Il Finto Fidanzato al Lago d’Estate
Sofia si fa scopare selvaggiamente da Trent mentre il marito Paulina guarda eccitato dalla poltrona.
Il sole di fine pomeriggio spalmava una luce d’oro sul Lago di Como, facendo scintillare l’acqua come una lama liquida. Sofia sistemò gli occhiali da sole sul naso e si lasciò sfiorare la schiena nuda dal vento caldo che saliva dal pontile. Aveva trentacinque anni precisi, il corpo snello e sodo di chi nuotava ogni mattina, i capelli castani raccolti in una coda sciolta che le batteva tra le scapole. Il bikini nero lasciava scoperta quasi tutta la pelle, e lei lo sapeva. Lo voleva.
Accanto a lei, Paulina sistemava gli asciugamani sulla sdraio della terrazza dell’hotel. Lo stesso numero di anni, lo sguardo scuro, le spalle larghe sotto la camicia di lino bianca lasciata sbottonata sul petto. Da mesi, nelle notti calde del loro letto matrimoniale, avevano parlato di questo gioco. Il finto fidanzato. Lui sarebbe rimasto ai margini, l’amico single in vacanza con loro; lei avrebbe flirato, provocato, spinto oltre. E lui avrebbe guardato. Solo guardato, almeno all’inizio. L’idea gli tendeva già il cazzo nei pantaloni corto.
«Ricordati», mormorò Paulina avvicinandosi le labbra all’orecchio di lei, la voce bassa e roca, «io sto qui. Ti vedo. E se lui ti tocca… tu decidi quanto lasciarlo fare. Io ti do il consenso con gli occhi. Capito, amore?»
Sofia girò appena il viso. La lingua le sfiorò il lobo di lui, un assaggio rapido e umido. «Capito. Voglio che ti venga duro mentre mi guarda le cosce aperte. Voglio sentire il tuo sguardo addosso come una mano tra le gambe.»
Paulina emise un suono gutturale, quasi un ringhio soffocato. «Vai. L’istruttore di vela sta finendo la lezione del gruppo. Trent. Quello alto, braccia da vogatore. L’hai fissato tutta la mattina.»
Sofia si alzò senza fretta. Il tessuto del bikini le entrava tra le natiche a ogni passo, e sapeva che Paulina stava seguendo quel movimento. Discese i gradini di pietra verso il pontile di legno dove le barche a vela erano ormeggiate. Trent stava riponendo le cime, la maglietta bianca appiccicata al torace sudato, i pantaloncini scuri che disegnavano le cosce potenti. Trentenne, sorriso facile, occhi chiari che si alzarono appena la vide arrivare.
«Signora del dieci», disse lui con un mezzo sorriso, riconoscendola dalla lezione del giorno prima. «Ancora in acqua o solo a guardare?»
Sofia si fermò a un passo da lui, abbastanza vicino da sentire l’odore di sale, crema solare e pelle calda. «A guardare, per ora. Mio marito… cioè, il mio amico Paulina è rimasto lassù. Io volevo chiedere se stasera c’è posto al ristorante del lago. Quello con i tavoli sull’acqua.»
Trent si asciugò la fronte con il dorso della mano, lo sguardo che scendeva senza pudore sul seno di lei, sul ventre piatto, sul laccio del bikini sui fianchi. «Ci vado sempre io dopo le lezioni. Se vuole, la accompagno. Paulina può raggiungerci dopo, no?»
Il cuore di Sofia batteva forte, ma la voce uscì ferma, un filo più grave. «Paulina è single, come te. Siamo qui in tre amici. Io… sono libera di fare come mi pare.» La bugia dolce le bruciava piacevolmente sulla lingua. Sapeva che Paulina, dalla terrazza, stava già bevendo ogni parola dal movimento delle sue labbra.
Trent inclinò la testa, interessato. «Allora a stasera. Tavolo per due, vicino all’acqua. Alle otto.»
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Il ristorante galleggiava quasi sull’acqua scura del lago. Lanterne basse, tovaglie bianche, il chiacchiericcio lontano delle altre tavolate. Sofia indossava un vestitino corto di lino bianco, scollato, senza reggiseno; i capezzoli le premevano contro il tessuto ogni volta che il vento li sfiorava. Paulina si era seduto deliberatamente a un tavolo più indietro, di lato, con un bicchiere di vino rosso e la scusa di «lasciarli chiacchierare». Dalla sua poltrona di vimini vedeva perfettamente il profilo di Sofia, le spalle nude, le gambe incrociate sotto il tavolo.
Trent arrivò ancora con i capelli umidi della doccia, camicia azzurra aperta sul collo. Ordinarono pesce e vino bianco freddo. Sofia rideva alle battute di lui, inclinandosi in avanti così che il seno si disegnasse netto. Sotto il tavolo, la sua coscia destra oscillava piano, sfiorando quasi quella di Trent.
«Sei sposata davvero?», chiese lui a un certo punto, la voce calata. «O era solo una storiella per tenermi a bada stamattina?»
Sofia sorseggiò il vino, gli occhi che andavano per un attimo oltre la spalla di Trent, dritti a Paulina. Il marito la fissava. Le labbra leggermente aperte. Una mano ferma sul bicchiere, ma le nocche bianche. Eccitato. Lei lo sentiva sulla pelle come un respiro caldo.
«Sono libera stasera», rispose piano. «E tu mi piaci. Le tue mani sulle cime oggi… mi chiedevo come sarebbero sulle mie gambe.»
Trent restò immobile un secondo. Poi la sua mano destra scivolò sotto la tovaglia. Dita calde, callose dal lavoro in barca, posate prima sul ginocchio di lei, poi più su, sulla coscia interna dove la pelle era più morbida e calda. Sofia non chiuse le gambe. Le aprì di un centimetro. Bastava.
Il pollice di Trent tracciò un cerchio lento, salendo verso l’orlo delle mutandine di pizzo che lei aveva scelto apposta. Sofia sentì il fiato spezzarsi. Guardò di nuovo Paulina. Lui annuì, impercettibile, lo sguardo carico di una fame nera, le guance tinte. Un silenzioso «sì, lasciagli fare, voglio vedere». Il consenso che le bruciava tra le gambe più del tocco stesso.
«Più su», sussurrò Sofia a Trent, abbastanza forte perché il marito potesse immaginare le parole dal movimento della bocca. «Paulina ci guarda, lo sai? Gli piace. Gli piace quando mi toccano.»
Trent emise un verso basso, stupito e arrapato insieme. Le dita salirono ancora. Trovarono il calore umido del pizzo già bagnato. Sofia tremò, le cosce che si allentavano del tutto sotto il tavolo. Il medio di Trent premette contro la fessura attraverso il tessuto, trovando il clitoride gonfio, e cominciò a sfregare con lentezza crudele mentre con l’altra mano portava il bicchiere alle labbra come se nulla stesse accadendo.
«Cazzo, sei già fradicia», mormorò lui contro il calice. «Vuoi che ti ficchi un dito qui, davanti a tutti? Davanti a lui?»
Sofia non rispose a voce. Si limitò a spingere il bacino in avanti, incontro a quella mano. Gli occhi restavano agganciati a quelli di Paulina. Il marito aveva abbandonato ogni pretesa di discrezione: schiena dritta, sguardo fisso sul punto in cui sapeva che la mano di Trent lavorava sotto il bianco del vestito. Sofia lesse sulle labbra di lui un «continua» muto, e il pensiero che Paulina avesse il cazzo duro e stretto nei pantaloni la fece gemere piano, un suono che si perse nel rumore dell’acqua contro i pali.
Trent fece scivolare il pizzo di lato. Un dito grosso e ruvido entrò in lei con facilità, caldo, fino alla nocca. Sofia chiuse gli occhi un attimo, le unghie conficcate nella tovaglia. Quando li riaprì, Paulina si stava leccando il labbro inferiore, il petto che saliva e scendeva troppo in fretta. Lei strinse i muscoli attorno al dito di Trent, un ritmo lento e sporco, e sentì il secondo dito chiedere spazio. Li accolse entrambi. Il pollice tornò sul clitoride, cerchi stretti, pressioni precise.
«Lui ti scoperebbe con gli occhi adesso», disse Trent all’orecchio di lei, la voce roca. «E io ti scoperei sotto questo tavolo se potessi. Vuoi venire così? Con le mie dita dentro e il tuo amico che si fa una sega mentale guardandoti?»
Sofia annuì, il respiro corto. «Non ancora… non farmi venire ancora. Voglio che mi porti via dopo. Da qualche parte dove Paulina possa seguirci. Voglio che mi guardi mentre mi scoperai per davvero.»
Trent curvò le dita, trovando quel punto gonfio e sensibile che le fece aprire la bocca in un respiro silenzioso. «Allora finiamo la cena. Poi ti porto al pontile di servizio, dietro le barche. Al buio. E il tuo Paulina potrà sedersi dove vuole.»
Sotto il tavolo la mano di Trent non si fermò. Infilava e ritraeva le dita bagnate, il pollice che strofinava, il palmo che copriva tutto il sesso di lei come un possesso temporaneo. Sofia sentiva il proprio umore scendere lungo la coscia, caldo e vischioso. Ogni tanto lanciava un’occhiata a Paulina e trovava sempre lo stesso fuoco: il marito era immerso nel gioco fino al collo, le gambe divaricate sotto il proprio tavolo, una mano che di tanto in tanto scendeva a sistemarsi il cazzo evidente.
Quando il cameriere portò il conto, Trent ritirò la mano con lentezza esasperante. Le dita lucide le sfiorarono il labbro inferiore prima di sparire. Sofia le leccò, lo sguardo ancora su Paulina. Il marito alzò il bicchiere in un brindisi muto, gli occhi neri di promessa e di fame.
Si alzarono. Sofia camminava con le gambe un po’ molli, il vestito che le si appiccicava tra le cosce umide. Trent le posò una mano sulla schiena nuda, bassa, quasi sul seno delle natiche. Dietro di loro, con calma deliberata, Paulina lasciò qualche euro sul tavolo e si alzò a sua volta. Non disse una parola. Seguirà. Sofia lo sapeva dal modo in cui il cuore le batteva in gola e dal formicolio che le saliva dalla figa aperta fino allo stomaco.
Il pontile di servizio era immerso nell’ombra delle barche ormeggiate. L’acqua sciabordava piano. Trent spinse Sofia contro lo scafo di una barca a vela, le mani già sotto il vestito, a stringerle le natiche nude. Paulina si fermò a una decina di metri, trovò una panchina di legno semi-nascosta e si sedette, le gambe aperte, lo sguardo fisso.
Sofia girò la testa verso di lui mentre Trent le mordeva il collo e le apriva le cosce con le ginocchia. «Guardami», sussurrò verso il marito, la voce spezzata dall’eccitazione. «Guardami mentre mi faccio scopare. E non toccarti ancora. Voglio che aspetti. Voglio che ti salvi tutto per dopo, quando tornerò da te fradicia del cazzo di un altro.»
Paulina annuì una volta sola, lento, le mani strette sui bordi della panchina. Gli occhi non lasciarono mai il corpo della moglie. Trent aveva già abbassato i pantaloni abbastanza da far uscire il cazzo grosso e duro, e lo stava strofinando tra le labbra bagnate di Sofia, su e giù, senza entrare ancora. Lei gemé, le unghie conficcate nella spalla di lui, il bacino che cercava di impalarlo da sola.
«Daglielo», disse Paulina a voce appena udibile, ma abbastanza chiara nella quiete del lago. «Daglielo tutto. Voglio sentire il rumore che fa quando glielo infili.»
Trent sorrise contro la bocca di Sofia e spinse.
Trent spinse il cazzo grosso e duro fino in fondo con un colpo solo, aprendo le labbra già fradicie di Sofia e affondando fino alle palle. Lei gettò la testa all’indietro contro lo scafo scuro, un gemito lungo e rotto che si mescolò al rumoroso sciabordio dell’acqua. Sentiva ogni vena, ogni pulsazione, il calore che la riempiva e la stirava. Le unghie le si conficcarono nelle spalle di lui mentre Trent cominciava a muoversi, bastonate lente e profonde che facevano sbattere le natiche di lei contro il legno umido.
«Cazzo, quanto sei stretta», borbottò Trent contro la sua bocca, le mani che le tenevano i fianchi aperti. «Il tuo amico sta guardando ogni centimetro che ti metto dentro.»
Sofia voltò il viso verso la panchina. Paulina era lì, immobile, le gambe divaricate, il contorno del cazzo duro che tendeva i pantaloni. Gli occhi neri non lasciavano il punto in cui i corpi si univano. Sofia sentì un’ondata di calore scenderle dalla pancia alla figa già piena. «Guardalo», ansimò lei a Trent. «Guardalo mentre mi scopi. Gli piace. Gli piace sentire il rumore che fai quando mi apri.»
Trent obbedì, voltandosi appena mentre accelerava. I colpi divennero più secchi, più umidi; il suono carnale della figa di Sofia che succhiava e rilasciava il cazzo riempiva l’aria ferma del pontile. Lei spingeva il bacino incontro a ogni spinta, le cosce che tremavano, il vestitino di lino rialzato fino al petto. I capezzoli duri sfregavano contro la camicia di Trent ogni volta che lui si piegava per morderle il collo.
Paulina strinse i bordi della panchina fino a far sbiancare le nocche. Non si toccò. Obbediva all’ordine di lei. Sofia lo sapeva, lo sentiva sulla pelle come una carezza calda. Il pensiero che il marito si stesse trattenendo, che il cazzo gli pulsasse inutilizzato mentre un altro uomo la scopava contro una barca, le fece stringere i muscoli attorno all’asta di Trent con una forza quasi dolorosa.
«Più forte», sussurrò Sofia, la voce spezzata. «Voglio che lui senta quanto mi piace. Voglio che veda la mia figa che ti ingoia tutto.»
Trent le afferrò una coscia e la sollevò, aprendola di più, e cominciò a scoparla con rabbia controllata, il bacino che sbatteva, le palle che schiaffeggiavano la pelle bagnata. Sofia gemé a denti stretti, gli occhi sempre su Paulina. Vide il marito leccarsi le labbra, il petto che saliva troppo in fretta. Un filo di saliva le scese all’angolo della bocca mentre immaginava Paulina che più tardi le avrebbe leccato via il casino di un altro uomo.
Dopo una decina di spinte profonde Trent rallentò, uscendo quasi del tutto e lasciando solo il glande a sfregare l’ingresso gonfio. Sofia si lamentò, cercando di riacciuffarlo con il bacino. Lui sorrise, sporco, e le sussurrò all’orecchio: «Non ancora. Se continuo adesso vengo dentro e finisce tutto. Tu hai detto che vuoi che lui ti guardi per davvero… e io voglio fucking godermi questa cosa.»
Si sfilò con un suono umido. Il cazzo lucido di lei oscillò pesante tra loro. Sofia restò appoggiata allo scafo, le gambe molli, il vestito che le cadeva di nuovo sulle cosce madide. Guardò Paulina e lesse nello sguardo di lui la stessa fame nera, la stessa necessità di continuare il gioco senza bruciarlo tutto in una volta.
«Andiamo a camminare», disse Sofia con voce roca, sistemandosi il tessuto tra le gambe. «Lungo la riva. Voglio sentire ancora le tue mani, ma voglio anche che lui ci segua. Nasconditi tra gli alberi, amore», aggiunse rivolgendosi a Paulina, abbastanza forte perché lui sentisse. «Guardaci. Non farti vedere. E non toccarti.»
Paulina annuì una volta sola, si alzò e sparì nell’ombra dei platani che costeggiavano il sentiero di ghiaia. Trent sistemò i pantaloni alla meglio, il cazzo ancora duro che tendeva la stoffa, e posò una mano possessiva sulla schiena nuda di Sofia. Camminarono lungo la riva del lago. L’acqua batteva piano contro i sassi, l’aria odorava di canne e di notte calda. Il vestitino di Sofia si muoveva con ogni passo, sfiorandole le cosce appiccicose di lubrificazione e di saliva.
La tensione saliva a ogni metro. Trent non parlava; teneva le dita basse, quasi sul seno delle natiche, tracciando cerchi lenti attraverso il lino. Sofia sentiva lo sguardo di Paulina come un secondo paio di mani. Sapeva che era là, nascosto tra i tronchi scuri, il cazzo duro e le pupille dilatate. Il solo pensiero le fece di nuovo scendere un filo caldo lungo l’interno coscia.
A un tratto Sofia si fermò. Si girò verso Trent, gli afferrò la camicia e lo baciò con una fame improvvisa e totale. La bocca si aprì, la lingua entrò, denti che graffiavano il labbro inferiore di lui. Trent rispose con altrettanta rabbia, le mani che le scesero subito sul culo, sollevandole il vestito e afferrando le natiche nude. Il bacio era umido, rumoroso, pieno di saliva e di gemiti soffocati. Sofia lo spinse con il bacino, sentendo il cazzo ancora duro premere contro il suo ventre.
Quando si staccarono, entrambi ansimanti, Sofia gli morse il lobo dell’orecchio e sussurrò, la voce bassa ma chiara abbastanza da arrivare fino agli alberi:
«Mio marito sa tutto. È là che ci guarda. Lo desidera quanto me. Vuole vederti mettermi le dita, vuole sentirmi gemere per te. Gli piace l’idea che un altro uomo mi bagni e mi apra mentre lui resta a guardare col cazzo che scoppia.»
Trent emise un suono gutturale, quasi un ringhio. L’eccitazione della situazione hotwife gli perse del tutto i freni. La spinse di scatto contro il tronco di un grande platano, la schiena di lei che urtò la corteccia ruvida. Una mano le tenne i polsi sopra la testa; l’altra scese veloce sotto il vestito, trovò l’orlo delle mutandine di pizzo già traslate di lato e le infilò due dita dritto nella figa calda e gonfia.
Sofia gemé piano, un suono lungo e rotto che cercò di soffocare contro la spalla di lui. Le dita di Trent erano callose, spesse, e le muoveva con precisione crudele: entravano fino alle nocche, si piegavano, cercavano il punto che le faceva tremare le ginocchia. Il pollice tornò sul clitoride gonfio e cominciò a strofinare in cerchi stretti mentre lei si apriva di più, le cosce che si allargavano da sole.
«Sei ancora piena di me», mormorò Trent contro la sua bocca, le dita che succhiavano e spingevano. «Sentila quanto sei bagnata. Lui ti sente gemere, vero? Sta lì tra gli alberi a farmi il cazzo di un regalo mentre ti dito contro quest’albero.»
Sofia annuì, gli occhi socchiusi, il respiro corto. Immaginava Paulina nascosto, il viso teso, la mano che stringeva qualcosa – un ramo, i pantaloni – per non cedere. Il pensiero la faceva stringere le pareti attorno alle dita di Trent con spasmi involontari. «Più a fondo… cazzo, così… lui vuole vedermi venire sulle tue mani, ma non ancora. Non farmi venire qui.»
Trent aggiunse un terzo dito, stirandola, il palmo che copriva tutto il sesso bagnato. Lei si alzò sulla punta dei piedi, il vestito che le saliva sul petto, i capezzoli scoperti che sfregavano contro la corteccia e contro il torace di lui. Ogni spinta delle dita produceva un suono osceno, umido, che si perdeva tra le foglie ma che Paulina doveva sentire chiaro come una confessione.
Sofia girò la testa verso il buio degli alberi, sapendo esattamente dove guardare. «Ti sto facendo toccare da lui», sussurrò verso il marito invisibile, la voce spezzata dai gemiti. «Le sue dita sono grosse come te le piace. Mi sta aprendo per te. Per dopo.»
Trent le morse il collo, le dita che non smettevano di lavorare, di strofinare, di spingere. Sofia sentiva l’orgasmo costruire basso e pericoloso, le cosce che tremavano, il respiro che si faceva corto e alto. Con uno sforzo di volontà gli afferrò il polso e lo fermò, tenendolo ancora dentro di lei ma immobile.
«Basta per adesso», ansimò. «Voglio di più. Voglio il tuo cazzo intero, voglio che mi scopi per ore. E voglio che lui sia seduto in poltrona a guardare ogni spinta.» Si staccò dalle dita di Trent con un suono vischioso, le gambe che reggevano a malapena. Gli prese il viso tra le mani, lo baciò ancora, lento e profondo, assaggiando il sapore di sé stessa sulla sua lingua. Poi gli sorrise, gli occhi scuri di promessa.
«Vieni con me. Nella nostra villa. Stanotte. Paulina sa già la strada. Ti porto nel nostro letto e ti faccio fare quello che vuoi mentre lui guarda dalla poltrona, eccitato come un matto, senza toccarsi finché non decido io. Vuoi?»
Trent la guardò, il cazzo che gli pulsava dolorosamente nei pantaloni, le dita ancora lucide del suo umore. Annuì una volta sola, la voce roca. «Portami. Voglio scoparti davanti a lui finché non riesci più a camminare.»
Sofia gli sistemò il vestito, si passò una mano tra le cosce per raccogliere un po’ del casino e se lo portò alle labbra, leccando lentamente mentre guardava verso gli alberi. Poi prese Trent per mano e cominciò a camminare verso la villa, il cuore che batteva in gola, la figa che pulsava vuota e affamata, sapendo che Paulina li stava già seguendo nell’ombra, pronto a sedersi e a guardare tutto.
La villa affacciata sul lago era immersa nel silenzio della notte. Sofia spinse la porta della camera da letto con una mano tremante d’eccitazione, trascinando Trent dentro. La luce della luna filtrava dalle ampie vetrate, tinteggiando di argento le lenzuola bianche del letto matrimoniale e la poltrona di velluto scuro accanto alla finestra. Paulina entrò per ultimo, chiudendo piano. Si tolse la camicia di lino e si sedette sulla poltrona come un re che assiste allo spettacolo che ha ordinato. Le gambe divaricate, il cazzo già duro che tendeva i pantaloni, lo sguardo fisso sulla moglie.
Sofia si girò verso Trent. Il vestitino di lino bianco le scivolò dalle spalle con un gesto solo; cadde a terra rivelando il seno nudo, i capezzoli duri, il pizzo delle mutandine già bagnato e tirato di lato. «Sali», ordinò a voce bassa, e Trent la afferrò. La spinse contro la parete di pietra illuminata dalla luna. Le mani callose le sollevarono i polsi sopra la testa, le ginocchia le aprirono le cosce. Il cazzo di Trent, ancora umido di lei dal pontile, premeva contro la fessura gonfia.
«Guardalo», ansimò Sofia voltando il viso verso Paulina. «Guardami mentre mi scopa contro il muro della nostra camera.»
Paulina annuì, le labbra socchiuse, una mano che scese lentamente a liberare il proprio cazzo. Lo strinse alla base ma non si mosse. Obbediva ancora. Trent spinse. Un colpo solo, secco, fino in fondo. Sofia urlò, la schiena che sbatté contro la pietra fredda, la figa che si apriva intorno all’asta spessa e calda. Trent cominciò a scoparla con rabbia, le anche che schiaffeggiavano le sue, le palle che battevano contro la pelle bagnata. Ogni spinta faceva oscillare il seno di Sofia; i capezzoli graffiavano il torace nudo di lui.
«Cazzo, sei ancora stretta», borbottò Trent contro la sua bocca, le dita che le tenevano i fianchi aperti. «Il tuo marito ti sta guardando mentre ti riempio. Sei la sua troia stasera, vero? La troia che si fa sfondare da un altro mentre lui se la gode.»
Sofia gemé di sì, le unghie conficcate nelle spalle di Trent. Guardava Paulina: il marito aveva gli occhi neri di fame, il cazzo pulsante nel pugno, ma non lo strofinava ancora. Solo lo teneva, pronto. Il pensiero le fece stringere i muscoli attorno al cazzo di Trent con una forza quasi crudele. «Più forte… cazzo, più forte… voglio che senta il rumore. Voglio che veda quanto mi apri.»
Trent accelerò. Le spinte divennero selvagge, umide, rumorose. Il suono carnale della figa di Sofia che succhiava e rilasciava riempiva la stanza. Lei alzò una gamba, avvolgendola intorno al fianco di lui, offrendosi di più. La luna disegnava i muscoli del torace di Trent, il sudore che scorreva lungo la schiena. Paulina si leccò le labbra, lo sguardo fisso sul punto in cui i corpi si univano, sul cazzo che spariva e riemergeva lucido di lei.
Dopo lunghi minuti di martellate contro il muro, Trent uscì con un suono vischioso. Sofia restò un attimo appoggiata, le gambe molli, un filo di lubrificazione che le scendeva lungo la coscia interna. Trent la girò, la spinse verso il letto. «A quattro zampe», ordinò, e lei obbedì. Si arrampicò sul materasso, le ginocchia affondate nelle lenzuola, il culo alto e offerto, la schiena inarcata. I capelli castani le cascavano sul viso. Trent le salì dietro, le afferrò i fianchi e le infilò di nuovo il cazzo fino alle palle con una spinta possessiva.
Sofia urlò nel cuscino. Trent le tirò i capelli, facendole alzare la testa, obbligandola a guardare Paulina. «Guarda tuo marito», ringhiò mentre cominciava a scoparla da dietro, colpi profondi e regolari che facevano ondeggiare le natiche. «Digli quanto ti piace. Digli che sei la sua puttana.»
«Lo sono», ansimò Sofia, la voce spezzata, gli occhi agganciati a quelli di Paulina. «Sono la tua troia, amore. Mi sta sfondando la figa… cazzo, è grosso… mi sta aprendo tutta per te. Guardami. Guardami mentre mi scopa come una cagna.»
Paulina gemé basso, la mano che finalmente cominciò a muoversi sul proprio cazzo, lente e strette. Trent tirò più forte i capelli di Sofia, le altre dita le afferrarono un seno e lo strizzarono. Le spinte divennero più dure, più profonde; ogni volta che entrava fino in fondo le palle schiaffeggiavano il clitoride gonfio. Sofia spingeva indietro il bacino, incontrando ogni colpo, la bocca aperta in gemiti continui. La stanza odorava di sesso, di sudore, di lago e di notte calda.
«Dille che è mia stasera», disse Trent a Paulina senza smettere di scopare. «Dille che la troia del marito si fa riempire da me.»
Paulina strinse il cazzo più forte, lo sguardo bruciato. «È tua. Scopala. Riempila. Voglio vederla piena del tuo sborra.»
Sofia sentì l’orgasmo costruire basso e pericoloso, ma lo trattenne. Voleva di più. Si staccò dal cazzo di Trent con uno schiocco umido, si girò e lo spinse a sdraiarsi sulla schiena. «Adesso cavalco io», ansimò. Si arrampicò sopra di lui, le ginocchia ai lati dei fianchi, e si impalò da sola con un gemito lungo e rotto. Il cazzo scomparve dentro di lei fino in fondo. Cominciò a muoversi, salendo e scendendo con forza, le natiche che sbatterono contro le cosce di Trent, il seno che oscillava selvaggiamente.
Urlava. Ogni discesa le strappava un grido di piacere puro. «Cazzo… sì… così… mi scopa… mi sfonda…» Guardò Paulina, che si masturbava ora con ritmo più veloce, il precome che luccicava sul glande. «Non venire», ordinò Sofia con voce rotta, continuando a cavalcare Trent come una forsennata. «Non ti azzardare a venire finché non lo faccio io. Ti ordino di aspettare. Voglio che tu esploda solo quando la mia figa si stringerà intorno a questo cazzo. Capito?»
Paulina annuì, i denti stretti, la mano che rallentò a malincuore. Trent le afferrò i fianchi e cominciò a spingere dal basso, incontrando le sue discese con colpi profondi e possessivi. «Troia del marito», borbottò lui, gli occhi scuri di lust. «La sua puttana preferita. Ti riempio. Ti marchio. Lui vuole vederti piena di me.»
Sofia accelerò, il clitoride che sfregava contro il pube di Trent a ogni movimento. L’orgasmo saliva come un’onda nera. «Adesso… cazzo, adesso… vieni con me, Paulina. Vieni mentre lui mi riempie.» Urlò, la schiena inarcata, i muscoli della figa che si contrassero in spasmi violenti intorno al cazzo di Trent. Paulina gemé forte e si sparò, getti bianchi che gli schizzarono sul ventre e sul petto mentre guardava la moglie godere.
Trent non si trattenne. Afferrò Sofia per i fianchi con forza bruta e la tenne conficcata mentre spingeva dal basso, colpi profondi, possessivi, selvaggi. «Prendi… prendi tutto…» Sborrò dentro di lei con un ringhio, ondate calde e spesse che le riempirono la figa, traboccando intorno all’asta ancora pulsante. Sofia lo sentì, ogni spruzzo, ogni spinta che spingeva lo sborra più a fondo. Continuò a muoversi sopra di lui finché le scosse non diminuirono, il respiro spezzato, il corpo che tremava.
Quando si fermò, restò seduta sul cazzo di Trent, piena, il seme che le colava lentamente lungo le cosce. Guardò Paulina, ancora ansimante sulla poltrona, il cazzo morbido e lucido tra le dita. Sorrise, stanca e affamata insieme. Si sollevò appena, lasciando che un filo denso di sborra le scendesse sulla pelle, poi si chinò a baciare Trent, lenta, sporca.
«Non abbiamo finito», sussurrò contro la bocca di lui, abbastanza forte perché Paulina sentisse. «Lui mi vuole ancora. Tu mi vuoi ancora. Stanotte la mia figa è vostra. E io voglio che mi usiate finché non riesco più a stare in piedi.»
Paulina si alzò dalla poltrona, il cazzo che già cominciava a indurirsi di nuovo. Trent le strinse le natiche, ancora conficcato dentro di lei. La luna continuava a illuminare i tre corpi sudati, e la tensione nella stanza non si era affatto scaricata: era solo diventata più densa, più calda, pronta a ripartire.
Sofia restò ancora qualche secondo conficcata sul cazzo di Trent, il corpo scosso da scosse residue che le facevano tremare le cosce. Il seme caldo le colava già in filo denso lungo l’interno della coscia, mescolandosi al suo umore e scivolando fino al ginocchio. Sentiva ogni pulsazione dell’asta ancora semi-dura dentro di lei, ogni goccia che le riempiva la figa gonfia e sensibile. La luna disegnava i contorni sudati dei loro corpi; l’aria della camera odorava di sesso crudo, di lago e di pelle calda.
Si sollevò lentamente, con un suono umido e osceno. Il cazzo di Trent scivolò fuori lucido, lasciando un rivolo spesso di sborra che le imbrattò le labbra della figa e le natiche. Sofia gemé basso, le ginocchia molli sul materasso. Si girò verso Paulina, che stava in piedi accanto alla poltrona con il cazzo di nuovo duro e pulsante in mano, gli occhi neri fissi su di lei. Il marito ansimava ancora, il petto lucido del proprio orgasmo precedente, ma lo sguardo era pieno di una fame tenera e vorace insieme.
Sofia strisciò fino al bordo del letto e scese, le gambe che cedevano un poco. Camminò verso di lui a passi lenti, il vestitino dimenticato per terra, il seno nudo che oscillava, il seme di Trent che le scendeva lungo le cosce interne lasciando scie lucide. Si fermò davanti a Paulina, lo guardò dal basso, poi salì sulle punte dei piedi e gli afferrò il viso con entrambe le mani. Lo baciò. La bocca si aprì subito, la lingua di lei entrò in quella di lui con una fame lenta e profonda. Paulina gemé nel bacio, le mani che le scesero sulla schiena nuda, stringendola contro il suo petto.
Sofia gli fece assaggiare tutto. Il sapore di Trent era ancora sulle sue labbra, salato, amaro, mescolato al suo stesso gusto e al vino della cena. Spinse la lingua più a fondo, leccandogli il palato, succhiandogli il labbro inferiore, facendogli sentire ogni traccia dell’altro uomo. Paulina rispose con la stessa intensità, la lingua che cercava, che succhiava, che assaporava. Sofia sentì il cazzo di lui premere caldo contro il suo ventre, duro di nuovo, ma non lo toccò. Voleva solo il bacio, solo quel momento di condivisione sporca e d’amore.
Quando si staccarono, un filo di saliva li univa ancora. Sofia gli appoggiò la fronte contro la sua, il respiro corto che gli sfiorava la bocca. «Ti amo», sussurrò, la voce roca e spezzata. «Ti amo da morire per avermi regalato questa notte. Per avermi guardata mentre lui mi apriva, mentre mi riempiva. Per avermi lasciato sentire il suo cazzo fino in fondo sapendo che tu eri lì, eccitato, che mi appartenevi comunque. Sei il mio tutto, Paulina. Questa figa è tua. Anche quando è piena di un altro, è tua.»
Paulina la baciò di nuovo, più lento, assaporando ancora il gusto di Trent sulle labbra di lei. «Sei meravigliosa», mormorò contro la sua bocca. «Guardarti così… vederti godere, vederti riempita… cazzo, Sofia, non ho mai avuto il cazzo così duro in vita mia. Ti amo. Ti amo di più adesso.»
Dietro di loro Trent si era alzato dal letto. Si asciugò il cazzo con un angolo del lenzuolo, si rialzò i pantaloni e sistemò la camicia aperta. Il sorriso gli era complice, soddisfatto, senza gelosia. Guardò la coppia abbracciata e annuì una volta sola. «Grazie per la serata», disse a voce bassa, la voce ancora roca. «Se volete… il lago è grande. Io ci sono ogni estate.»
Sofia si staccò appena da Paulina e si voltò verso di lui. Gli andò incontro nuda, il seme che le colava ancora, e lo baciò una ultima volta, breve ma profonda, facendogli assaggiare anche il sapore del marito mescolato al suo. «Vai», sussurrò. «E grazie. Sei stato perfetto.»
Trent le accarezzò una natica con la mano callosa, un tocco possessivo e leggero insieme, poi sorrise a Paulina. «Prenditi cura di lei. È una cagna meravigliosa.» Si infilò le scarpe, aperse la porta della camera e sparì nel corridoio buio della villa con un ultimo sguardo complice. La porta si chiuse piano. Rimasero solo loro due, l’odore di sesso denso nell’aria, le lenzuola umide e spiegazzate, la luna che illuminava ancora tutto.
Sofia tornò da Paulina. Lo spinse dolcemente a sedersi di nuovo sulla poltrona di velluto, poi gli salì in grembo, le ginocchia ai lati dei suoi fianchi, la figa ancora aperta e colante contro il cazzo duro di lui. Non lo infilò. Si limitò ad appoggiarsi, a sentire il calore, a fregarsi piano mentre lo baciava di nuovo. Le mani di Paulina le percorsero la schiena, le natiche, i seni, raccogliendo con le dita il seme di Trent che le scendeva e portandoselo alle labbra per assaggiarlo ancora.
«Dio, quanto sei piena», mormorò lui leccandosi le dita. «Sento il suo sapore ovunque su di te. Mi fa impazzire.»
Sofia gli cingeva il collo con le braccia, la fronte contro la sua, il respiro che si rimescolava. «Lo so. E mi piace che ti piaccia. Mi piace sapere che mentre lui mi scopava tu stavi lì a goderti ogni gemito, ogni spinta. La prossima volta voglio di più. Voglio che mi porti di nuovo al lago. Che scelga un altro, o lo stesso Trent. Voglio che mi guardi mentre mi fanno a pezzi su una barca, o in una camera d’hotel, o proprio qui. Voglio tornare da te fradicia, piena, e baciarti così. Sempre così.»
Paulina le strinse le natiche con forza, il cazzo che pulsava contro di lei senza entrare. «Lo faremo. Ogni estate. Ogni volta che vorrai. Ti guarderò. Ti presterò. Ti riprenderò dopo. Sei la mia hotwife, Sofia. La mia troia, la mia moglie. Ti amo da impazzire.»
Si alzarono insieme, lenti, e si trascinarono sul letto. Le lenzuola erano già umide di sudore, di sborra, di lubrificazione. Sofia si sdraiò sulla schiena e tirò Paulina sopra di sé. Lui le si accoccolò tra le cosce aperte, il cazzo duro premuto contro la figa colante ma senza spingere ancora. Si baciarono a lungo, lingue lente, assaggiandosi a vicenda, le mani che esploravano i corpi sudati e soddisfatti. Sofia sentiva il seme di Trent che le usciva ancora a sprazzi, caldo contro la pelle di lui, e il pensiero le faceva stringere le cosce intorno ai fianchi del marito.
«La prossima volta al lago», sussurrò lei contro la sua bocca, la voce già assonnata di piacere. «Voglio che mi leghi i polsi con una cima da barca. Voglio che Trent mi scopi mentre tu mi tieni la testa e mi fai guardare i tuoi occhi. Voglio venire con il suo cazzo dentro e il tuo nome sulle labbra. E poi voglio che tu mi lecchi pulita, lentamente, finché non ti chiedo di scoparmi a tua volta.»
Paulina gemé basso, le anche che si muovevano appena, sfregando il glande contro il clitoride ancora gonfio di Sofia. «Lo faremo. Ti prometto. Ti condividerò di nuovo. Ti guarderò mentre ti riempiono. E poi ti riprenderò, piena e mia. Sempre mia.»
Si abbracciarono più stretti. Le gambe di Sofia si avvolsero intorno alla schiena di lui. Le mani di Paulina le accarezzavano i capelli umidi, la schiena, il culo. Il letto era un disastro di lenzuola macchiate, l’odore di sesso ovunque, la luna che calava lentamente sull’acqua del lago visibile dalle vetrate. Sofia chiuse gli occhi, la guancia contro il petto di Paulina, ascoltandone il cuore ancora accelerato. Sentiva il cazzo di lui duro contro di sé, ma non c’era fretta. Il sesso era finito per stanotte. Restava solo questo: i corpi intrecciati, la figa ancora aperta e gocciolante, il sapore di un altro uomo ancora sulle loro lingue, e le parole basse che già costruivano la prossima estate.
«Ti amo», ripeté Sofia, la voce un filo di respiro caldo contro la pelle di lui. «Grazie per questa notte. Grazie per il lago. Grazie per avermi lasciata scopare così, selvaggia, davanti a te.»
Paulina le baciò la fronte, poi le labbra, assaporando ancora tutto. «Grazie a te per avermela data. Per avermi fatto vedere. La prossima volta al lago sarà ancora più sporca. Te lo prometto.»
Rimasero così, abbracciati sul materasso umido, i respiri che si sincronizzavano piano, i corpi che si raffreddavano lentamente nell’aria della notte. Fuori l’acqua del Lago di Como sciabordava contro i sassi, e nella camera il silenzio era pieno solo del loro amore sporco e perfetto, già carico della promessa di altre notti, altri sguardi, altri cazzi che l’avrebbero aperta mentre Paulina guardava dalla poltrona, eccitato, innamorato, completamente suo.
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