovo come se non avessero già scopato per ore. Hana le premette la testa del vibratore contro il clitoride, lo fece scivolare giù e lo conficcò dentro la figa con un colpo solo. Tamara inarcò la schiena, un gemito rauco che le uscì dalla gola. Hana lo spinse fino in fondo, lo accese al massimo, e si abbassò a leccarle l’ano, la lingua che girava, che entrava, mentre il vibratore ronzava dentro e faceva tremare tutto.

Fuori la città continuava a ruggire, ma dentro la suite c’era solo il ronzio, i gemiti umidi, l’odore di sesso che impregnava tutto. Il weekend era lungo. Le corde aspettavano sul cuscino. Lo champagne doveva ancora arrivare. E nessuna delle due aveva la minima intenzione di fermarsi.

Hana spinse il vibratore fino in fondo nella figa di Tamara, il ronzio che saliva di tono mentre le labbra si aprivano intorno al silicone nervato. Tamara inarcò la schiena con un gemito grosso, le unghie che strappavano i lenzuoli già macchiati. La lingua di Hana non perse un secondo: scese dritta sull’ano arrossato, lo girò piano con la punta, poi lo conficcò dentro a spinte brevi e umide, assaporando il sapore muschiato mescolato al sudore. Il vibratore tremava contro il punto G, faceva battere il clitoride inutilizzato, e Tamara sentiva ogni vibrazione salirle lungo la schiena fino alla gola.

«Cazzo… più forte… tienilo premuto», ansimò Tamara, i fianchi che si muovevano incontro al giocattolo. «Leccamelo mentre mi fai venire. Voglio squirtare con la tua lingua nel culo.»

Hana obbedì con ferocia. Spinse il vibratore più a fondo, lo torse leggermente, e succhiò l’anello anale con rumori schifosi, saliva che colava giù verso le labbra vaginali già fradice. Tamara venne di colpo, un getto caldo che le uscì intorno al silicone e bagnò il polso di Hana, le cosce, il materasso. Continuò a pulsare, le gambe che sc magliavano, mentre Hana non smetteva di leccare e di far girare il vibratore dentro di lei. Solo quando Tamara tremò troppo Hana lo ritrasse lentamente, lucido di succhi, e se lo portò alla bocca. Lecciò l’asta con avidità, guardando Tamara negli occhi.

«Sai di bisogno e di troia», borbottò Hana. «Adesso ti lego. Polsi alla testiera. Voglio vederti aperta e impotente mentre ti uso.»

Prese le corde di seta nera. Tamara alzò le braccia senza esitare, il cuore che le batteva forte tra le cosce ancora spasmodiche. Hana legò i polsi con nodi stretti ma non crudeli, tirò le corde fino a farle restare tese, poi le aprì le gambe e le legò anche le caviglie agli angoli del letto, divaricate al massimo. Tamara era completamente esposta: figa gonfia e lucida, ano ancora leggermente aperto, seni che salivano e scendevano col respiro affannoso. Hana si fermò un attimo a guardarla, gli occhi scuri di fame.

«Sei bellissima così. Mia puttana legata. Posso farti quello che voglio e tu non puoi fare altro che prendere.»

Accese di nuovo il vibratore e lo premette dritto sul clitoride di Tamara. Il ronzio alto fece inarcare di nuovo la schiena legata. Hana lo tenne lì, circoli stretti, mentre con due dita entrava e usciva dalla figa, poi scendeva a infilarne una nell’ano già lubrificato di saliva. Tamara tirava le corde, i muscoli delle braccia in tensione, i gemiti che diventavano urla strozzate.

«Sì… cazzo sì… ditalizzami entrambi i buchi… non fermarti…»

Hana aggiunse un secondo dito nell’ano, allargandolo, e spinse il vibratore dentro la figa insieme alle dita. Il doppio riempimento fece venire Tamara di nuovo, più debole ma più lungo, un altro piccolo getto che schizzò sul ventre di Hana. Hana leccò tutto, dal monte di Venere fino all’ano, poi si alzò, si sfilò l’imbracatura ancora umida e se la allacciò di nuovo. Il dildo nero sporgeva minaccioso.

«Adesso te lo metto mentre sei legata. Voglio vederti contorcerti senza poterti muovere.»

Si posizionò tra le cosce divaricate di Tamara e spinse. Il silicone entrò tutto d’un colpo nella figa ancora pulsante. Hana iniziò a scoparla con spinte profonde e pesanti, una mano che le schiacciava un seno, l’altra che le strofinava il clitoride a ritmo forsennato. Il letto scricchiolava, le corde tiravano, Tamara non poteva fare altro che prendere, la testa che ruotava sul cuscino, la bocca aperta in gemiti continui.

«Prendilo… la tua figa mi sta succhiando tutto… tre mesi che aspetto di vederti così, legata e piena del mio cazzo», ringhiò Hana, accelerando. «Dimmi che sei la mia cagna. Dimmi che vuoi che ti sfoni finché non piangi.»

«Sono la tua cagna… scopami… spaccami… voglio sentirlo domani quando cammino… più forte, puttana, più forte!»

Hana obbedì. Le spinte diventarono violente, le anche che sbattevano contro le cosce di Tamara, il suono umido che riempiva la suite. Poi si ritrasse, si abbassò e conficcò il dildo dritto nell’ano di Tamara. Entrò più lento, centimetro dopo centimetro, finché le palle finte non toccarono le chiappe. Tamara urlò, un suono lungo e gutturale, i polsi che si dibattevano contro le corde. Hana iniziò a scoparle il culo con ritmo regolare, guardandola negli occhi, una mano che le massaggiava il clitoride gonfio.

Tamara venne così, legata, piena, con l’ano che si contraeva a morsa sul silicone e la figa che spruzzava di nuovo, bagnando le cinghie e il ventre di Hana. Hana continuò a spingere attraverso l’orgasmo, allungandolo finché Tamara non singhiozzò di piacere eccessivo. Solo allora ritrasse il dildo, lo puntò verso la bocca di Tamara e lo fece succhiare.

«Puliscilo. Lecca la tua figa e il tuo culo dal mio cazzo.»

Tamara obbedì avidamente, la lingua che girava, saliva che colava, gli occhi velati. Hana la slegò piano, prima le caviglie, poi i polsi, massaggiandole i segni rossi con un gesto quasi tenero. Tamara si alzò a fatica, le gambe molli, e spinse Hana sulla schiena.

«Adesso tocca a te. Ti lego io. Voglio vederti a gambe aperte mentre ti mangio e ti infilo il vibratore nel culo.»

Prese le corde. Legò i polsi di Hana alla testiera, le aprì le cosce e le fissò le caviglie. Hana era esposta, figa fradicia che sgocciolava, ano ancora arrossato dalle spinte di prima. Tamara accese il vibratore, lo premette sul clitoride di Hana e lo fece scivolare giù fino a conficcarlo nell’ano con un colpo solo. Hana inarcò la schiena legata, un gemito rauco che le uscì dalla gola. Tamara lo spinse fino in fondo, lo accese al massimo, e si abbassò a divorarle la figa: lingua profonda, denti che graffiavano piano il clitoride, due dita che entravano e uscivano dal canale stretto mentre il vibratore ronzava nel culo.

«Sì… cazzo… mangiami… tieni il vibratore dentro… voglio venire legata come te», ansimò Hana, tirando le corde. «Tre mesi che mi tocco pensando a te che mi usi così.»

Tamara succhiò più forte, aggiunse un terzo dito, e spinse il vibratore più a fondo. Hana esplose. Un getto potente le uscì dalla figa, bagnando la faccia di Tamara, il mento, il collo. Continuò a venire a ondate, l’ano che si stringeva sul silicone, mentre Tamara non smetteva di leccare e ditalizzare. Quando Hana smise di scuotersi, Tamara ritrasse il vibratore, se lo portò alla bocca e leccò i succhi di Hana, poi lo conficcò di nuovo nella figa di lei e riprese a leccarle l’ano con la lingua piatta e lenta.

Si scambiarono così per un’altra eternità: Tamara che scopava Hana col vibratore mentre le leccava il culo, poi si slegavano a vicenda solo per riallacciarsi l’imbracatura e scoparsi di nuovo a quattro zampe, a cavalcioni, di lato, con le mani nei capelli e le unghie nella carne. I corpi erano lucidi di sudore e di umori, l’odore di sesso impregnava ogni angolo della suite, i lenzuoli erano un disastro bagnato. Tamara sentiva la figa bruciare di piacere accumulato, il clitoride ipersensibile, l’ano che pulsava ancora del ricordo del dildo. Hana non stava meglio: labbra gonfie, seni segnati dai morsi, cosce tremanti.

A un certo punto, esauste ma ancora affamate, si stesero di fianco, le gambe intrecciate, le dita che vagavano ancora. Hana scivolò due dita nella figa di Tamara, le mosse piano, mentre Tamara le strofinava il clitoride con il pollice.

«Ordiniamo», sussurrò Hana contro la bocca di Tamara, la voce roca. «Champagne. Frutta. Lubrificante extra. E poi ti leggo di nuovo. Voglio provar ti con due dildo insieme. Uno nella figa, uno nel culo, mentre ti leccio le tette. E dopo te li metto io. Voglio sentirti sfondarmi entrambi i buchi finché non perdo il conto degli orgasmi.»

Tamara sorrise, le dita che premevano più a fondo. «Chiama. E dimmi di portare anche quello piccolo, curvo, che vibra da solo. Te lo lascio dentro mentre ti scopo col grosso. Voglio vederti venire senza poterlo togliere.»

Hana allungò una mano tremante verso il telefono sul comodino, ma non smise di muovere le dita. Tamara le leccò un capezzolo, lo tirò tra i denti, e sentì già il desiderio rialzarsi di nuovo, lento e crudele. Fuori Roma ruggiva ancora. Dentro la suite c’era solo il calore umido dei loro corpi, il leggero bruciore tra le cosce, le corde ancora sparse sul letto, e la certezza che il weekend era ancora lungo, che l’alba li avrebbe trovati ancora attaccati l’una all’altra, che nessuna delle due aveva la minima intenzione di fermarsi finché i muscoli non avessero ceduto del tutto. Hana premette il tasto della reception con una mano mentre con l’altra continuava a ditalizzare Tamara, gli occhi scuri di promessa.

«Sì, camera 412. Champagne freddo, fragole, e… sì, anche olio. Presto.» Riattaccò, si chinò su Tamara e la baciò a bocca aperta, condividendo il sapore di entrambi. «Arriva tra venti minuti. Abbiamo tempo per un altro giro. Girati. Voglio leccarti il culo mentre ti metto tre dita nella figa. Poi ti faccio sedere sulla mia faccia e ti faccio squirtare di nuovo prima che bussino.»

Tamara obbedì, il cuore che batteva forte, la figa che già colava di nuovo sul polso di Hana. Si mise a pecorina, la schiena inarcata, e sentì la lingua calda di Hana scendere dritta sull’ano, aprirlo, entrarci, mentre le dita si conficcavano nella figa e iniziavano a scoparla con ritmo lento e profondo. Il weekend era appena a metà. Le promesse di legamenti, di doppia penetrazione, di champagne leccato dalla pelle nuda erano ancora tutte da mantenere. Tamara gemette nel cuscino, spingendo il culo all’indietro, e pensò solo a una cosa: tre mesi di attesa non erano bastati. Voleva tutto. Ogni ora. Ogni buco. Finché i corpi non avessero detto basta.

Hana conficcò la lingua più a fondo nell’ano di Tamara, aprendolo a spinte brevi e schifose mentre tre dita curve martellavano la figa già gonfia e stracolma. Il suono era un guazzabuglio umido di saliva, succhi e gemiti rochi. Tamara spingeva il culo all’indietro, la faccia schiacciata sul cuscino, le unghie che strappavano le lenzuola macchiate.

«Cazzo… sì… scopatemi tutti e due i buchi… non smettere», ansimò, la voce spezzata. Sentiva ogni nocca, ogni leccata, il clitoride che pulsava inutilizzato contro il materasso. Hana accelerò, aggiunse il mignolo, allargò l’anello stretto e succhiò con rumori volgari finché Tamara non esplose di nuovo. Un getto caldo le uscì intorno alle dita, bagnando il polso e il mento di Hana. Continuò a pulsare, le cosce che tremavano, mentre Hana non smetteva di leccare e ditalizzare, ingoiando tutto.

Solo quando Tamara collassò in avanti Hana si ritrasse. Si leccò le dita lucide, guardandola con gli occhi scuri. «Brava troia. Adesso tocca a me. Siediti sulla mia faccia e fammi venire prima che bussino.»

Tamara obbedì a gambe molli. Si girò, si abbassò a cavalcioni sulla bocca spalancata di Hana e premette la figa fradicia dritta contro la lingua. Hana la divorò di nuovo, conficcando la punta nel buco, succhiando il clitoride ancora ipersensibile. Tamara si piegò in avanti, afferrò le cosce di Hana, le aprì e conficcò quattro dita nella figa di lei fino alle nocche, strofinando il punto G mentre il pollice le stropicciava l’ano. Hana gemette contro la carne calda, il suono ovattato che faceva vibrare tutto. Si strofinavano l’una sull’altra, succhi e saliva che colavano, finché Hana non squirtò un altro getto potente dritto sul mento e sul collo di Tamara. Continuò a venire a ondate, l’ano che si contraeva sul pollice, mentre Tamara leccava e ditalizzava senza pietà.

Il bussare alla porta li interruppe. «Room service.»

Tamara scese tremante, tirò su la vestaglia aperta senza allacciarla, aprì appena lo spiraglio. Il cameriere lasciò il carrello — champagne ghiacciato, fragole, olio — e sparì con una mancia esagerata e lo sguardo basso. Tamara richiuse, si voltò nuda verso Hana ancora sdraiata a gambe aperte, figa lucida e pulsante.

«Vieni qui», ringhiò Hana. «Porta tutto sul letto. Voglio leccarti lo champagne dalla figa e mangiare le fragole dal tuo culo.»

Stapparono la bottiglia. Hana fece stendere Tamara, le versò lo spumante freddo dritto sulla fessura gonfia. Il liquido frizzò, colò tra le labbra vaginali, bagnò l’ano. Hana si abbassò e leccò tutto, lingua piatta che raccoglieva bollicine e umori, succhiando il clitoride finché Tamara non inarcò di nuovo la schiena. Poi spinse una fragola intera dentro la figa di Tamara, la fece uscire piano con la lingua e la masticò guardandola negli occhi.

«Sai di troia e di dolce», borbottò. «Adesso il doppio. Voglio vederti piena da entrambe le parti.»

Presero l’imbracatura e il vibratore grosso. Hana se lo allacciò, lubrificò il dildo nero e il silicone nervato. Fece mettersi Tamara a pecorina, le conficcò prima il vibratore nell’ano fino in fondo, lo accese al massimo, poi spinse il cazzo finto nella figa con un colpo solo. Tamara urlò, piena da morire, i due buchi allargati e ronzanti. Hana iniziò a scoparla con spinte pesanti, una mano che le afferrava i capelli e le tirava la testa indietro, l’altra che le schiaffeggiava le chiappe già rosse.

«Prendili tutti e due, puttana… la tua figa e il tuo culo mi stanno ingoiando tutto… tre mesi che aspetto di sfondarti così», ansimava Hana, accelerando. Il letto scricchiolava, il suono umido delle spinte riempiva la suite, lo champagne rovesciato che si mescolava ai succhi sul materasso. «Dimmi che sei la mia cagna da riempire. Dimmi che vuoi venire con entrambi i buchi pieni.»

«Sono la tua cagna… scopami… spaccami… voglio sentirli domani quando cammino… più forte, cazzo, più forte!» gemette Tamara, spingendo il culo all’indietro. Sentiva ogni vibrazione, ogni centímetro di silicone, il clitoride che pulsava contro le cinghie. Venne con un urlo gutturale, la figa che si contraeva a morsa sul dildo, l’ano che stringeva il vibratore, un altro getto che bagnò le cosce di Hana. Hana non si fermò: continuò a martellare attraverso l’orgasmo, allungandolo, finché Tamara non singhiozzò di piacere troppo intenso.

Si staccarono solo per scambiarsi. Tamara si allacciò l’imbracatura ancora calda e umida di entrambi, spinse Hana sulla schiena, le piegò le gambe contro il petto e le conficcò il dildo dritto nell’ano mentre il vibratore ronzava nella figa. Scopò con ritmo forsennato, seni che ballonzolavano, unghie conficcate nei fianchi di Hana. «Guardami mentre ti riempio… questa figa e questo culo sono miei per tutto il cazzo di weekend… e oltre.»

Hana urlava, tirava le lenzuola, veniva di nuovo a getti caldi che schizzavano sul ventre di Tamara. Si scambiarono ancora: scissoring disperato, fighe che si strofinavano bagnate e gonfie, clitoridi che sbattevano l’uno contro l’altro finché non esplosero insieme, cosce tremanti, unghie nella carne, bocche che si mangiavano condividendo saliva e umori. Usarono le fragole rimaste, le spinsero dentro e le leccarono fuori. Versarono l’ultimo champagne sui seni e lo succhiarono dai capezzoli duri. Le corde tornarono: polsi legati, gambe divaricate, dita e lingue e silicone che non davano tregua.

Quando i muscoli cedettero del tutto si accasciarono una sull’altra, sudate, lucide, i corpi che scivolavano nei lenzuoli distrutti. Il vibratore spegneva il suo ronzio sul comodino. L’imbracatura giaceva a terra. I respiri erano rauchi, le fighe pulsanti e brucianti, gli ani ancora leggermente aperti e sensibili. Tamara leccò piano le labbra di Hana, assaporando il sapore misto di entrambi, le dita pigre che accarezzavano un seno segnato dai morsi.

«Non riesco più a muovermi», sussurrò Hana contro la sua bocca, la voce roca di chi ha squirtato troppe volte. «Ma non voglio che finisca. Voglio svegliarmi con la tua lingua già dentro.»

Tamara sorrise, le cosce ancora intrecciate a quelle di Hana, il cuore che batteva lento e pieno. Fuori la città ruggiva verso l’alba. Dentro la suite c’era solo il calore umido, l’odore acre di sesso, lo champagne rovesciato, le corde lente sul cuscino. Si strinsero, si baciano dolci dopo la furia, le mani che vagavano ancora senza davvero ripartire. Il weekend aveva ancora ore, ma i corpi avevano detto abbastanza per quella notte.

Hana chiuse gli occhi, sorridendo esausta contro il collo di Tamara, convinta che lunedì ognuna sarebbe tornata alla propria vita lontana, che questo era solo il regalo sporco di tre mesi di attesa. Tamara invece restò sveglia ancora un attimo, le dita ferme sul petto di Hana, e tenne per sé la verità che l’altra non sapeva: la richiesta di trasferimento a Roma era stata approvata tre giorni prima, l’ufficio nuovo l’aspettava lunedì a due isolati da qui, e il weekend non era un addio. Era solo l’inizio.

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