Caught Skinny-Dipping With Stepmom
Marco spia la matrigna nuda in piscina e viene sedotto.
Marco tornò a casa per l’estate con lo zaino ancora sulle spalle e il sole caldo del pomeriggio che gli picchiava sulla nuca. Ventidue anni, spalle larghe da nuotatore, addominali scavati, il corpo ancora umido di sudore dopo il viaggio. Il cancello della villa scattò con un click familiare e lui entrò in punta di piedi, cercando l’ombra dei lecci. Il padre era via per lavoro, come sempre: tre settimane a Singapore, forse di più. Solo lui e Giulia. La matrigna. Trentotto anni, corpo da peccato, tette pesanti e sode che sfidavano la gravità, vita stretta, culo rotondo e sodo da far venire l’acquolina.
Si fermò tra i cespugli di alloro che separavano il vialetto dalla piscina privata. E la vide. Nuda. Completamente nuda. L’acqua limpida le lambiva le cosce mentre stava immersa fino al petto, le braccia appoggiate al bordo di pietra, la schiena inarcata. I capezzoli scuri e turgidi spuntavano appena sopra la superficie, bagnati, lucidi. Giulia sapeva di essere guardata. Lo sguardo malizioso che lanciò verso i cespugli non lasciava dubbi: un sorriso lento, le labbra socchiuse, gli occhi che lo cercavano proprio lì dove si era nascosto. Marco sentì il cazzo indurirsi subito, premere contro lo slip, il sangue che gli scendeva tutto in basso. Tabù. Proibito. La moglie di suo padre. E lui la voleva scopare fino a farla urlare.
Restò fermo, il respiro corto, a masturbarsi quasi senza accorgersene sopra i pantaloni. Lei si alzò un poco, facendo uscire le tette intere dall’acqua. Le strinse tra le mani, i pollici che sfioravano i capezzoli, poi si girò di schiena e allargò leggermente le gambe, offrendo lo spettacolo della figa rasata e già lucida di desiderio. «Marco…» la voce sensuale, calda, che tagliò l’aria. «Smettila di nasconderti come un ragazzino. Vieni qui. Adesso.»
Esitò un secondo. Il cuore gli batteva in gola. Poi la vista di quelle tette bagnate, dei capezzoli duri che brillavano al sole, lo spinse. Si tolse la maglietta, i pantaloni, lo slip. Il cazzo balzò fuori, grosso, venato, già gocciolante di precome. Entrò in acqua senza dire una parola. L’acqua era tiepida, il corpo di lei a due metri, poi a uno. Nuotarono vicini. Si sfiorarono «per caso»: la coscia di lei contro il suo fianco, il dorso della sua mano che graziò il culo sodo di Giulia. Lei rise piano, un suono basso e sporco.
«Hai sempre avuto questo cazzo così grosso, figliastro?» sussurrò, avvicinandosi fino a fargli sentire il calore del suo fiato. «Da quando ti ho visto la prima volta a diciotto anni mi sono bagnata solo a immaginarmelo dentro. Voglio sentirlo. Voglio il cazzo del figliastro che mi sfonda la figa mentre tuo padre è a migliaia di chilometri. Lo sai, vero? Lo so che mi spavi da settimane. E mi eccita da morire.»
Marco non resisté. La afferrò per la nuca e la baciò con rabbia, lingua contro lingua, denti che graffiavano il labbro inferiore. Lei gli rispose con la stessa fame, una mano che scese sott’acqua e gli strinse il cazzo duro, lo pompò lento, il pollice che stropicciava il glande. «Cazzo, sei enorme…» mormorò contro la sua bocca. «Portami sul bordo. Adesso.»
Uscirono. L’acqua colava dai loro corpi. Giulia si mise a quattro zampe sul marmo caldo del bordo, schiena inarcata, culo alto, le ginocchia divaricate. La figa era aperta, rosa, lucida di bava e di desiderio, le labbra gonfie. Marco le si mise dietro, le mani grosse che le afferrarono i fianchi. Affondò il cazzo in un colpo solo, fino in fondo. Lei gemé forte, un suono gutturale. «Scopami… sì, così… cazzo sì…»
Iniziò a pompordela con forza, le palle che sbattevano contro la clitoride, il cazzo che spariva intero in quella figa stretta e bollente. Ogni spinta faceva ondeggiare le tette di Giulia. «Scopami più forte, sono la tua troia di matrigna!» urò lei, la voce rotta. «Usami… riempimi… fai vedere a questa puttana di quanto sei bravo a scopare la moglie di papà.» Marco le diede una sberla sul culo, poi un’altra, lasciando il segno rosso. Lei spingeva indietro, incontrando ogni affondo, la figa che lo succhiava, che lo stringeva. «Più forte… spaccami… sono la tua troia… la tua matrigna troia…»
Dopo una decina di minuti di martellate selvagge la fece girare. Si sedette sul bordo con le gambe aperte e lei gli salì in grembo, schiena contro il suo petto per un attimo, poi si girò faccia a faccia e si infilò il cazzo da sola, scendendo fino in fondo con un gemito lungo. Iniziò a cavalcarlo. Le tette rimbalzavano a ogni salita e discesa, pesanti, i capezzoli duri che chiedevano bocca. Marco li prese, li succhiò, li morse piano mentre le mani le strizzavano il culo, le dita che scivolavano nel solco e premevano sull’ano. Giulia ansimava, i fianchi che ruotavano, che sbattevano, la figa che schizzava umidità sulle sue cosce. «Sì… succhiami le tette… stringimi il culo… cazzo come mi riempi… sono piena del cazzo di mio figliastro…»
Quando sentì che stava per esplodere la fece scendere. Lei capì subito. Si mise in ginocchio sul marmo bagnato, tra le sue gambe, e gli prese il cazzo in bocca fino in gola. Senza esitazione. Labbra tese, gola aperta, saliva che colava sul mento e sulle palle. Marco le tenne i capelli e la scopò la bocca, spingendo a fondo. Lei gorgogliava, gli occhi lucidi di lacrime e di piacere, una mano che si frugava la figa mentre lo pompava. «Prendi tutto…» grugnì lui. «Ingoia, troia.» Venne con un ruggito. Getti spessi e caldi di sperma le riempirono la bocca, le scesero in gola. Giulia non ne perse una goccia. Deglutì tutto, la gola che lavorava, poi leccò il glande pulito, un filo di bianco che le restava all’angolo delle labbra e che lei raccolse con la lingua.
Si alzò nuda, il corpo ancora lucido d’acqua e di sesso, le cosce lucide della sua stessa bava. Sorrise, complice, sporca, soddisfatta. Si avvicinò al suo orecchio e gli sussurrò, la voce roca: «D’ora in poi, ogni volta che tuo padre sarà via… ti aspetterò nuda in piscina. O nel letto matrimoniale. O in ginocchio nell’ingresso. Farò tutto quello che vorrai, Marco. Ti farò venire finché non potrai più camminare. E la prossima volta… voglio che mi prendi anche il culo. Voglio sentire il cazzo del miei figliastro aprirmi da dietro mentre ti chiamo papà per sbaglio. Non andartene stasera. Resta. Ho ancora fame.»
Marco non si mosse. Restò lì, nudo, il cazzo ancora semi-duro che gli pulsava tra le cosce, ancora lucido della saliva di lei e del suo stesso sborro. Giulia lo guardava dall’alto in basso con quello sguardo da puttana sazia e affamata allo stesso tempo. Le prese il polso e lo trascinò dentro casa senza dire una parola. Le impronte bagnate dei loro piedi sul marmo del salone. Lei camminava davanti, il culo che ondeggiava, le cosce ancora lucide di bava. Salirono le scale. La camera matrimoniale. Il letto enorme di suo padre. L’odore di lei ovunque: crema, sole, sesso.
«Sdraiati» ordinò. Marco si sdraiò sulla schiena. Giulia gli montò sopra a rovescia, la figa dritta sulla faccia, il culo che gli riempiva la vista. «Leccami. Adesso. Voglio che mi pulisci tutta con la lingua prima di riempirmi di nuovo.» Lui affondò la faccia tra quelle labbra gonfie, già scivolose. La lingua le aprì la fessura, leccò dal clitoride fino al buco del culo, lento, sporco. Lei gemé e si piegò in avanti, prendendogli di nuovo il cazzo in bocca. Si succhiavano a vicenda, rumori umidi, schiocchi, gola e figa. Marco le conficcò la lingua nel buco del culo, la girò, la spinse. Giulia urlò contro il suo cazzo, una vibrazione che gli fece alzare le anche.
«Così… sì… leccami il culo, figliastro di merda…» La voce era roca, rotta. Si dondolava sulla sua faccia, strofinandosi, bagnandolo tutto. Poi si alzò, si girò, gli montò di nuovo a cavalcioni. Si infilò il cazzo da sola con un solo gesto fluido, fino in fondo, e restò ferma un secondo, respirando. «Cazzo… mi spacca ancora.» Iniziò a muoversi. Lente, profonde, il bacino che ruotava. Le tette gli ballavano davanti alla faccia. Lui le afferrò, le strinse, ci piantò i denti nei capezzoli. Lei accelerò. Il suono era osceno: pelle bagnata contro pelle, la figa che schioccava a ogni discesa.
«Guardami» disse lei. «Guarda la moglie di tuo padre che si scopa il tuo cazzo sul letto di tuo padre.» Marco le diede uno schiaffo sulla coscia. Poi un altro sul culo. Lei rise e spinse più forte. «Ancora. Più forte.» Lui le afferrò i fianchi e iniziò a spingere dal basso, martellandola. Ogni affondo le faceva uscire un gemito corto, bestiale. La figa di Giulia lo stringeva a ritmo, calda, stretta, che succhiava. Prese a frullarle il clitoride con il pollice. Lei si irrigidì, la schiena inarcata, e venne con un grido lungo, la figa che gli pulsava intorno al cazzo a ondate. Squirto le scivolò sulle palle, caldo.
Non si fermò. Continuò a cavalcarlo attraverso l’orgasmo, le cosce che tremavano. «Non hai ancora finito con me» ansimò. «Voglio il culo. Me lo hai promesso con gli occhi laggiù in piscina.» Scese, si mise a quattro zampe sul materasso, la faccia affondata nel cuscino di suo marito, il culo alto e aperto. Con due dita si aprì le natiche. Il buco rosa, stretto, ancora lucido della saliva di lui. «Sputaci sopra. Ingoiami. Spaccami.»
Marco si mise in ginocchio dietro di lei. Sputò sul buco, ci passò il glande, lo strofinò su e giù. Lei spingeva indietro. Lui premette. La testa entrò con resistenza, un anello caldo che si apriva a fatica. Giulia tirò un urlo soffocato nel cuscino. «Fermo… aspetta… cazzo che grosso…» Respirò. «Ora. Tutto.» Marco spinse lento, centimetro dopo centimetro, finché le palle non le battevano contro la figa. Restò fermo, sepolto fino in fondo nel culo della matrigna. Il calore era diverso, più stretto, più proibito. Lei tremava.
«Muoviti» sussurrò. «Scopami il culo. Usami come la tua troia personale.» Lui iniziò a pompordela. Lente all’inizio, poi più profonde. Il culo di Giulia lo succhiava a ogni ritirata. Le mani di Marco le strizzavano i fianchi, lasciando segni. Schiaffi secchi sulle natiche. Lei spingeva indietro incontro a ogni colpo, la voce che saliva: «Sì… così… il cazzo di mio figliastro nel culo… papà… ah cazzo… scusa… Marco… scopami…»
A sentirla dire “papà” per sbaglio gli salì una scarica elettrica lungo la schiena. Accelerò. Affondi lunghi e violenti. Il letto scricchiolava. Lei si frugava la figa con tre dita mentre lui le sfondava il culo. «Vieni dentro… riempimi il culo… voglio sentire lo sborro caldo di mio figliastro mentre penso a tuo padre che mi chiama da Singapore…» Marco grugnì, le afferrò i capelli, la tirò indietro contro il petto e le parlò all’orecchio mentre la scopava: «Sei la mia puttana. La moglie di papà con il culo pieno del cazzo del figliastro. Diglielo.»
«Sono la tua puttana» rantolò lei. «La matrigna troia. Spaccami. Sborrami dentro.» Lui andò più forte, più grezzo. Il suono delle palle che sbattevano, i gemiti di lei, il letto che batteva contro il muro. Sentì le palle stringersi. «Prendi…» Venne con un ruggito, getti spessi che le riempirono il culo a scariche. Continuò a spingere mentre sborrava, spingendo lo sperma più a fondo. Giulia venne di nuovo sotto di lui, le dita fradice, un gemito lungo e rotto che finì in una risata rauca.
Rimasero così un minuto, lui ancora conficcato, il respiro pesante di entrambi. Poi Marco uscì piano. Lo sborro gli colò fuori dal buco di lei, bianco, denso, gli scese lungo la coscia interna. Giulia si lasciò cadere a pancia in giù, esausta, il culo rosso di schiaffi, lucido di sesso. «Gesù…» mormorò contro il cuscino. «Mi hai spaccata per bene.»
Marco le si sdraiò accanto, il cuore che ancora gli martellava. Lei si voltò verso di lui, gli occhi lucidi, un sorriso sporco e soddisfatto. Gli passò un dito sulle labbra e glielo fece leccare: sapeva di entrambi. «Stasera non dormi nella tua stanza» disse. «Dormi qui. E quando ti svegli… se hai ancora il cazzo duro… mi prendi di nuovo. Figa, culo, bocca. Come vuoi. Finché tuo padre non rientra, questo letto è nostro. Io sono tua.»
Si baciarono lenti, senza fretta, lingue pigre. Poi lei scese di nuovo tra le sue gambe e gli pulì il cazzo con la lingua, leccando via il resto del suo sborro misto alla sua bava, fino a lasciarlo lucido e pulito. Si sistemò contro il suo petto, una gamba gettata sulle sue cosce, le tette schiacciate contro di lui. Fuori il sole stava calando. La villa era silenziosa. Solo il loro respiro e l’odore pesante di sesso nella camera matrimoniale.
Marco le accarezzò i capelli, ancora incredulo, il cazzo che già dava segni di ripresa solo a sentirla parlare così. Giulia alzò lo sguardo, maliziosa. «Sai cosa è la cosa più divertente di tutto questo?» chiese a bassa voce, le dita che gli giocherellavano sul petto.
«Cosa?»
Lei gli diede un bacio leggero sulla mandibola, poi sussurrò, morta dal ridere: «Che tuo padre mi ha chiesto ieri al telefono se mi sentivo sola in casa… e io gli ho risposto che no, che stavo benissimo, che avevo già trovato un modo per tenermi occupata. Non ti sembra un po’ ironico che adesso abbia ragione?»
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