Rebound sul Divano Polveroso
Sonia evoca il fantasma Lorenzo che la scopa sul divano polveroso.
Sonia aprì la pesante porta del maniero toscano con una spinta dell’anca e uno starnuto spettacolare. Polvere. Polvere ovunque, come se il Settecento avesse deciso di depositarsi sulle travi e non andarsene più. Ventotto anni, storica dell’arte, spiritosa fino al midollo e reduce da una relazione finita con un “ci sentiamo” che sapeva di obitorio emotivo, aveva affittato quel rudere abbandonato per catalogare i quadri ammuffiti che qualcuno, chissà quando, aveva dimenticato tra le stanze. «Se trovo un Caravaggio sotto lo sporco», mormorò alzando la torcia del telefono, «mi compro un fidanzato nuovo. Magari uno che non parli solo di se stesso».
Il salotto era un mausoleo di velluti sbiaditi e un divano polveroso al centro, troppo grande, troppo basso, troppo invitante per non sedercisi sopra a bere il caffè termico che si era portata. Si lasciò cadere. Uno scricchiolio, un soffio gelido sulla nuca, e una voce maschile, raffinata e beffarda, le arrivò da sopra la spalla:
«Quei capelli arruffati, signorina, sembrano un nido di gazze dopo la tempesta. Nel mio secolo le dame almeno si pettinavano prima di invadere le dimore altrui».
Sonia si voltò di scatto. Sul bracciolo del divano polveroso c’era un uomo — o l’idea di un uomo — vestito di damasco scuro, tricorno immaginario, sorriso da libertino e occhi che brillavano di un verde impossibile. Semitrasparente. Bellissimo in modo offensivo. Morto, con ogni evidenza.
«Gesù», esalò lei, poi corresse: «No, aspetta, Gesù non c’entra. Tu chi cazzo sei?»
«Lorenzo. Conte, libertino, morto di sifilide nel millesettecentosettantatré, con un ultimo orgasmo piuttosto deludente, se posso permettermi l’onestà. E tu sei viva, rumorosa e, mi duole dirlo, adorabilmente spaventata. Anch’io lo sarei al tuo posto: questa casa puzza di gotico da quattro soldi».
Lei ridacchio, nervoso e vero. Il terrore c’era, certo — candele spente da sole, correnti d’aria dove non dovevano esserci, un fantasma sul divano — ma c’era anche un calore basso nella pancia, un’attrazione immediata e ridicola. «Sei morto di sifilide e adesso fai il critico di acconciature. Classico».
«E tu affitti manieri infestati da sola. Ancora più classico. Dimmi la verità: ti piaccio già».
«Mi fai ridere. E sei trasparente. È una combinazione pericolosa».
Si guardarono. Lui inclinò il capo, lei scrollò le spalle, e la tensione tra il brivido gotico della dimora e il desiderio reciproco divenne una cosa che entrambi ammisero ridendo, come due complici a un funerale sbagliato.
Quella notte Sonia non dormì. Salì in soffitta, dove i ragni tenevano consiglio, e trovò una candela nera infilata in un candelabro di ottone verdastro. L’aveva descritta un inventario del 1890: “per evocare ciò che non vuole restare quieto”. Perfecto. La portò giù, la piantò sul tavolino di fronte al divano polveroso, e con un sorriso storto disse ad alta voce:
«Va bene, fantasma di merda. Vieni fuori. Ma se mi fai solo spaventi barati, ti confino in cantina con le ragnatele».
La fiamma si piegò all’indietro. Lorenzo apparve seduto di nuovo sul divano, gambe incrociate, un’ombra di divertimento sulle labbra. «Candela nera. Che gusto teatrale. Nel mio tempo bastava un po’ di vino e una preghiera sbagliata».
«Nel tuo tempo morivate di sifilide. Aggiorniamoci». Sonia si avvicinò, flirtando in modo volutamente ironico, mani sui fianchi. «Allora? Sussurrami oscenità in italiano antico. Fammi sentire se vali il viaggio».
Lui si alzò — o piuttosto fluttuò — e le girò intorno. La voce gli si fece bassa, arcaica, sporca di secoli: «Vorrei ficcarti la lingua tra le cosce finché non urli il nome dei santi che non esistono più. Vorrei che il mio cazzo, freddo come la tomba e duro come il peccato, ti aprisse lenta, lentissima…».
Un brivido le corse lungo la schiena. Non di paura. Di sì. Quando le dita eteree gli sfiorarono il collo, fredde e inconsistenti, Sonia chiuse gli occhi e disse chiaro, senza tremare:
«Smettila di fare il morto e toccami sul serio. Ti do il consenso, Lorenzo. Tutto. Ora».
Le dita divennero solide. Fredde, sì, ma presenti, carnose abbastanza da farle rizzare i peli. Lui rise contro la sua pelle. «Come ordini, storica dell’arte. Che catalogo faremo stasera».
Il corpo di Lorenzo si materializzò del tutto sul divano polveroso: pallido, muscoloso in modo aristocratico, cazzo già duro che pendeva pesante tra le cosce, una vena spettrale pulsante lungo il dorso. Freddo al tatto, come marmo lasciato fuori di notte. Sonia si tolse la maglietta senza cerimonie, poi i jeans, le mutandine, e gli salì sopra a cavalcioni, ridendo quando il polverio del divano le si attaccò alle ginocchia.
«Freddo del cazzo di un fantasma», commentò lei afferrandolo, facendolo scivolare tra le pieghe già bagnate. «È come un gelato al gusto di dannazione. Mi piace».
«Infilalo», le ordinò lui con voce roca, mani salde sui suoi fianchi. «E non dirmi che hai paura adesso».
Lei scese su di lui con un gemito lungo, sentendo quella lunghezza fredda aprirla centimetro dopo centimetro, il contrasto bollente-freddo che le faceva velare lo sguardo. Cavalcò con entusiasmo, petto avanti, capelli arruffati che lui aveva preso in giro e che adesso scuoteva a ogni spinta. Lorenzo le strinse i fianchi abbastanza da lasciare segni chiari, poi si sollevò a mezzo busto e le morse i capezzoli con zanne spettrali — non abbastanza da ferire davvero, abbastanza da farle gridare un «ah, stronzo!» misto a risata e piacere. La lingua gelida le girò intorno all’areola mentre lei si muoveva più veloce, bagnando il suo bacino di desiderio caldo che sul freddo faceva quasi vapore.
«Più forte», gli chiese tra un gemito e una battuta. «O sei ancora troppo morto per scoparmi come si deve?»
Lui la sollevò quasi del tutto, la girò con una facilità da incubo erotico e la mise a quattro zampe sul divano polveroso. Polvere che volava, cuscini che scivolavano. La penetrò da dietro con una spinta profonda, spettrale, che la fece tremare tutta e appoggiare la fronte al bracciolo. «Così?», chiese lui, ritmando colpi lenti e pesanti che le battevano contro il punto giusto. «O vuoi che ti ricami il nome sull’utero con il cazzo di un conte sifilitico?»
«Sì — no — cazzo, Lorenzo, scopami più forte e stai zitto un secondo».
Rise. Obbedì solo alla prima parte. Le spinte divennero profonde, costanti, il freddo che si scaldava a contatto con lei fino a diventare una temperatura impossibile, né viva né morta. Sonia gli graffiò la schiena ectoplasmica quando lui si chinò sopra di lei; le unghie affondavano in qualcosa di denso e luminoso, lasciando scie di luce debole. Si alternarono: lei di nuovo sopra, poi di lato, una coscia alzata, lui che le sfregava il clitoride con un pollice gelido mentre la sfondava piano. Parlavano tra i gemiti.
«Il tuo cazzo ha l’aria condizionata incorporata», ansimò lei.
«E la tua figa è l’unico posto caldo che ho sentito in duecento cinquant’anni. Non rovinarmi la poesia».
«Poesia un cazzo. Più a fondo».
Lui obbedì. La stanza odoriava di cera, polvere e sesso. Quando l’orgasmo arrivò, fu condiviso e ridicolo e grandioso: Sonia strinse intorno a lui con un grido roco, ridendo e venendo insieme, e Lorenzo scaricò un freddo luminoso dentro di lei che non era seme ma qualcosa di più antico, una scarica che fece brillare l’intero salotto di luce ultraterrena per lunghi secondi — lampadari che tintinnavano da soli, quadri che sembravano muovere gli occhi. Tremarono uniti sul divano polveroso finché il tremore non divenne solo respiro e risatine stremate.
Lorenzo si ritirò con un inchino teatrale ancora nudo e magnifico, già iniziando a sfilacciarsi ai bordi. «Ogni notte di luna piena, Sonia. Te lo prometto. Tieni la candela nera. E pettinati, per l’amor del cielo».
«Vai a farti fottere, conte».
«Già fatto. Da te. Ed è stato un onore».
Svanì in un soffio che profumava di mirra e ironia.
Sonia restò sdraiata sul divano, nuda, soddisfatta, ridacchiando piano contro un cuscino infarinato di secoli. Il corpo le pulsava di un piacere che sapeva di gotico e di scherzo riuscito. Si coprì con la sua stessa maglietta, guardò il punto vuoto dove lui era stato, e sorrise di un sorriso privato.
Perché lei sapeva una cosa che Lorenzo non sapeva ancora.
Mentre catalogava i quadri quel pomeriggio, prima della candela, prima di tutto, aveva trovato un medaglione nascosto dietro la tela di un ritratto sbiadito: il suo ritratto, di lui, giovane e vivo. Dentro, un ciuffo di capelli e una nota scritta a inchiostro bruno che diceva che il libertino Lorenzo non era morto solo di sifilide. Era morto anche maledetto da una strega gelosa, e la maledizione si sarebbe spezzata soltanto quando una donna viva l’avesse chiamato per nome tre volte di sua spontanea volontà dopo averlo preso dentro di sé sotto la luna. Sonia aveva già detto il suo nome. Due volte. La terza l’avrebbe detta alla prossima piena, apposta, lentamente, mentre lui era ancora sepolto fino in fondo a lei.
E allora il fantasma avrebbe scoperto di poter restare.
Ma quella era una sorpresa per dopo. Per ora c’era solo il divano polveroso, l’eco di un orgasmo ultraterreno, e il sorriso di una storica dell’arte che aveva appena deciso che i reperti più interessanti non stavano affatto nei cataloghi.
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