Ritrovo Proibito nella Stanza del Karaoke

Marco e Ingrid si chiudono nella stanza del karaoke e finiscono con un’anal deep e sudata tra risate complici.

24 min read September 04, 2026New

Marco si guardò intorno nella saletta del karaoke con un sorriso storto, fingendo di studiare la lista dei brani mentre il cuore gli batteva più forte del basso di una canzone k-pop di merda che arrivava dalla sala principale. Vent’anni e cinque di timidezza mascherata da battute, ventotto chili di noia per la festa di compleanno dell’amico comune: troppa gente, troppo rumore, zero scuse per scappare. Poi Ingrid aveva spinto la porta e si era chiusa dietro con un clic teatrale, la gonna nera che le cavalcava le cosce curve e la maglietta scollata che prometteva disastri. «Finalmente soli, Marco. Se resto laggiù ascolto un’altra volta “Happy Birthday” cantato da ubriachi, mi faccio un piercing all’orecchio col cavatappi.»

Lui rise, la voce un po’ rauca. «Io stavo già valutando se strangolare il DJ con il cavo del microfono. Tu salvi la serata o la rovini del tutto?» Ingrid, sfacciata come sempre, gli strappò il microfono dalle mani e lo accostò alle labbra carminio. «Duettino sexy. Adesso. Se rifiuti sei un codardo e ti lascio qui a cantare da solo “Volare” con la faccia da vergine.» Gli occhi di lei brillavano di malizia; il seno generoso si muoveva sotto la stoffa ogni volta che rideva. Marco sentì il sangue scendere dritto tra le gambe. Amica di lunga data, confidente di tutte le sue stronzate, e adesso eccola lì a provocarlo come se il divanetto rosso fosse un letto d’albergo a ore.

Scelsero un pezzo italiano lento e sudato, qualcosa con note basse e parole che sapevano di bocca e pelle. Ingrid attaccò prima, la voce calda che scivolava sui versi mentre si avvicinava ballando. I fianchi oscillavano, il sedere tondo e pieno andava a sfregarsi deliberatamente contro l’inguine di Marco. Lui sentì il cazzo indurirsi in un secondo, e la battuta gli uscì prima del cervello: «Attenta al microfono, Ingrid… si sta indurendo da solo e non è mica colpa mia.» Lei scoppiò a ridere, una risata aperta che gli vibrò contro la schiena mentre si strofinava di più, il culo morbido che premeva e ruotava. «Oh, povero Marco, il microfono geloso. Vuoi toccarmi o preferisci continuare a fare il poeta frustrato?»

Lui deglutì, le mani già sulle sue anche larghe. «Voglio toccarti. Da anni, a dire il vero, ma di solito mi basta guardarti ridere e farmi due seghe di fantasia. Adesso… cazzo, adesso voglio metterci le mani.» Ingrid si girò a metà, gli occhi socchiusi e le labbra piegate in un sorriso sporco. «Bravo. Perché io voglio sentirti dentro. Non le dita, non la lingua da sola. Te. Tutto. E se non mi porti su quel divanetto in tre secondi, lo faccio da sola e tu guardi.»

Si spinsero verso il divanetto imbottito tra risate soffocate e baci che sapevano di vino economico e urgenza. Ingrid si piegò a quattro zampe senza pudore, la gonna già sollevata sulle reni, le mutandine di pizzo nero che le sparivano tra le natiche carnose. Marco le sfilò con una mano tremante e lecca, prima le labbra bagnate della fica, poi più su, la lingua avida sul buco stretto e rosa del culo. Ingrid gemette e rise insieme: «Porca puttana, Marco, sei un maiale affamato. Lecca bene, spingi la lingua… così, cazzo, mi fai venire solo a guardarti.» Lui la leccava con rumori umidi, saliva che colava e dita che aprivano piano, mentre lei dondolava indietro contro la sua bocca e tirava battute tra un sospiro e l’altro. «Il karaoke del sedere, eh? Finalmente un duetto degno di questo nome. Forza, lubrifica con quella lingua da santo e poi infilami.»

Marco sputò sulla strettoia, si spalmò saliva sul cazzo già duro e gocciolante, e premette la testa contro l’anello elastico. Entrò piano, centimetro dopo centimetro, sentendo le pareti calde e strette che lo stringevano come un pugno vellutato. Ingrid ansimò, la voce rotta dalla risata e dal piacere: «Lento… ah, sì… che cazzo di grosso microfono. Spingi, non fare il gentile ora. Voglio sentirlo tutto nel culo.» Lui affondò fino in fondo, le anche contro le sue, e iniziò a scoparla con ritmo deciso, profonde e regolari. Il suono umido delle spinte riempiva la stanzetta insieme ai gemiti di lei e alle sue battute bassissime: «Se qualcuno apre la porta adesso racconto che stiamo cantando “Bella ciao” in versione anale.»

Dopo qualche minuto la sollevò, la spinse in piedi contro il muro vicino allo schermo del karaoke che lampeggiava testi ignorati. Ingrid alzò una gamba, si masturbò il clitoride con dita veloci mentre Marco la prendeva da dietro, il cazzo che spariva e riemergeva lucido di saliva nel culo stretto. Sudavano entrambi, la maglietta di lei appiccicata ai seni, la camicia di lui aperta e umida. «Più forte… così… sto per venire come una scema sul karaoke del sedere, Marco. Non fermarti o ti uccido con il microfono.» Lui rise contro il suo collo, le mani che le stringevano le tette pesanti, e accelerò le spinte profonde finché Ingrid non si contrasse tutta, gemendo forte e bagnandosi le dita e le cosce. Il suo culo pulsava intorno al cazzo di Marco, che non resistette: vennero insieme, lui sparando sborrate calde e spesse dentro di lei mentre ridevano e si baciavano storti, sudati, felici.

Si rimasero addosso un attimo, respiri affannosi e sorrisi complici. Ingrid si girò, gli diede un bacio scherzoso sulle labbra e gli passò un dito sul mento. «Adesso torniamo laggiù come se avessimo solo stonato tre canzoni. Ti sistemo la cerniera, tu mi abbassi la gonna. E dopo…» Gli occhi brillavano di qualcosa che non era finito. «Dopo pensiamo a un bis. Magari con il microfono spento e la porta chiusa di nuovo. O magari altrove. Tu cosa ne dici, cantante del culo?»

Marco la aiutò a rimettersi a posto i capelli scarmigliati, già eccitato di nuovo solo a guardarla sistemarsi le mutandine ancora umide. Uscirono dalla stanza regolandosi i vestiti con gesti lenti e sguardi che promettevano tutto tranne la fine. La festa rumoreggiava oltre la porta, ma tra loro la tensione era solo salita di un altro pezzo: sudati, sazi e già affamati di nuovo, con la certezza che quella notte il karaoke era soltanto l’inizio di qualcosa di molto più sporco e divertente.

La festa li risucchiò come un’onda di birra stantia e cori stonati. Marco sistemò la camicia ancora umida di sudore e sperma, il cazzo che pulsava di nuovo contro lo zip mentre Ingrid gli passava accanto con un sorrisetto da gatta che ha appena rosicchiato il canarino. Lei alzò il bicchiere di prosecco verso di lui, occhi scintillanti, e sussurrò appena: «Sei ancora tutto rosso in faccia, cantante del culo. Se qualcuno ti chiede perché hai le ginocchia che tremano, digli che hai ballato troppo “Despacito”.»

Lui rise basso, la mano che le sfiorò la schiena nuda sotto la maglietta scollata. «E tu? Hai le cosce che luccicano. Se ti siedi di schiena su quella sedia di plastica lasci un’impronta da scena del crimine.» Ingrid scoppiò a ridere, una risata che fece voltare due tipi ubriachi, e gli diede una gomitata leggera. «Zitto, porco. Voglio solo un altro drink e poi…» La frase restò a metà mentre un amico comune li trascinava verso il tavolo dei regali. Marco beveva a sorsi corti, lo sguardo fisso sul culo di lei che si muoveva sotto la gonna nera ogni volta che lei si piegava a chiacchierare. Il tessuto le aderiva ancora umido tra le natiche; lui sapeva esattamente cosa c’era laggiù, il buco ancora caldo e pieno della sua sborra.

Dieci minuti di finta normalità bastarono. Ingrid gli sfiorò il braccio, le unghie che graffiavano appena la pelle. «Bagno. Ho bisogno di “aria”. O di un altro duetto. Tu scegli, ma se mi fai aspettare qui ad ascoltare “Livin’ on a Prayer” cantata da quattro tizi di mezza età, ti giuro che mi metto le dita in culo da sola dietro al bancone dei cocktail.» Marco sentì il sangue scendere di nuovo dritto al cazzo. «Sei una puttana meravigliosa, lo sai?» Lei gli fece l’occhiolino. «E tu sei il mio microfono preferito. Andiamo.»

Si slacciarono dalla folla con scuse mormorate — «dobbiamo scegliere la prossima canzone», «c’è un problema tecnico con lo schermo» — e riattraversarono il corridoio stretto. La porta della saletta del karaoke scattò di nuovo dietro di loro con lo stesso clic teatrale di prima. Dentro l’aria era ancora calda, impregnata di sesso e di quella melodia lenta che nessuno aveva mai spento. Ingrid non aspettò: gli saltò addosso, la bocca che gli mangiava le labbra, la lingua che sapeva di prosecco e di cazzo. Marco la spinse contro il muro, le mani già sotto la gonna a impastare le natiche morbide e sudate.

«Guardati», borbottò lui tra un bacio e l’altro, «sei ancora tutta aperta. Ti sento.» Due dita scivolarono tra le pieghe umide, poi più su, nel buco anale ancora liscio e sborra-lubrificato. Ingrid gemette e rise insieme, spingendosi indietro. «Cazzo sì, mettile. Allargami di nuovo. Voglio che mi scopi il culo finché non cammino storto domani. E se canti mentre lo fai ti do un premio.»

Marco le girò di scatto, la piegò sul bracciolo del divanetto rosso. La gonna finì arrotolata sulla schiena, le mutandine di pizzo — già strappate da prima — scivolarono via con un tiro secco. Lui si inginocchiò, le aprì le chiappe con i pollici e soffiò aria calda sul buco rosato che si contraeva. «Che vista da oscar», disseggiò. «Il karaoke più sporco d’Italia.» Poi leccò. Lunga, larga, dal clitoride gonfio su fino all’anello stretto, spingendo la lingua dentro a colpi umidi e rumorosi. Ingrid dondolava i fianchi, la voce che saliva e scendeva come un pezzo di merda romantico. «Ah… Marco… lecca come se volessi vincere Sanremo. Più a fondo… così, porco, sento la saliva che mi cola fino alle ginocchia.»

Lui sputò abbondante, massaggiò il buco con tre dita finché non cedette morbido e ospitale, poi si alzò, sbottonò i jeans e tirò fuori il cazzo già duro e lucido di liquido precome. La testa premette, entrò d’un colpo secco fino alle palle. Entrambi gemettero; Ingrid rise a crepapelle, la faccia schiacciata contro il tessuto rosso. «Gesù Cristo, che microfono di merda grosso. Spingi. Spingi come se stessi registrando un album live.»

Marco iniziò a scoparla con spinte lunghe e profonde, il bacino che schiaffeggiava le natiche con un suono bagnato e carnale. Ogni volta che sprofondava, il culo di lei lo stringeva come una morsa vellutata e calda; ogni volta che tirava indietro, saliva e sborra vecchia filavano giù lungo le palle. Sudore gli colava dalla fronte sulle tette di lei, che dondolavano libere ora che lui le aveva tirato su la maglietta. «Più forte», ansimò Ingrid, una mano che si ficcava tra le gambe a strofinare il clit gonfio. «Voglio sentire le palle battermi il culo. E se qualcuno bussa dico che stiamo provando “Anale in the USA”.»

Lui accelerò, le mani che le stringevano i fianchi finché le dita non lasciarono segni rossi. Il ritmo diventò selvaggio, umido, rumoroso: pelle contro pelle, gemiti strozzati, risate rotte ogni volta che il cazzo le sfiorava un punto che la faceva tremare. «Sto per venire di nuovo», sussurrò lei, la voce rauca. «Non fermarti, non azzardarti… ah cazzo, sì, così in fondo…» Il suo culo pulsò violentemente attorno all’asta di Marco; lei si contrasse tutta, un orgasmo lungo e umido che le bagnò le dita e le cosce. Marco sentì le pareti stringerlo a ondate e non resistette: sparò la seconda sborrata della serata dritta nel fondo caldo, getti spessi che le riempirono il canale finché non traboccò fuori a ogni spinta lenta.

Restarono così, uniti, ansimanti, ridendo piano contro la pelle l’uno dell’altra. Marco le diede un pizzicotto sulla natica e uscì piano, guardando il buco rosso e aperto che lasciava uscire un filo bianco di sborra. «Sei un casino meraviglioso», mormorò. Ingrid si rialzò barcollando, si girò e gli pulì il cazzo ancora semiduro con la lingua, leccando via la propria sborra mista alla sua. «E tu sei un porco sentimentale. Adesso…» Si sistemò la gonna alla meglio, gli occhi che brillavano di fame non ancora saziata. «Adesso torniamo laggiù cinque minuti. Bevo qualcosa, ti faccio il culo con lo sguardo da lontano, e poi…» La mano gli strinse le palle attraverso i jeans. «Poi ti porto in bagno, o sul tetto, o di nuovo qui. Voglio che mi scopi il culo finché non riesco più a sedermi senza sorridere. E tu canterai. A voce alta. Mentre mi riempi.»

Marco la baciò, saporito di sesso e di risate. Fuori la festa continuava a urlare canzoni di merda, ma dentro la stanza l’aria restava carica, sudata, pronta a ricaricarsi. Uscirono di nuovo regolandosi i vestiti, le dita intrecciate un secondo di troppo, già calcando i secondi che li separavano dal prossimo round. La tensione non era calata: era solo salita di un altro pezzo, calda, umida e ridicola come un duetto stonato che nessuno aveva ancora intenzione di spegnere.

La festa li riacciuffò con un’ondata di cori stonati e odore di birra versata. Marco sistemò di nuovo la camicia appiccicata, il cazzo ancora semisvelato che gli pulsava contro lo zip umido di sborra e saliva. Ingrid gli camminava davanti con quel passo leggero da chi ha il culo pieno e contento, la gonna nera che le scivolava sulle cosce lucide. Lui non riusciva a staccarle gli occhi di dosso: ogni oscillazione delle natiche gli mandava un messaggio diretto in mezzo alle gambe. «Se continui a guardarmi così», sussurrò lei senza voltarsi, «quei due del bancone pensano che mi stia mangiando con gli occhi. E non hanno tutti i torti.»

Marco rise basso, le si accostò e le passò una mano possessiva sulla schiena nuda. «Sto solo controllando che non perdi pezzi di me mentre cammini. Sei ancora piena, vero?» Ingrid gli lanciò un’occhiata di traverso, le labbra piegate in un sorriso da diavoletta. «Piena e stracolma. Sento la tua sborra che mi cola piano piano lungo la coscia. Se mi siedo su quella poltrona di velluto lascio una macchia da perizia scientifica. Vuoi che lo faccia? Diventiamo la leggenda della festa.»

Bevvero di nuovo, finti casuali. Un amico li trascinò in un coro di “Don’t Stop Believin’” e Marco finse di cantare mentre le dita di Ingrid gli sfioravano il culo attraverso i jeans, un pizzicotto cattivo proprio sopra la piega. Lui sentì il sangue scendere di botto, il cazzo che si rialzava incredulo. Dieci minuti bastarono. Ingrid gli soffiò all’orecchio: «Bagno. Se resto qui un secondo di più mi metto a cavalcioni sul tavolo dei salatini e ti chiedo di farmelo davanti a tutti. Portami via, cantante del culo. Adesso.»

Si slacciarono con scuse ridicole — «dobbiamo cambiare la playlist», «c’è un feedback sul microfono» — e stavolta non tornarono subito nella saletta. Ingrid lo trascinò verso il bagno di servizio in fondo al corridoio, una stanzetta stretta con piastrelle bianche e uno specchio che rifletteva tutto. La porta scattò, il lucchetto girò. L’aria puzzava di sapone economico e di loro due già eccitati. «Qui nessuno ci rompe i coglioni per almeno dieci minuti», ansimò lei, già in ginocchio, le mani che gli sbottonavano i jeans con fretta golosa. «Voglio leccarti pulito e poi voglio che mi riempi di nuovo. E se canti mentre ti succhio ti do un bonus.»

Marco gemette quando la bocca calda di lei gli inghiottì il cazzo ancora lucido di sborra mista. Ingrid lo succhiava con rumori umidi e spudorati, la lingua che girava intorno alla testa, le guance scavate. Ogni tanto alzava gli occhi e rideva con la gola piena: «Mmmh… sapore di karaoke anale. Il mio preferito.» Lui le afferrò i capelli, spinse piano, sentendo le labbra carminio scivolare fino in fondo. «Sei una porca meravigliosa. Continua così e ti sborro in gola prima di tornarti nel culo.» Lei si staccò con un suono schioccante, un filo di saliva che le pendeva dal mento. «Niente gola. Voglio tutto di nuovo lì dietro. Alzami, piegami sul lavandino e scopami come se volessi farmi entrare nel Guinness dei primati.»

La sollevò senza fatica, la girò, le sollevò la gonna fino alla vita. Le mutandine erano ormai un ricordo strappato; il culo di Ingrid apparve rosato, lucido, il buco ancora leggermente aperto e gocciolante di bianco. Marco ci sputò sopra con gesto deliberato, massaggiò l’anello con due dita finché non lo sentì cedere morbido e caldo. «Guardati nello specchio», ordinò lui, la voce rauca. «Voglio che ti veda mentre ti sfondo.» Ingrid alzò lo sguardo, si guardò: seni pesanti che dondolavano fuori dalla maglietta tirata su, faccia arrossata, bocca aperta. Rise. «Cazzo, sembro una cantante dopo tre ore di tour. Infilami. Forza, microfono gigante. Spingi tutto.»

Lui premette la testa contro l’apertura e entrò d’un colpo solo, fino alle palle. Il calore lo avvolse come un pugno vellutato; Ingrid urlò un gemito-risata che rimbombò sulle piastrelle. «Gesù… che botta. Muoviti. Scopami il culo finché non vedo le stelle e le note del karaoke insieme.» Marco iniziò a spingere con ritmo feroce, le anche che schiaffeggiavano le natiche morbide con suoni bagnati e carnali. Ogni affondata faceva schizzare fuori un po’ di sborra vecchia mescolata a saliva fresca; il lavandino scricchiolava sotto di loro. Sudore gli colava dalla fronte sulla schiena di lei. «Più forte», ansimava Ingrid, una mano che si ficcava tra le cosce a strofinarsi il clitoride gonfio e scivoloso. «Voglio sentire le palle battermi. E se qualcuno bussa dico che sto collaudando l’acustica del cesso cantando “Anale River”.»

Lui accelerò, le mani che le stringevano i fianchi lasciando segni rossi. Il ritmo diventò animale, umido, rumoroso: pelle contro pelle, gemiti strozzati, risate rotte ogni volta che il cazzo le sfiorava quel punto profondo che la faceva tremare tutta. «Sto per venire di nuovo… cazzo Marco, non fermarti… ah sì, così in fondo, spingi, spingi…» Il culo di lei pulsò violentemente attorno all’asta; si contrasse in ondate lunghe, bagnandosi le dita e le cosce con un orgasmo che la lasciò barcollante. Marco sentì le pareti stringerlo a morsa e non resistette: sparò la terza sborrata della serata dritta nel canale caldo, getti spessi che la riempirono finché non traboccarono lungo le palle a ogni spinta lenta e possessiva.

Restarono uniti, ansimanti, ridendo contro lo specchio appannato. Marco le diede uno schiaffetto leggero sulla natica e uscì piano, guardando il buco rosso e dilatato che lasciava scendere un filo bianco e lucido. «Sei un disastro perfetto», mormorò, la voce piena di affetto sporco. Ingrid si raddrizzò barcollando, si girò e gli leccò il cazzo ancora duro, pulendo via la miscela di sborra e saliva con la lingua golosa. «E tu sei un porco romantico. Adesso…» Si sistemò la gonna alla meno peggio, gli occhi che brillavano di una fame che non voleva spegnersi. «Adesso torniamo fuori cinque minuti. Ti faccio il culo con lo sguardo da lontano mentre bevo, e poi…» La mano gli strinse le palle attraverso i jeans ancora aperti. «Poi ti porto sul tetto. O di nuovo nella stanza. Voglio che mi prendi in piedi, contro il muro, finché non cammino storto per una settimana. E tu canterai. A voce alta. Mentre mi riempi di nuovo.»

Marco la baciò, sapore di sesso e di prosecco e di risate complici. Uscirono dal bagno regolandosi i vestiti con gesti lenti, le dita intrecciate un secondo di troppo. La festa urlava ancora canzoni di merda, ma tra loro la tensione era salita di un altro pezzo, calda, sudata, ridicola. Marco sentiva già il cazzo rialzarsi solo a pensare al prossimo round. Ingrid gli lanciò un’occhiata da gatta affamata mentre si rimescolavano nella folla, e lui capì che la notte era tutt’altro che finita: il karaoke era solo l’antipasto di qualcosa di molto più sporco, più umido e più divertente.

La festa li riavvolse in un mulinello di cori stonati e bicchieri che tintinnavano, ma Marco aveva già il sangue che gli ribolliva basso, il cazzo che si gonfiava di nuovo contro lo zip ancora umido. Ingrid gli camminava davanti con quel dondolio deliberato delle natiche, la gonna nera che le aderiva alle cosce lucide di sudore e residui di sborra. Ogni tanto si voltava a guardarlo di sottecchi, le labbra piegate in un sorriso che diceva chiaro: non ho ancora finito con te, cantante del culo.

Dieci minuti di finta normalità e lei gli scivolò accanto al bancone, le unghie che gli graffiarono il polso. «Se ascolto un’altra volta “Sweet Caroline” mi ficco le olive nelle orecchie. Portami sul tetto. Adesso. Voglio aria fresca e il tuo cazzo caldo.» Marco rise basso, già eccitato all’idea. «Sei incorreggibile. E se ci beccano?» «Diciamo che stiamo collaudando l’acustica delle stelle. Muoviti prima che mi masturbi dietro al frigo delle birre.»

Si slacciarono con scuse ridicole — «andiamo a prendere aria, fa caldo qui dentro» — e salirono le scale di servizio strette, le mani già l’uno sull’altra. Il tetto era una terrazza grezza con parapetto basso, luci della città che scintillavano lontano e un vento leggero che puzzava di estate e di loro due. La porta metallica scattò dietro di loro. Ingrid non aspettò: gli saltò addosso, la bocca che gli divorava le labbra saporite di prosecco e sesso, le mani che gli sbottonavano i jeans con fretta golosa. «Guardami», ansimò lei, già in ginocchio sulle piastrelle ruvide, «voglio leccarti pulito sotto le stelle. E se canti mentre ti succhio ti do un premio speciale.»

Marco gemette quando la bocca calda e umida di lei gli inghiottì il cazzo ancora lucido di saliva e sborra vecchia. Ingrid lo succhiava con rumori spudorati, la lingua che girava intorno alla testa gonfia, le guance scavate, ogni tanto alzando gli occhi e ridendo con la gola piena: «Mmmh… sapore di bagno di servizio e karaoke anale. Il mio preferito assoluto.» Lui le afferrò i capelli scarmigliati, spinse piano sentendo le labbra carminio scivolare fino in fondo, le palle che battevano il mento. «Porca meravigliosa… continua così e ti sborro in faccia prima di tornarti nel culo.» Lei si staccò con uno schiocco umido, un filo di saliva che le pendeva dal mento fino al seno. «Niente faccia. Voglio tutto di nuovo laggiù. Alzami, piegami contro il parapetto e scopami come se volessi farmi entrare nel Guinness dei primati del culo pieno.»

La sollevò senza fatica, la girò di scatto, le sollevò la gonna fino alla vita. Le mutandine erano un ricordo strappato da ore; il culo di Ingrid apparve rosato, lucido, il buco ancora leggermente aperto e gocciolante di bianco che brillava alla luce fioca. Marco ci sputò sopra con gesto deliberato, massaggiò l’anello con due dita finché non lo sentì cedere morbido, caldo, ospitale. «Guardati la città», ordinò lui, la voce rauca di lust. «Voglio che ti veda mentre ti sfondo sotto le stelle.» Ingrid alzò lo sguardo verso le luci lontane, si guardò riflessa nelle finestre di un palazzo vicino: seni pesanti che dondolavano fuori dalla maglietta tirata su, faccia arrossata, bocca aperta in un sorriso da diavoletta. Rise a crepapelle. «Cazzo, sembro una cantante dopo un tour di tre ore e mezzo di sesso anale. Infilami. Forza, microfono gigante. Spingi tutto finché non urlo le note sbagliate.»

Lui premette la testa contro l’apertura e entrò d’un colpo solo, fino alle palle. Il calore lo avvolse come un pugno vellutato e stretto; Ingrid urlò un gemito-risata che si perse nel vento. «Gesù Cristo… che botta. Muoviti. Scopami il culo finché non vedo le stelle e le note del karaoke insieme, porco.» Marco iniziò a spingere con ritmo feroce, le anche che schiaffeggiavano le natiche morbide con suoni bagnati e carnali. Ogni affondata faceva schizzare fuori un po’ di sborra vecchia mescolata a saliva fresca; il parapetto scricchiolava sotto di loro. Sudore gli colava dalla fronte sulla schiena nuda di lei, il vento che raffreddava le gocce. «Più forte», ansimava Ingrid, una mano che si ficcava tra le cosce a strofinarsi il clitoride gonfio e scivoloso. «Voglio sentire le palle battermi il culo. E se qualcuno ci sente da sotto dico che sto collaudando l’acustica del tetto cantando “Anale River Deep”.»

Lui accelerò, le mani che le stringevano i fianchi lasciando segni rossi. Il ritmo diventò animale, umido, rumoroso: pelle contro pelle, gemiti strozzati, risate rotte ogni volta che il cazzo le sfiorava quel punto profondo che la faceva tremare tutta. Sudavano a fiotti, i corpi scivolosi, lei che spingeva indietro incontrando ogni spinta. «Sto per venire di nuovo… cazzo Marco, non fermarti… ah sì, così in fondo, spingi, spingi come se stessi registrando un album live sul tetto…» Il culo di lei pulsò violentemente attorno all’asta; si contrasse in ondate lunghe e umide, bagnandosi le dita e le cosce con un orgasmo che la lasciò barcollante contro il parapetto. Marco sentì le pareti stringerlo a morsa calda e non resistette: sparò la quarta sborrata della serata dritta nel canale caldo, getti spessi che la riempirono finché non traboccarono lungo le palle a ogni spinta lenta e possessiva, colando giù sulle cosce di lei e sulle piastrelle.

Restarono uniti, ansimanti, ridendo contro il vento e lo skyline. Marco le diede uno schiaffetto leggero sulla natica sudata e uscì piano, guardando il buco rosso e dilatato che lasciava scendere un filo bianco e lucido che brillava. «Sei un disastro perfetto sotto le stelle», mormorò, la voce piena di affetto sporco. Ingrid si raddrizzò barcollando, si girò e gli leccò il cazzo ancora duro e gocciolante, pulendo via la miscela di sborra e saliva con la lingua golosa e rumorosa. «E tu sei un porco romantico da terrazza. Adesso…» Si sistemò la gonna alla meno peggio, gli occhi che brillavano di una fame che non voleva spegnersi. La mano gli strinse le palle attraverso i jeans ancora aperti. «Adesso torniamo giù cinque minuti. Ti faccio il culo con lo sguardo da lontano mentre bevo un’altra cosa, e poi…» Gli morsi il lobo dell’orecchio. «Poi ti porto di nuovo nella stanza del karaoke. Voglio che mi prendi in piedi, contro lo schermo che lampeggia, finché non cammino storto per una settimana. E tu canterai. A voce alta. Mentre mi riempi di nuovo. Un duetto finale prima che la festa finisca… o forse no.»

Marco la baciò, sapore di sesso e di vento e di risate complici. Scesero le scale regolandosi i vestiti con gesti lenti, le dita intrecciate un secondo di troppo, già calcando i secondi che li separavano dal prossimo round. La festa urlava ancora canzoni di merda, ma tra loro la tensione era salita di un altro pezzo, calda, sudata, ridicola come un pezzo stonato. Marco sentiva già il cazzo rialzarsi solo a pensare allo schermo del karaoke che avrebbe illuminato il culo pieno di lei. Ingrid gli lanciò un’occhiata da gatta affamata mentre si rimescolavano nella folla, e lui capì che la notte era tutt’altro che finita: il tetto era solo un interludio di qualcosa di molto più sporco, più umido e più divertente che li aspettava laggiù, porta chiusa, microfono spento, e zero intenzione di spegnere niente.

Si rimescolarono nella folla un’ultima volta, il ronzio stanco della festa che ormai sputava fuori solo cori strascicati e bottiglie vuote. Marco sentiva ancora il vento del tetto sulla pelle, il cazzo che gli pulsava pesante contro lo zip umido, e Ingrid che gli camminava accanto con quel dondolio deliberato delle natiche piene. Dieci minuti bastarono. Lei gli afferrò il polso sotto il bancone dei cocktail e tirò.

«Ultimo duetto, cantante del culo. Stanza del karaoke. Se mi fai aspettare ancora ti lascio qui a cantare “My Way” da solo con le palle blu.»

Attraversarono il corridoio di corsa soffocata, risate già pronte a scoppiare. La porta scattò dietro di loro con il solito clic teatrale. Dentro l’aria era ancora calda di loro, impregnata di sesso vecchio e di quella melodia lenta che nessuno aveva mai spento. Lo schermo lampeggiava testi assurdi, blu e rosa. Ingrid non aspettò nemmeno un secondo: gli saltò addosso, bocca aperta sul suo collo, mani che gli sbottonavano i jeans con una fretta golosa e ridicola.

«Guardami bene», ansimò lei già spogliandosi della maglietta, le tette pesanti che dondolavano libere, capezzoli duri. «Voglio che mi prendi contro quello schermo finché non imparo a memoria tutte le canzoni sbagliate. E canta, cazzo. A voce alta.»

Marco la spinse contro il muro accanto al monitor, le sollevò la gonna fino alla vita. Le mutandine erano un ricordo strappato da ore; il culo di Ingrid apparve rosato, lucido, il buco ancora leggermente aperto e gocciolante di bianco che brillava sotto le luci colorate. Lui si inginocchiò, le aprì le chiappe con i pollici e leccò lungo e largo, dalla fica gonfia su fino all’anello stretto, spingendo la lingua dentro a colpi umidi e rumorosi. Ingrid dondolava i fianchi indietro, ridendo e gemendo insieme.

«Ah… porco santo… lecca come se volessi vincere lo Zecchino d’Oro del sedere. Più a fondo… così, sento la saliva che mi cola fino alle ginocchia. Forza, lubrifica bene il microfono preferito.»

Lui sputò abbondante, massaggiò il buco con tre dita finché non lo sentì cedere morbido, caldo, già abituato a lui. Poi si alzò, tirò fuori il cazzo duro e lucido di liquido precome, e premette la testa contro l’apertura. Entrò d’un colpo solo, fino alle palle. Il calore lo avvolse come un pugno vellutato; Ingrid urlò un gemito-risata che riempì la stanzetta.

«Gesù… che botta da festival. Muoviti. Scopami il culo come se stessi registrando un live pirata.»

Marco iniziò a spingere con ritmo feroce, le anche che schiaffeggiavano le natiche morbide con suoni bagnati e carnali. Ogni affondata faceva schizzare fuori un po’ di sborra vecchia mescolata a saliva fresca; lo schermo tremolava dietro di lei, testi di canzoni d’amore che nessuno leggeva. Sudore gli colava dalla fronte sulle tette di lei, che lui impastava con le mani grandi. «Più forte», ansimava Ingrid, una mano che si ficcava tra le cosce a strofinarsi il clitoride gonfio e scivoloso. «Voglio sentire le palle battermi. E se qualcuno bussa dico che stiamo provando “Anale in the Night”. Canta, stronzo. Canta qualcosa.»

Lui rise contro il suo collo, la voce rauca che usciva a pezzi tra una spinta e l’altra: «Volare… oh oh… nel tuo culo stretto…» Ingrid scoppiò a ridere tanto forte che il canale le si contrasse intorno al cazzo, facendolo gemere. Il ritmo diventò animale, umido, rumoroso: pelle contro pelle, gemiti strozzati, risate rotte ogni volta che lui le sfiorava quel punto profondo che la faceva tremare tutta. Sudavano a fiotti, i corpi scivolosi, lei che spingeva indietro incontrando ogni spinta con le natiche che sbattevano sode.

La sollevò di scatto, la portò sul divanetto rosso, la mise a cavalcioni al contrario, culo verso di lui. Ingrid si abbassò da sola sul cazzo, prendendolo tutto d’un fiato, e iniziò a rimbalzare con foga, le tette che ballavano, la schiena inarcata. «Guarda che vista da oscar», ansimò lei voltandosi a sorridere sporco. «Il karaoke più sudato d’Italia. Spingi dal basso. Riempimi finché non trabocco sul divano e lasciamo una macchia da museo.»

Marco afferrò i suoi fianchi e la scopò dal basso con spinte lunghe e profonde, il bacino che schiaffeggiava in su. Ogni volta che lei scendeva, il culo la stringeva come una morsa calda; ogni volta che saliva, saliva e sborra filavano giù lungo le sue palle. «Sto per venire di nuovo», gemette Ingrid, dita veloci sul clit. «Non fermarti… ah cazzo sì, così in fondo, microfono gigante… sto venendo come una scema sul tuo cazzo…»

Il culo di lei pulsò violentemente; si contrasse in ondate lunghe e umide, bagnandosi le dita e le cosce, un orgasmo che le fece piegare la testa all’indietro in un urlo-risata. Marco sentì le pareti stringerlo a morsa e accelerò ancora, selvaggio, finché non esplose a sua volta: la quinta sborrata della serata sparata dritta nel canale caldo, getti spessi e caldi che la riempirono finché non traboccarono fuori a ogni spinta lenta e possessiva, colando bianchi e lucidi sulle sue palle e sul tessuto rosso.

Restarono uniti, ansimanti, ridendo piano contro la pelle l’uno dell’altra, sudati da far pena, felici. Marco le diede uno schiaffetto leggero sulla natica e uscì piano, guardando il buco rosso e dilatato che lasciava scendere un filo spesso di sborra. Ingrid si lasciò cadere di lato sul divanetto, le gambe molli, e lo tirò giù per un bacio storto e saporito di sesso e di risate.

«Sei un disastro perfetto», mormorò lui, la voce piena di affetto sporco. «Il mio duetto preferito di sempre.»

Lei gli leccò il mento, gli occhi che brillavano ancora di fame soddisfatta. Si sistemarono i vestiti alla meno peggio, capelli scarmigliati, gonne storte, camicie appiccicate. Uscirono dalla stanza regolandosi con gesti lenti, le dita intrecciate un secondo di troppo. La festa era quasi morta, solo qualche ubriaco rimasto a canticchiare.

Marco pensava che fosse finita lì, un’avventura sudata e ridicola da ricordare a vita tra una birra e l’altra. Non sapeva che Ingrid, mentre si abbassava la gonna ancora umida tra le cosce, aveva già deciso tutto: nella sua borsa c’era la chiave di casa sua, un tubetto di lubrificante vero e il biglietto che gli avrebbe allungato tra cinque minuti, con scritto soltanto «Seguimi. La notte è appena iniziata, cantante del culo». Lui camminava felice e sazio, ignaro che lei lo avrebbe portato via dalla festa entro un quarto d’ora e non lo avrebbe lasciato andare fino all’alba.

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