Divorzio Vicino nel Retro del Libreria

Sofia seduce il patrigno Marco nel retro polveroso.

24 min read August 25, 2026New

Nel retro polveroso della Libreria Antiquaria Bellini, la luce filtrava fioca da un’unica lampadina nuda appesa al soffitto, disegnando coni giallastri sulle pile di volumi rilegati in pelle scura. L’aria sapeva di carta invecchiata, di colla secca e di un leggero sentore di legno umido. Fuori, la serranda era abbassata da ore; il cartello «Chiuso» batteva piano contro il vetro della porta principale ogni volta che un camion passava in strada. Qui, però, il mondo si riduceva a scaffali che saliva no fino al soffitto, a scatoloni aperti e al respiro di due persone che avrebbero dovuto essere altro.

Sofia indossava una gonna di cotone leggero che le arrivava a metà coscia e una camicetta bianca legata sotto il seno, troppo sottile per non lasciare indovinare la linea del reggiseno. Aveva ventisei anni e sapeva esattamente cosa stava facendo. Ogni volta che si chinava per recuperare un tomo dal ripiano più basso, la stoffa si sollevava appena, offrendo a chi stava dietro di lei uno scorcio di cosce lisce e dell’orlo dei collant scuri. Non lo faceva per caso. Lo faceva per lui.

Marco stava in piedi a un metro e mezzo da lei, con le maniche della camicia arrotolate fino ai gomiti e i polsi polverosi. Quarantotto anni, spalle larghe, la mascella ancora ferma, gli occhi scuri che non smettevano di posarsi dove non dovevano. Era il padrone di quella libreria, il secondo marito di sua madre da appena otto mesi. Un matrimonio recente, ancora fragile, ancora pieno di promesse. E Sofia lo sapeva. Sapeva che un solo sguardo troppo lungo, un solo gesto troppo ardito, avrebbe potuto far crollare tutto.

«Questo qui è un’edizione del Settecento», disse lei, senza voltarsi del tutto. La voce le uscì bassa, un filo di suono nel silenzio del magazzino. «Manca la pagina di guardia, ma la legatura è originale.»

Marco si avvicinò. I suoi passi facevano scricchiolare le tavole del pavimento. Si fermò dietro di lei, troppo vicino, e allungò un braccio per prendere il volume dalle sue mani. Le dita si sfiorarono. Un contatto breve, secco, eppure abbastanza perché Sofia sentisse un brivido salirle lungo la schiena.

«Lascia che lo veda», mormorò lui. La voce gli era uscita più rauca del solito. Non si allontanò. Restò lì, il petto quasi contro la sua schiena, mentre sfogliava le pagine ingiallite. L’odore di lui — sapone da barba, un filo di sudore, qualcosa di amarognolo e maschile — le riempì le narici.

Sofia non si mosse. Continuò a chinarsi leggermente in avanti, le mani appoggiate sullo scaffale, il sedere quasi a toccare i fianchi di lui. Sapeva di essere spudorata. Sapeva anche di essere voluta. Da settimane, da quando sua madre aveva iniziato a lavorare fino a tardi in studio e li lasciava soli a «mettere ordine», quella tensione era cresciuta come una pianta velenosa. Occhiate che duravano un secondo di troppo. Sorrisi che non dovevano esserci. Una volta, in cucina, lui le aveva posato una mano sulla spalla per farla passare e l’aveva tenuta lì un istante di troppo, il pollice che premeva appena contro la clavicola.

«Sei sicura di voler stare qui fino a tardi?», chiese Marco. Non si scostò. Il suo respiro le sfiorava la nuca. «Tua madre pensa che stiamo solo catalogando.»

«E non è così?», rispose Sofia, voltando appena il capo. Le labbra le sfiorarono quasi l’orecchio di lui. Vide la mela d’Adamo muoversi quando lui deglutì. «Stiamo catalogando, no? Volumi rari. Cose preziose. Cose che non si toccano se non con cura.»

Il silenzio che seguì fu denso. Marco posò il libro su un tavolo improvvisato fatto di due cavalletti e una tavola. Poi le mani gli scesero, quasi senza volerlo, e le posarono sui fianchi di lei, sopra la gonna. Non strinse. Lasciò solo le dita posate lì, calde, pesanti.

«Sofia…», cominciò, e nella voce c’era un avvertimento e una richiesta insieme. «Questo non… non possiamo.»

Lei si raddrizzò lentamente, girandosi tra le sue braccia finché si ritrovarono faccia a faccia. Il petto di lui le premeva contro i seni. Sentiva il battito accelerato sotto la camicia. Alzò lo sguardo, le labbra socchiuse.

«Lo so», sussurrò. «Lo so benissimo. Se qualcuno lo scoprisse… il matrimonio di mamma. La libreria. Tutto. Ma non smetti di guardarmi. Non da mesi.»

Marco chiuse gli occhi un attimo, come se potesse cancellare l’immagine di lei chinata, della gonna sollevata, della linea delle mutandine che si era intravista un istante prima. Quando li riaprì, erano scuri, intensi.

«Perché lo fai?», chiese. Le mani le erano scivolate un poco più in basso, ora premevano appena sopra le curve del sedere. «Perché ti vesti così quando vieni ad aiutarmi? Perché ti pieghi in quel modo?»

Sofia sorrise, un sorriso lento, consapevole. Con una mano gli accarezzò il petto, sentendo i peli spessi sotto il tessuto della camicia, poi scese fino alla cintura. Non andò oltre. Si limitò a far scorrere l’indice lungo la fibbia.

«Perché mi piace vederti lottare», rispose. «Perché sei l’uomo di mia madre e non dovrei volerti. E invece ogni volta che entri in una stanza io sento… qui.» Prese la sua mano e se la portò tra le cosce, sopra la gonna, premendola contro il calore che già le pulsava. «Senti? Sono già bagnata e non mi hai neanche toccata davvero.»

Marco emise un suono basso, quasi un ringhio soffocato. Le dita si contrassero contro di lei, affondando un poco nella stoffa. Per un secondo sembrò sul punto di strapparle la gonna di dosso. Poi, con uno sforzo visibile, ritrasse la mano e fece un passo indietro. Il respiro gli era pesante.

«Basta», disse. Ma non c’era convinzione. Solo paura e fame mescolate. «Tua madre si fida di me. Si fida di te. Se sapesse che nel retro della mia libreria…»

«Che cosa?», lo interruppe Sofia, avanzando di nuovo. Ora era lei a inseguirlo, a premergli il bacino contro il suo. Sentì chiaramente la durezza di lui, grossa, calda, imprigionata nei pantaloni. Un brivido le attraversò il ventre. «Se sapesse che il suo marito si eccita guardando la figliastra chinarsi sugli scaffali? Che la figliastra si masturba la notte pensando a quelle mani?»

Marco la afferrò per i polsi e la bloccò contro lo scaffale. I libri tremarono dietro la sua schiena. Il suo corpo la schiacciava, le gambe di lui incastrate tra le sue. L’erezione le premeva contro il basso ventre, inequivocabile.

«Non dire stronzate del genere», borbottò contro la sua bocca, a un soffio dalle labbra. «Non… cazzo, Sofia, non posso.»

Lei alzò il bacino, strusciandosi lentamente contro di lui. Una volta. Due. La gonna si era arricciata su, e ora sentiva il tessuto dei suoi pantaloni contro la pelle nuda sopra i collant.

«Allora lasciami andare», sussurrò. «Lasciami e torna a catalogare. Fingi che non sia successo niente. Ma dimmi la verità prima: vuoi scoparmi qui, su questi libri polverosi? Vuoi mettermela dentro sapendo che tra un’ora mamma ci chiama per cena e dovrai sederti accanto a lei con il cazzo ancora puzzolente di me?»

Gli occhi di Marco si socchiusero. Per un istante il controllo vacillò del tutto. Una mano le salì sotto la camicetta, trovò il seno ancora coperto dal reggiseno di pizzo, lo strinse forte. Il pollice le cercò il capezzolo e lo pinzò attraverso il tessuto. Sofia gemette, un suono piccolo e affamato.

«Sei una piccola stronza», mormorò lui contro il suo collo, le labbra che sfioravano la pelle, i denti che premevano senza mordere davvero. «Una piccola stronza che vuole rovinare tutto.»

«Sì», ansimò lei. «Rovinami. Almeno un po’. Toccamì di più.»

La mano di Marco scese, scavò sotto la gonna, trovò l’orlo dei collant e lo tirò giù quel tanto che bastava per far passare le dita. Le mutandine erano già umide. Le sfiorò con due dita, leggero, solo per sentire quanto fosse scivolosa. Sofia aprì le cosce quanto poteva, contro lo scaffale, offrendosi.

«Cazzo…», soffiò lui, sentendo il calore. Un dito le scorse in mezzo alle labbra, raccolse l’umidità, poi risalì a premere contro il clitoride con un movimento lento, circolare. «Sei inzuppata. Per il tuo patrigno. Per l’uomo che scopa tua madre.»

«Non mi interessa», gemette Sofia, la testa riversa all’indietro, i capelli che si impigliavano contro i dorsi dei libri. «Voglio le tue dita. Voglio sentire quant’è grosso quando me lo tiri fuori. Voglio… ah…»

Marco le infilò un dito dentro, fino in fondo, e poi un secondo. La trovò stretta, calda, che si contraeva già intorno a lui. La scopò lentamente con le dita mentre il pollice continuava a girarle sul clitoride. L’altra mano le teneva ancora il polso bloccato sopra la testa. I bacini si muovevano insieme, un ritmo sporco e silenzioso interrotto solo dal suono umido delle dita che entravano e uscivano e dai respiri spezzati.

«Se ti faccio venire adesso», disse lui all’orecchio, la voce rotta, «dopo non potrò fermarmi. Lo sai, vero? Ti piegherò su quel tavolo e ti aprirò le gambe e te la metterò dentro fino in fondo. E domani a colazione dovrai guardare tua madre negli occhi.»

Sofia si strinse intorno alle sue dita, un spasmo involontario. Era vicina, troppo vicina, e l’idea di quel “dopo” la faceva pulsare ancora di più.

«Allora non fermarti», ansimò. «Cataloga pure i tuoi libri rari. Ma prima finisci di catalogare me.»

Marco le cavò le dita di colpo. Lei gemette per la mancanza. Lui se le portò alla bocca e le leccò, lentamente, gli occhi fissi nei suoi. Poi le sbottonò la camicetta con mani che tremavano appena di contenimento, le scostò le coppe del reggiseno e le abbassò la bocca su un seno, succhiando il capezzolo con fame, mentre l’altra mano le rialzava la gonna fino alla vita.

Fuori, lontano, si sentì il rumore di un clacson. Nessuno sarebbe entrato. La libreria era chiusa. Erano soli. E il matrimonio di cui entrambi conoscevano il peso stava già, silenziosamente, crepandosi proprio lì, tra la polvere e le pagine antiche, sotto le dita di un uomo che non avrebbe dovuto toccarla e di una donna che non avrebbe dovuto volerlo.

Sofia gli affondò le mani nei capelli e lo tenne contro il petto mentre lui la mordeva piano, e sapeva, con un brivido di terrore e di eccitazione misti, che quella sera non sarebbe finita con un semplice tocco. Che il passo successivo era già lì, a un respiro di distanza, e che una volta fatto non ci sarebbe stato modo di tornare indietro.

Marco rialzò la testa. Le labbra lucide. Gli occhi neri di lust.

«Ancora un po’», mormorò. «Solo un altro po’. Poi… poi vediamo se riesco ancora a fingere di essere solo il tuo patrigno.»

E le mani di lui scesero di nuovo, decisamente, verso l’interno delle sue cosce.

Le dita di Marco risalirono lungo l’interno delle cosce di Sofia, scostando i collant già tirati giù e accarezzando la pelle nuda e calda. Lei tremò, le gambe che si aprivano da sole contro lo scaffale polveroso, e lui sentì di nuovo l’umidità che le imbrattava le mutandine. Un gemito le sfuggì quando il pollice le premette di nuovo sul clitoride gonfio, ma questa volta Marco non entrò. Si limitò a sfiorarla, a tracciare cerchi lenti, a farla ansimare contro i libri antichi mentre la bocca tornava a succhiarle il capezzolo duro.

Poi, di colpo, si staccò. Il respiro gli usciva a strappi. Fece un passo indietro, le mani che ancora tremavano, e si passò una palma sul volto come per cancellare l’odore di lei che gli restava sulle dita.

«Dobbiamo… dobbiamo finire questi scatoloni», borbottò, la voce roca. «Altrimenti tua madre…»

Sofia lo guardò con le labbra socchiuse, i seni ancora fuori dal reggiseno, la camicetta sbottonata che le pendeva aperta. Un sorriso lento le piegò la bocca. Sapeva che lui stava lottando, che ogni secondo di resistenza lo rendeva più affamato. Si sistemò appena il reggiseno senza richiuderlo del tutto, si tirò su i collant a metà coscia e raccolse un volume grosso e pesante da una pila vicina. Lo tenne tra le mani, fingendo di esaminare la copertina scura.

«Certo», disse piano. «Cataloghiamo.»

Si girò, facendo un passo verso il tavolo improvvisato. Poi, con un movimento deliberato, lasciò scivolare il libro. Cadde con un tonfo sordo sulla tavola di legno, sollevando un piccolo nuvolo di polvere. Sofia non si chinò subito. Restò in piedi un istante, guardando Marco dritto negli occhi, poi si abbassò lentamente, le ginocchia che toccarono il pavimento scricchiolante. Si inginocchiò davanti a lui, le cosce divaricate quel tanto che bastava perché la gonna di cotone si sollevasse e gli offrisse la vista del reggiseno bianco di pizzo che spingeva in su i seni pieni, la scollatura profonda e ombrosa dove la pelle sudava leggermente.

Marco restò immobile. Gli occhi gli scesero sulla linea dei suoi seni, sul modo in cui la camicetta aperta incorniciava tutto, sul collo che si piegava mentre lei allungava una mano verso il libro. La sua erezione pulsava dolorosamente nei pantaloni. Le mani gli tremarono ai fianchi.

Sofia sollevò lo sguardo da sotto le ciglia, ancora in ginocchio. La voce le uscì un sussurro caldo, intimo, destinato solo a lui in quel retro chiuso.

«Ti desidero da mesi, Marco. Ogni notte. Ogni volta che ti sento camminare in casa. Nessuno dovrà mai saperlo. Mai. Solo noi due, qui, tra questi libri polverosi.»

Lui emise un suono grosso, animale. Le mani le afferrarono i fianchi con forza, dita che affondavano nella carne morbida sopra la gonna, e la tirò un po’ più vicino finché il suo volto fu a pochi centimetri dal basso ventre di lui. Sentiva il calore del cazzo duro attraverso il tessuto. Sofia non si mosse. Restò lì, offrendosi, le labbra che sfioravano quasi la cerniera.

«Cazzo, Sofia…», gemette lui, le dita che stringevano più forte. «Sei pazza. Se ci scoprono…»

«Non ci scopriranno», sussurrò lei contro il tessuto teso. Poi alzò di nuovo il viso, gli occhi lucidi di lussuria. «Baciarmi. Adesso. Fammi sentire quanto mi vuoi.»

Marco non resistette. Si chinò di scatto, la afferrò sotto le ascelle e la sollevò in piedi trascinandola contro di sé. La bocca le si schiantò contro la sua in un bacio famelico, lingue che si cercavano subito, denti che graffiavano labbra. Sapeva di polvere e di desiderio rimosso. Le mani di lui scesero di nuovo sui fianchi, poi più in basso, affondando sotto la gonna e stringendole il culo nudo sopra i collant aperti. La sollevò quasi, facendola strusciare contro l’erezione.

Sofia gli avvolse le braccia al collo, spingendosi contro di lui con tutto il corpo. Il bacio divenne più profondo, più sporco; lei succhiò la sua lingua, gemette nella sua bocca quando una mano di Marco le strappò di nuovo le coppe del reggiseno e le impastò un seno con fame. Il pollice e l’indice le pinzarono il capezzolo finché lei non si piegò all’indietro ansimando.

«Da mesi», ripetè lei tra un bacio e l’altro, la voce spezzata. «Mi tocco pensando a te che mi metti contro questi scaffali. Che mi scoperi mentre mamma è in studio. Nessuno saprà. Te lo giuro. Ma adesso toccami di più. Metti le mani dove vuoi.»

Marco la spinse indietro di un passo, contro il tavolo di cavalletti. I libri trepidarono. Le mani le corsero ovunque: una le scese tra le gambe, trovò di nuovo le mutandine fradice e le spostò di lato, due dita che sprofondarono subito nella figa calda e stretta. L’altra le tenne la nuca, obbligandola a tenere il bacio mentre la scopava lentamente con le dita, il palmo che sbatteva contro il clitoride a ogni spinta.

«Sei una puttanella», borbottò contro le sue labbra, le dita che si curvarono dentro di lei cercando quel punto che la faceva contrarre. «La figliastra che si inginocchia per il patrigno. Che gli mostra le tette sperando che ceda. E io… cazzo, io sto cedendo.»

Sofia aggrottò le cosce intorno alla sua mano, muovendo i fianchi incontro alle dita. Il suono umido riempiva il magazzino, misto ai loro respiri. Si staccò dal bacio solo per mordergli il labbro inferiore, poi scese con la bocca sul suo collo, leccando il sapore salato della pelle, i denti che graffiavano la mela d’Adamo.

«Cedimi tutto», ansimò. «Tiralo fuori. Voglio sentirlo in mano. Voglio leccarlo mentre tu mi guardi dall’alto come il padrone di questa libreria. Come l’uomo che non dovrebbe.»

Marco esitò un secondo solo. Poi le mani di lei erano già alla sua cintura, che slacciava con dita frettolose. Aperse i pantaloni, calò la cerniera, e il cazzo di lui saltò fuori grosso, venato, la testa già lucida di liquido. Sofia lo afferrò subito, lo strinse, lo fece scorrere nel pugno da cima a fondo sentendo quanto fosse caldo e duro. Lui gemette basso, le anche che spingevano in avanti.

Lei non si inginocchiò di nuovo subito. Restò in piedi, la mano che lo pompava lentamente mentre lui le riempiva di nuovo la figa con tre dita adesso, allargandola, preparandola. Si baciavano a morsi, lingue che si intrecciavano, saliva che scendeva sul mento. Le carezze diventavano più audaci: Marco le infilò un dito bagnato anche dietro, tra le natiche, premendo appena contro l’ingresso stretto mentre le altre dita continuavano a fotterla davanti. Sofia si irrigidì di piacere, un urlo soffocato contro la sua bocca.

«Sì… così», sospirò. «Toccami ovunque. Sono tua stanotte. Solo tua. E domani farò finta di niente a colazione, con il sapore del tuo cazzo ancora in bocca.»

Marco la girò di scatto, le fece piegare il busto sul tavolo. I seni le si schiacciarono contro i volumi aperti. Lui le sollevò la gonna fino alla vita, le tirò giù i collant e le mutandine fino alle ginocchia, e le aperse le natiche con entrambe le mani, guardando la figa rosa e lucida che gocciolava. Ci soffiò sopra, poi ci passò la lingua in un colpo lungo, dal clitoride all’ano, facendola gridare nel silenzio della libreria.

«Nessuno saprà», ripeté lui, la voce roca contro la sua carne. «Ma io saprò. Ogni volta che ti guarderò a tavola saprò com’era bagnata la tua figa per me. Come mi hai pregato.»

Le leccò di nuovo, più a fondo, la lingua che le entrava dentro mentre una mano le girava il clitoride. Sofia si contorceva, le unghie che graffiavano le copertine di pelle. Era vicina, le gambe che tremavano, ma lui si fermò un attimo prima, rialzandosi e premendole il cazzo tra le natiche, facendolo scivolare su e giù nella fessura bagnata senza entrare.

«Non ancora», mormorò all’orecchio, mordendole il lobo. «Prima voglio vederti inginocchiata di nuovo. Voglio quelle labbra intorno. Voglio scoparti la bocca finché non ti cola il mio sapore sul mento. Poi… poi ti metto sul tavolo e ti apro come un libro raro.»

Sofia si raddrizzò tremando, si girò tra le sue braccia e lo baciò di nuovo, assaggiando se stessa sulla sua lingua. La mano gli tornò intorno al cazzo, lo strinse alla base, lo guidò mentre si lasciava scivolare di nuovo in ginocchio sul pavimento polveroso. Alzò gli occhi, le labbra già aperte a un soffio dalla testa gonfia.

«Allora usami», sussurrò. «Usami come vuoi. Nessuno saprà mai quanto mi sei entrato dentro stanotte. Ma io lo sentirò ancora per giorni.»

Marco le affondò le dita nei capelli, il bacino che già spingeva in avanti, il cazzo che le sfiorava le labbra. Fuori un altro camion passò, il cartello «Chiuso» che batteva leggero. Loro non lo sentirono. C’erano solo la polvere, i libri, e il tabù che li stava inghiottendo interi, spingendoli sempre più in là, verso un punto da cui non si sarebbe più tornati indietro quella sera.

Sofia aprì le labbra e lo accolse con una fame che le bruciava la gola. La testa gonfia del cazzo di Marco scivolò sulla lingua, salata e calda, e lei lo succhiò fino in fondo senza esitazione, le guance scavate, la saliva che già colava agli angoli della bocca. Marco le affondò le dita nei capelli, stringendo, e spinse i fianchi in avanti con un gemito gutturale che riempì il retro polveroso.

«Sofia… cazzo, Sofia…» ansimò lui, il nome spezzato mentre lei lo prendeva più profondo, la punta che urtava il fondo della gola. Lei non si tirò indietro. Inginocchiata sul pavimento scricchiolante, le cosce aperte, la gonna arricciata sulle anche, succhiava con avidità, la lingua che girava intorno al glande ogni volta che risaliva, poi di nuovo giù, ingoiandolo intero finché il naso le premeva contro i peli ispidi del pube. Il sapore di lui — amaro, maschile, proibito — le faceva pulsare la figa. Pensava a sua madre, a quanto fosse sbagliato, e proprio per quello stringeva le labbra più forte, succhiava più a fondo, le mani che gli afferravano le natiche per tirarselo contro.

Marco teneva la sua testa ferma, i pollici che le accarezzavano le tempie mentre la scopava piano la bocca, spinte lunghe e controllate che diventavano più urgenti. «Così… proprio così, figliastra mia… che bocca da puttana…» La voce gli usciva rauca, rotta dal piacere. Sofia gemette intorno al cazzo, le vibrazioni che lo facevano contrarre, e saliva scese sul suo mento, gocciolò sulla camicetta aperta, sui seni ancora fuori. Si sentiva bagnata fino alle cosce, le mutandine inutili, e ogni volta che lui gemette il suo nome un brivido le scorreva lungo la schiena. Era il cazzo del marito di sua madre, grosso, venato, che le allargava la gola, e lei lo voleva tutto.

Lui resistette ancora qualche spinta, poi con uno strappo la sollevò in piedi come se non pesasse nulla. Le mani le afferrarono i fianchi, la sollevarono e la stesero a pancia in giù sul vecchio tavolo di cavalletti. I libri scivolarono, uno cadde a terra con un tonfo sordo. Marco le alzò la gonna fino alla vita con un gesto brusco, le strappò le mutandine con uno strappo secco che le lasciò un filo di tessuto contro una coscia, e le aperse le natiche con le palme. La figa di Sofia era lucida, rosa, le labbra gonfie e gocciolanti. Lui non aspettò. Posizionò la testa del cazzo contro l’ingresso bagnato e la penetrò con un’unica spinta potente da dietro, fino in fondo, finché le palle le sbatterono contro il clitoride.

Sofia gridò, il suono muffolato contro le copertine di pelle. Si sentì spaccata, piena, il cazzo di lui che le sfregava ogni parete interna con una forza che la faceva tremare. Marco la prese subito a ritmo duro, doggy, le mani che le stringevano i fianchi lasciando segni rossi, i fianchi che sbattevano contro il suo culo con schiocchi umidi e carnali. «Guardati…» borbottò lui tra i denti, guardando il cazzo sparire e riemergere lucido dei suoi succhi. «La figliastra del padrone della libreria, piegata sui libri rari, che si fa sfondare dal patrigno. Sei stretta da far male, Sofia. Così bagnata per me.»

Lei spingeva indietro incontro a ogni colpo, le tette che sbattevano contro i volumi aperti, i capezzoli che graffiavano la carta ingiallita. «Più forte… ah, cazzo, Marco, scopami più forte…» ansimava, la voce spezzata. Sentiva ogni vena, ogni pulsazione, e l’idea che tra un’ora avrebbe dovuto sedersi a tavola con la madre le faceva contrarre la figa intorno a lui in spasmi furiosi. Marco accelerò, una mano che le salì sulla schiena per spingerla più giù, l’altra che le raggiunse il clitoride e lo strofinò con dita grezze. Il tavolo cigolava, la polvere si alzava, e il suono della carne che sbatteva contro la carne riempiva il magazzino chiuso.

Poi lui si sfilò di colpo, la lasciò vuota e gemebonda per un istante, e la girò. La sollevò di nuovo, questa volta per stenderla sul pavimento di legno, tra le pile di scatoloni e i libri caduti. Sofia atterrò sulla schiena, le gambe che si aprirono subito, e Marco si calò sopra di lei in missionary, il cazzo che la riinfilò con una spinta secca che le fece inarcare la schiena. Lei gli avvolse le gambe intorno ai fianchi, i talloni che lo spingevano più dentro, e gli affondò le unghie nella schiena, graffiandolo attraverso la camicia già aperta, strappando bottoni, lasciando scie rosse sulla pelle.

«Scopami… scopami più forte, patrigno…» ordinò lei contro la sua bocca, mordendogli il labbro inferiore finché assaggiò sangue. «Riempimi. Fottimi come se non dovessimo mai più fermarci. Voglio sentirlo domani quando sorrido a mamma.» Marco ruggì e obbedì, le anche che martellavano, il cazzo che la sfondava in profondità ad ogni colpo, il pube che le strofinava il clitoride gonfio. Sudore e polvere si mescolavano sulla loro pelle. Lei gli graffiava la schiena a ogni spinta, unghie che affondavano, e lui le mordeva il collo, il seno, ovunque potesse lasciare un segno nascosto.

Erano persi. Il piacere proibito li inghiottiva: ogni gemito, ogni «Sofia» rauco che lui le soffiava nell’orecchio, ogni contrazione della sua figa intorno al cazzo del marito di sua madre. Lei sentiva l’orgasmo salire come un’onda scura, le gambe che tremavano, eppure non voleva finire. Voleva che durasse, che lui la tenesse spaccata sul pavimento della libreria finché non potesse più camminare dritta. Marco le afferrò i polsi e li bloccò sopra la testa, spingendola più forte, più profondo, gli occhi neri fissi nei suoi mentre ansimava.

«Sei mia stanotte… solo mia… e nessuno saprà quanto ti sto fotten­do forte…» Lei rise, un suono rotto e affamato, e lo baciò con lingua e denti, i fianchi che si sollevavano incontro ai suoi. Il tavolo dietro di loro scricchiolava ancora per i colpi precedenti, i libri sparsi odoravano di vecchio e di sesso, e fuori il cartello «Chiuso» batteva piano. Loro non si fermarono. Marco rallentò solo per un istante, sfilandosi quasi del tutto prima di riaffondare fino alle palle, e Sofia gli graffiò di nuovo la schiena, più a fondo, tracciando linee rosse che avrebbe dovuto nascondere sotto la camicia.

«Non fermarti… non osare fermarti…» lo implorò, la voce roca di piacere. «Scopami finché non grido. Finché non mi fai venire sul cazzo del mio patrigno.» Lui obbedì, riprendendo il ritmo brutale, il corpo che schiacciava il suo contro il legno freddo, sudore che gocciolava dal suo mento sui suoi seni. Entrambi ansimavano nomi proibiti, parole sporche, promesse di segreti che avrebbero portato a casa come un peso dolce e pericoloso. La tensione non si spezzava del tutto: ogni spinta li spingeva più vicino al bordo, ma il bisogno di continuare, di prendersi di più, di non lasciare che quella notte finisse troppo presto, li teneva aggrappati l’uno all’altra tra la polvere e i volumi antichi, il matrimonio di lei che crollava silenziosamente a ogni gemito, a ogni graffio, a ogni centimetro di cazzo che la riempiva ancora e ancora.

Marco affondò ancora più a fondo, il bacino che martellava contro il suo con una forza disperata, il cazzo grosso e venato che le sfregava ogni centimetro interno mentre Sofia si inarcava sotto di lui. Le unghie le affondarono nella schiena sudata, tracciando solchi rossi attraverso la camicia strappata, e il piacere salì come un’onda nera che le schiacciava il petto. «Sto… sto venendo… Marco, cazzo, sto venendo sul tuo cazzo…» gemette, la voce spezzata contro la sua bocca. Le gambe le tremarono violentemente intorno ai suoi fianchi, i talloni che lo spingevano più dentro, e la figa le si contrasse in spasmi rabbiosi, stretta, calda, che succhiava il membro del patrigno come se volesse tenerlo prigioniero per sempre. L’orgasmo la scosse intera: ondate calde che le partivano dal clitoride strofinato dal pube ispido di lui e le salivano fino alla gola, facendola gridare muta contro il suo collo. I seni le ballavano a ogni scossa, i capezzoli duri che graffiavano il petto peloso di Marco, e la polvere del pavimento di legno le si attaccava alla schiena nuda mentre il corpo le si irrigidiva e poi si scioglieva in brividi interminabili.

Marco non si fermò. Continuò a scoparla attraverso il climax di lei, sentendo le pareti bagnate che lo mungevano, il suono umido e schioccante delle palle che battevano contro il suo culo. Gli occhi gli si socchiusero, la mascella tesa, il sudore che gli colava dal mento sui seni di Sofia. «Sì… vieni per me… figliastra mia… vieni forte…» ruggì, la voce rauca, e accelerò ancora, spinte lunghe e profonde che la facevano scivolare un centimetro alla volta sul legno scricchiolante. Sentiva il suo orgasmo salire dalla base del cazzo, pesante, inevitabile, alimentato da mesi di sguardi proibiti e da quella figa stretta che lo stringeva ancora in convulsioni. «Sofia… cazzo, Sofia, ti vengo dentro… non posso… non esco…» ansimò, e con un gemito grosso, animale, affondò fino alle palle e si svuotò. Getti caldi e spessi di sborra le riempirono la figa, pulsando contro il fondo dell’utero, uno dopo l’altro, mentre lui le teneva i polsi bloccati sopra la testa e il corpo intero gli tremava. Continuò a spingere piano, a pompare ogni goccia dentro di lei, il cazzo che sussultava e schizzava ancora, mischiando il suo seme ai succhi di lei che già colavano lungo le natiche e sul pavimento polveroso.

Sofia lo sentì tutto: il calore denso che le si spargeva dentro, le pulsazioni forti che le facevano contrarre di nuovo la figa in piccoli spasmi post-orgasmo. Lo baciò con passione cieca, labbra aperte, lingua che gli entrava in bocca a cercare la sua, denti che gli graffiavano il labbro inferiore ancora un po’ gonfio dal morso di prima. I corpi restarono uniti, il cazzo di Marco ancora duro e sepolto fino in fondo, le anche che si muovevano in piccoli cerchi lenti per sentire lo sborra scivolare fuori intorno al membro. «Sì… riempimi tutta…» mormorò lei tra un bacio e l’altro, la voce roca di piacere e di polvere. «Sentilo… senti come mi hai riempito… il cazzo del mio patrigno che mi viene dentro mentre mamma aspetta a casa…» Le braccia gli si strinsero intorno al collo, i seni schiacciati contro il suo petto sudato, e restarono così a lungo, respiri spezzati che si mescolavano, sudore e sesso e vecchia carta che impregnavano l’aria del retro. Marco le accarezzò i fianchi con mani ancora tremanti, le dita che scendevano a toccare dove erano uniti, a sentire il seme caldo che colava. Non si sfilò. Restò sepolto in lei, a gustare la stretta umida, gli occhi scuri fissi nei suoi.

«Sei pazza…» soffiò lui contro le sue labbra, ma c’era un sorriso stanco e affamato. «E io pure. Ti ho venuto dentro, Sofia. Tutto. Se…»

«Se non lo dico a nessuno, nessuno saprà», lo interruppe lei, bacian­dolo di nuovo, più lento questa volta, lingue che si assaggiavano con calma, il sapore salato del sudore e del sesso. I corpi restarono intrecciati ancora un minuto, poi due, finché il cazzo di lui cominciò a ammorbidirsi un poco dentro di lei. Solo allora, con un gemito di perdita, Marco si sfilò lentamente. Un filo denso di sborra lo seguì, gocciolando sulla coscia interna di Sofia e sul legno. Lei restò sdraiata un attimo di più, le gambe ancora aperte, a sentire il vuoto e il caldo che le scendeva, poi si sollevò sugli gomiti e lo guardò.

Si rivestirono in silenzio. Marco raccolse i pantaloni dal pavimento, si infilò la mutanda umida di lei ancora appiccicata a una coscia e se la cacciò in tasca con un gesto complicito. Sofia si tirò su i collant strappati a metà coscia, sistemò il reggiseno di pizzo lasciando i seni ancora un po’ scoperti, e abbottonò la camicetta bianca con dita che ancora tremavano. La gonna di cotone le scese sulle cosce, nascondendo le macchie umide e il seme che le colava ancora. Marco richiuse la camicia come poté, nascondendo i graffi rossi sulla schiena sotto il tessuto stropicciato. Ogni tanto i loro sguardi si incrociavano e un sorriso lento, sporco, pieno di segreti, piegava le labbra di entrambi. Nessuno parlava. Il silenzio era pieno di respiri ancora pesanti e del cigolio lontano del cartello «Chiuso» fuori.

Quando furono quasi decenti, Sofia si avvicinò di nuovo. Gli posò una mano sul petto, sentendo il cuore che batteva ancora forte, e lo baciò piano sull’angolo della bocca. «Questa non sarà l’unica volta», sussurrò. «Lo sai, vero? Tornerò. Ogni volta che mamma resterà in studio fino a tardi. Ogni volta che chiuderai la serranda e mi farai catalogare i libri rari. Voglio che mi metti di nuovo su questo tavolo. Voglio che mi vieni dentro di nuovo. Voglio il sapore del tuo cazzo in bocca mentre mangio a tavola con lei.»

Marco le strinse i fianchi, le dita che affondavano nella gonna. Il rischio gli pesava sul petto come un volume antico, ma l’eccitazione lo superava di gran lunga. Guardò intorno al retro polveroso: i libri sparsi, lo scaffale dove l’aveva spinta la prima volta, il pavimento dove l’aveva scopata fino a farla urlare. Sapeva che un giorno qualcuno avrebbe potuto scoprire tutto — un messaggio sbagliato, un graffio troppo visibile, un odore di sesso sulla camicia — e allora il matrimonio, la libreria, tutto sarebbe crollato. Eppure il pensiero gli faceva di nuovo indurire il cazzo contro i pantaloni.

«Sì», mormorò lui, la voce bassa e roca. «Sarà solo la prima. Ne faremo tante, qui. Ti scopero tra questi scaffali finché non imparerai a memoria ogni edizione del Settecento a forza di venire sui dorsi di pelle. E ogni volta che ti guarderò a colazione saprò che il mio seme è ancora dentro di te.»

Sofia sorrise, quel sorriso lento e consapevole che l’aveva portata fin qui. Si chinò a raccogliere un volume caduto, offrendogli di nuovo lo scorcio delle cosce, poi si raddrizzò e lo guardò dritto negli occhi, le labbra ancora gonfie dai baci.

«E se un giorno mamma chiama mentre mi stai ancora dentro… risponderai al telefono senza sfilarti, vero?»

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