Sussurri Proibiti nella Sala Egizia

Marco e Priya si abbandonano a un sesso selvaggio e consenziente tra calze di seta e sarcofaghi egizi.

17 min read September 04, 2026New

Marco chiuse la porta a vetri della sala egizia e restò immobile un attimo, ascoltando il silenzio del museo di notte. Aveva ventotto anni, stava finendo il tirocinio in archeologia, e quella stanza lo ipnotizzava da settimane: sarcofagi di pietra scura, statuette di divinità con occhi di smalto, l’odore di legno antico e cera. Solo lui. Le luci di emergenza disegnavano ombre lunghe sul pavimento di marmo.

Aprì il mobiletto del magazzino costumi, dove tenevano pezzi per le mostre didattiche. Le dita gli tremarono quando toccò la confezione di calze di seta nera, sottili, lucide. Le aveva già guardate tre volte. Stanotte non resistette. Si sedette su una panca bassa, si sfilò i pantaloni e le scarpe, arrotolò le calze su lungo le gambe, sentendo la seta scivolare sulla pelle. Si alzò, si guardò il riflesso confuso in una teca: cosce fasciate, caviglie snelle. Il cazzo gli pulsava già contro le mutande.

«Che bello che sei così.»

La voce era calda, bassa, femminile. Marco si girò di scatto. Priya stava sulla soglia, elegante nel tailleur grigio perla che le segnava il seno e i fianchi. Trentadue anni, restauratrice, capelli neri raccolti, labbra rosse. Lo fissava senza giudizio, solo con una luce intensa negli occhi.

«Io… stavo solo…» balbettò lui, arrossendo fino al collo, cercando di coprirsi.

Priya chiuse la porta dietro di sé e si avvicinò. I tacchi battevano leggeri. «Non scappare. Ti ho visto. E ti trovo bellissimo con quelle calze. Non c’è niente di sbagliato.» Si fermò a un passo. «Me lo confessi? Ti eccita indossarle di nascosto?»

Marco deglutì. Il cuore gli batteva in gola. Annuì, a fatica. «Sì. Da… da sempre. Ma non l’avevo mai fatto qui.»

Lei sorrise, lenta. «Io lo so cosa significa nascondersi. E voglio vederti meglio.» La mano le scese, accarezzò la coscia di Marco sopra la seta. Le dita scivolarono su e giù, sentendo il calore della pelle sotto il tessuto liscio. «Gambe da sogno. Morbide. Le meriti di essere ammirate.»

Marco gemette piano, le guance in fiamme di piacere. Priya continuò a accarezzarlo, poi si sbottonò la giacca del tailleur. Sotto, un reggiseno di pizzo nero reggeva seni pieni; la gonna stretta nascondeva il resto. «Guarda.» Si sollevò l’orlo. Sotto le mutandine di pizzo il suo cazzo era già duro, grosso, venato, che tendeva il tessuto. «Sono una donna trans. Questo è mio. E mi piace da morire vedere un ragazzo come te che si abbandona. Toccalo.»

Marco esitò un secondo, poi allungò la mano. Le dita gli chiusero intorno al cazzo di Priya attraverso il pizzo; sentì il calore, il battito. Lei sospirò, spingendo i fianchi in avanti. «Così. Bravissimo. Vedi? Ti voglio esattamente così, con le calze e le guance rosse.»

Il desiderio esplose reciproco, denso. Priya lo baciò, lingua calda che entrava nella bocca di Marco, mentre le mani di lei andavano al cassetto del mobiletto. Tirò fuori un completo da sissy: corsetto di pizzo rosa, mutandine di raso con fiocchetto, una gonna corta a pieghe, reggicalze e tacchi a spillo neri. «Lasciati vestire. Voglio farti mia.»

Marco alzò le braccia. Priya gli allacciò il corsetto, stringendo i lacci finché il torace gli si fece stretto e sensuale; gli fece scivolare le mutandine, il cazzo di lui già rigido che spingeva contro il raso; agganciò le calze ai reggicalze; lo fece calzare i tacchi. «Guardati. Sei una sissy perfetta. Deliziosa.» Lo baciò di nuovo, più affamato, mani sul culo di Marco che stringevano e aprivano le chiappe. La lingua di lei leccava le labbra di lui, i denti mordevano piano. Il cazzo di Priya premeva contro la coscia di Marco. Il desiderio diventò incontenibile, un calore che saliva dal basso ventre.

«Vieni qui», mormorò Priya. Lo condusse al grande sarcofago di pietra al centro della sala, coperchio scolpito di geroglifici. Lo piegò in avanti sul bordo freddo e liscio. Gli sollevò la gonna di pizzo, gli scostò le mutandine di raso da una parte, esponendo il buco stretto. Sputò sulla mano, si unse il cazzo e l’ingresso di lui. «Dimmi che lo vuoi.»

«Lo voglio», gemette Marco, la faccia contro la pietra antica. «Scopami. Ti prego.»

Priya entrò con un colpo deciso, il cazzo grosso che apriva Marco centimetro dopo centimetro. Lui gridò di piacere-dolore, spingendo indietro il culo per prenderlo tutto. Lei iniziò a scoparlo con forza, bacino che sbatteva, palle che picchiavano contro le cosce fasciate di seta. Colpi profondi, ritmati, che facevano muovere il corpo di Marco sul sarcofago. Una mano di Priya gli accarezzava il cazzo intrappolato nelle mutandine, strofinando il glande umido attraverso il raso, mentre l’altra gli teneva i fianchi. «Che culo stretto… che brava sissy… prendilo tutto.»

Marco spingeva indietro a ogni spinta, gemendo ad alta voce, il corsetto che gli tagliava il respiro in modo eccitante. «Più forte… sì, così… sono tua…» La pietra del sarcofago era fredda contro le sue guance, i tacchi scivolavano un poco sul pavimento. Priya alternava: affondi lunghi e lenti che gli sfioravano la prostata, poi scariche veloci e brutali. Il pizzo della gonna sbatteva; le calze luccicavano sotto le luci basse.

Poi lo girò. Lo fece sedere sul bordo del sarcofago, gambe divaricate, gonna rialzata. Priya si inginocchiò un attimo, gli abbassò le mutandine e gli prese il cazzo in bocca con avidità, succhiando fino alla gola, lingua che girava sul glande mentre una mano gli massaggiava le palle. Marco gettò la testa all’indietro, mani nei capelli di lei. «Cazzo… Priya…»

Lei si alzò, si arrampicò sul sarcofago in senso opposto, cazzo duro a pochi centimetri dalla bocca di Marco. «69. Succhiami mentre ti faccio venire.» Marco aprì la bocca e la prese, labbra che scivolavano sul cazzo di Priya, assaporando il sapore salato, la pelle calda. Lei gli tornò a succhiare con fame, gola che lo inghiottiva, mentre i fianchi di lui si muovevano. Era frenetico, umido, saliva che colava, gemiti soffocati contro la carne. Priya dominava con dolcezza: una mano che gli accarezzava i capelli, l’altra che gli teneva la testa mentre lui le succhiava. «Bravo… prendilo… sei così bella vestita da ragazza… ti voglio proprio così.»

Marco si abbandonò completamente, identità sissy che lo riempiva di un piacere liquido e totale. Sentiva il cazzo di Priya pulsargli in gola, sentiva la bocca calda di lei che lo succhiava senza pietà. L’orgasmo arrivò insieme, violento. Marco venne nella bocca di Priya con un grido strozzato, getti caldi che lei bevve tutto, mentre il cazzo di lei esplodeva in gola a Marco, sborra spessa che lui ingoiò a fatica, tossendo un poco ma non fermandosi. Tremavano entrambi, gambe deboli, respiro corto. Il sapore di lei in bocca, il sapore di lui sulle labbra di Priya.

Priya scese piano, lo baciò teneramente sulle labbra, mescolando i sapori. Lo aiutò a rialzarsi, gli sistemò le mutandine di raso, lisciò la gonna e il corsetto, gli riaggiustò una calza che si era storta. Gli accarezzò il viso. «Sei stupendo. Non ho finito con te.»

Lo baciò ancora, più lento. «Domani notte torno qui dopo la chiusura. Ti porto qualcosa di speciale dal mio armadio… un collare, un plug di giada che ho trovato tra i pezzi da restaurare, e voglio vederti camminare per tutta la sala in questi tacchi mentre ti preparo per usarti di nuovo. E forse…» abbassò la voce, occhi scintillanti, «lasceremo la porta socchiusa. Chissà chi potrebbe sentirci. Ma solo se tu vuoi continuare a essere la mia sissy qui, tra questi sarcofagi.»

Marco, ancora tremante, con la sborra che gli colava un filo dall’angolo della bocca e le calze umide di sudore, annuì con le pupille dilatate. Il cuore gli batteva di nuovo. La sala egizia era piena di ombre e promesse, e la notte successiva era già troppo lontana.

La notte successiva l’aria nella sala egizia pesava di cera e di polvere antica. Marco era arrivato un’ora prima della chiusura, cuore che gli martellava nelle orecchie, e aveva già indossato tutto da solo: corsetto rosa allacciato stretto, mutandine di raso con il fiocchetto, gonna a pieghe che gli sfiorava a malapena le cosce, calze nere agganciate ai reggicalze e i tacchi a spillo che lo facevano ondeggiare a ogni passo. Il cazzo gli premeva già duro contro il raso umido. Si era guardato di sfuggita nelle teche scure e aveva mormorato a se stesso: «Sono sua. Sono la sua sissy.»

Quando Priya entrò, chiudendo la porta a vetri con un click deliberato ma lasciando uno spiraglio di un paio di centimetri, Marco sentì le ginocchia indebolirsi. Lei indossava un abito lungo nero che le scendeva sulle curve, scollatura profonda che lasciava vedere il seno pieno e, più in basso, il contorno evidente del cazzo semi-eretto. In mano teneva una borsa di velluto.

«Eccoti qui, deliziosa», disse con voce calda, avanzando. «Hai aspettato come una brava ragazza. Togliti la gonna. Voglio vederti camminare.»

Marco obbedì, le dita tremanti. La gonna cadde a terra. Restò in corsetto, mutandine, calze e tacchi. Priya lo girò su se stesso, lo fece percorrere il perimetro della sala: davanti ai sarcofagi, tra le stele di pietra, sotto gli occhi di smalto delle divinità. I tacchi cliccavano sul marmo. A ogni passo il culo di Marco ondeggia va, le guance di seta che si stringevano e si aprivano. Il cazzo di lui guizzava dentro il raso, lasciando una macchia umida.

«Più lenta», ordinò Priya. «Fai swingare quel culo. Sì… così. Sei uno spettacolo. Tutti dovrebbero vederti così: una sissy perfetta che si offre tra i morti.»

Marco gemette, le guance in fiamme. Continuò a camminare finché le cosce gli bruciarono. Priya lo fermò accanto al grande sarcofago centrale, aprì la borsa e tirò fuori un collare di cuoio nero con una piccola campanella d’argento e un plug di giada liscia, verdissima, a forma di scarabeo stilizzato.

«Questo l’ho ripulito io», sussurrò. «Ora è nostro.» Gli allacciò il collare intorno al collo, stretto abbastanza da fargli sentire la pressione a ogni deglutizione. La campanella tintinnò. Poi lo piegò in avanti sul coperchio di pietra, gli scostò le mutandine e gli massaggiò l’ingresso già ancora un po’ aperto dalla notte precedente. «Respira. Voglio che lo prenda tutto.»

Sputò abbondante, unse il plug e lo spinse dentro centimetro dopo centimetro. Marco gridò di piacere, il freddo liscio della giada che lo riempiva, lo stirava, gli premeva sulla prostata. Priya lo ruotò piano, lo fece entrare fino alla base, poi lo lasciò lì. «Cammina di nuovo. Con questo dentro.»

Marco si rialzò tremante. Ogni passo faceva muovere il plug, lo faceva pulsar e. La campanella suonava dolce a ogni oscillazione. Priya lo seguiva, una mano sul suo culo, le dita che premevano sul fondo del plug per spingerlo più a fondo ogni tanto. «Senti come ti apre? Sei già gocciolante. Il tuo cazzo vuole scoppiare, vero?»

«Sì… cazzo sì…», ansimò Marco. «Mi fa impazzire. Voglio il tuo cazzo. Voglio che mi scopi con questo dentro.»

Priya sorrise, ferina. Lo condusse di nuovo al sarcofago, lo fece salire a cavalcioni sul bordo, schiena contro i geroglifici freddi. Si alzò l’abito, liberò il cazzo grosso e gonfio, già lucido di precome. Si spalmò saliva e si posò all’ingresso di Marco, accanto al plug. «Lo vuoi entrambi? Dimmi.»

«Lo voglio. Riempimi. Scopami come la tua puttana di seta.»

Lei spinse. Il glande aprì Marco insieme al plug già alloggiato, stirando i muscoli al limite del piacere-dolore. Marco urlò, le unghie che grattavano la pietra. Priya entrò piano ma senza pietà, fino in fondo, i fianchi che battevano contro le cosce di seta. Il plug e il cazzo si muovevano insieme, premevano, strofinavano la prostata in un ritmo impossibile. Priya lo scopò con colpi lunghi e profondi, una mano sul collare che lo teneva fermo, l’altra che gli strofinava il cazzo attraverso il raso bagnato.

«Guarda come ti prendi tutto», ringhiò. «Che buco affamato. La mia sissy del museo. Vuoi che ti sborra dentro mentre cammini ancora?»

«Sì… dentro… ti prego… più forte…»

I colpi diventarono più veloci, brutali. Il sarcofago scricchiolò sotto di loro. Le calze di Marco scricchiolarono contro la pietra. La saliva gli colava dal mento. Priya si chinò e lo baciò con fame, lingua che invaseva, mentre continuava a spingere. Poi lo fece scendere, lo girò a quattro zampe sul pavimento di marmo freddo, davanti a una teca illuminata di emergenza. Si mise dietro di lui, rientrò d’un colpo solo, e ricominciò a martellarlo. Una mano gli tirava i capelli, l’altra gli sculacciava le chiappe fasciate di seta finché la pelle arrossò.

«Cammina», ordinò di nuovo, estraendosi solo per un momento. «Con la mia sborra che ti cola e il plug ancora dentro.»

Marco si alzò sulle gambe di gelatina. Priya gli sborrò addosso prima, getti caldi che gli rigarono la schiena, il corsetto, le calze. Poi lo rimise in piedi e lo fece camminare di nuovo per la sala: passi lenti, campanella che tintinnava, plug che si muoveva a ogni passo, sborra che gli scendeva lungo le cosce di seta e gli gocciolava fino ai tacchi. Priya lo osservava seduta sul bordo del sarcofago, accarezzandosi il cazzo ancora duro.

«Vieni qui e succhiami pulito», disse. Marco si inginocchiò tra le sue gambe aperte, le ginocchia che scivolavano sul marmo, e gli prese il cazzo in bocca. Assaporò il sapore di sé stesso e di lei mescolati, leccò fino alle palle, ingoiò profondamente finché gli occhi lacrimarono. Priya gli tenne la testa, spingendo piano nella gola. «Brava ragazza. Sei nata per questo. Per indossare queste cose e pren dere cazzo tra i morti.»

Dopo lo sollevò, lo fece sdraiare sul coperchio del sarcofago a pancia in su, gambe divaricate all’aria, tacchi che pendevano. Priya gli risalì sopra, gli infilò di nuovo il cazzo accanto al plug e ricominciò a scoparlo dall’alto, petto contro petto, seni che premevano contro il corsetto di Marco. Si baciarono umidi, affamati. Le mani di Priya gli accarezzarono il volto, gli allentarono un laccio del corsetto solo per stringerlo di nuovo più forte. «Vieni per me. Vieni mentre ti uso. Mostrami quanto ti piace essere mia.»

Marco non resistette. Il cazzo gli esplose tra i loro corpi, getti caldi che macchiarono il raso e la pelle di Priya. Lei continuò a spingere attraverso le contrazioni, gemendo il nome di lui e chiamandolo «sissy», «bella», «mia». Quando venne di nuovo, lo fece profondo, riempiendolo finché la sborra uscì intorno al cazzo e al plug, colando sulle pietre antiche.

Rimasero aggrappati, ansimanti. Priya gli leccò il collo sotto il collare, gli sistemò una calza storta, gli baciò le labbra gonfie. «Non basta ancora. Domani porto le manette di seta e un vibra tore che ho tenuto nascosto. Voglio legarti a questo sarcofago e lasciarti qui un’ora mentre cammino per le altre sale… e poi tornare e prenderti di nuovo. La porta resterà socchiusa. Qualcuno potrebbe passare. Qualcuno potrebbe sentire i tuoi gemiti e vedere le tue calze lucide. Solo se lo vuoi.»

Marco, collare ancora al collo, plug ancora conficcato, sborra che gli colava dalle cosce e dalla bocca, alzò lo sguardo lucido. La voce gli uscì roca, piena di bisogno. «Lo voglio. Lascia la porta. Usami. Fammi essere solo questo, qui, per te. Non ho finito di darti tutto.»

Priya gli sorrise, occhi scuri di promessa, e gli diede un ultimo bacio lento mentre la campanella tintinnava nel silenzio del museo. La notte successiva era già un fuoco che bruciava tra le loro gambe.

La terza notte l’aria nella sala egizia era più densa, carica di cera sciolta e dell’odore acre del sudore rimasto imprigionato tra le pietre. Marco era già lì da mezz’ora, legato solo dal desiderio. Aveva indossato tutto da solo: il corsetto rosa stretto fino a tagliargli il respiro, le mutandine di raso già umide sul cazzo duro, le calze nere tese sui reggicalze, i tacchi a spillo e il collare con la campanella che tintinnava a ogni respiro. Il plug di giada era ancora dentro di lui dalla sera prima, lo sentiva muoversi a ogni piccolo spostamento, premergli la prostata come un ricordo vivo. Si era messo in ginocchio davanti al sarcofago centrale, schiena dritta, culo offerto, e aspettava.

Quando la porta a vetri scricchiolò, lasciando uno spiraglio più largo del solito, il cuore di Marco gli salì in gola. Priya entrò con l’abito nero che le scivolava sulle curve, il seno pieno che si muoveva a ogni passo, il cazzo già semi-eretto che tendeva il tessuto. Nella mano teneva una borsa di seta nera. Sorrise vedendolo così.

«Brava ragazza. Sei già pronta. Alzati.»

Marco obbedì, le gambe tremanti. Priya lo girò, gli accarezzò il culo fasciato di seta, spinse il fondo del plug con due dita finché lui gemé. Poi aprì la borsa. Tirò fuori manette di seta nera, morbide ma resistenti, e un vibratore sottile di giada verde, lo stesso colore del plug, con una base a scarabeo. «Queste te le metto io. Voglio legarti qui e farti sentire tutto.»

Lo fece salire a cavalcioni sul coperchio del sarcofago, schiena contro i geroglifici freddi. Gli allacciò i polsi alle anse scolpite ai lati della pietra, le manette di seta che stringevano giusto abbastanza da fargli sentire l’impotenza dolce. Marco tirò, sentì la resistenza, e il cazzo gli pulsò più forte contro il raso. Priya gli scostò le mutandine, gli leccò il buco già aperto intorno al plug, lingua calda che girava, saliva che colava. Poi spinse il vibratore accanto al plug, centimetro dopo centimetro, fino a che entrambi lo riempirono del tutto. Accese la vibrazione bassa. Marco urlò, il corpo che si inarcò, i tacchi che grattarono la pietra.

«Senti? Due cose dentro di te. E io ancora fuori.» Priya si alzò l’abito, liberò il cazzo grosso e gonfio, già lucido. Si mise in piedi sul bordo del sarcofago, glielo portò alla bocca. «Succhia mentre vibra. Voglio vederti bere prima che ti scopi.»

Marco aprì le labbra. Il glande caldissimo gli riempì la bocca, sapore salato e muschiato. Succhiò a fondo, lingua che girava, gola che si apriva mentre il vibratore e il plug gli massaggiavano la prostata senza pietà. La campanella tintinnava a ogni movimento della testa. Priya gli teneva i capelli, spingeva piano ma deciso, gemendo basso. «Così… brava sissy… prendilo tutto. Sei nata per avere la bocca piena e il culo pieno tra questi morti.»

Dopo un minuto lo lasciò, saliva che gli filava dal mento fino al corsetto. Scese, si mise tra le sue gambe divaricate, spinse il cazzo accanto al plug e al vibratore. L’ingresso di Marco si aprì al limite, bruciore delizioso che diventò piacere bianco. Priya entrò fino alle palle con un solo affondo lungo. Marco gridò, polsi che tiravano le manette di seta, culo che si contraeva intorno a tutto quel volume. Lei iniziò a scoparlo duro, bacino che sbatteva, palle che picchiavano contro le calze lucide. Ogni colpo faceva vibrare il giocattolo più forte contro la prostata. Una mano di Priya gli strofinava il cazzo attraverso il raso bagnato, l’altra gli teneva il collare.

«Guarda come ti prendi tre cose», ringhiò contro la sua bocca. «Il mio cazzo, il plug, il vibratore. Sei una puttana di seta perfetta. Dimmi che lo vuoi più forte.»

«Più forte… scopami… riempimi… sono tua…» ansimò Marco, occhi pieni di lacrime di piacere. I colpi diventarono brutali, il sarcofago che scricchiolava, la porta socchiusa che lasciava filtrare correnti d’aria fredda. Priya lo baciò affamata, denti che mordevano il labbro inferiore, lingua che invadeva mentre martellava. Poi lo liberò un attimo dalle manette solo per girarlo a pancia in giù, riattaccarlo, e rientrare da dietro con un colpo solo. Lo sculacciò a palmi aperti sulle chiappe di seta finché arrossarono, ogni schiaffo che faceva muovere il plug e il vibratore.

«Cammina», ordinò all’improvviso, spegnendo solo per un secondo il vibratore ed estraendosi. Sciolse le manette. «Con tutto dentro e la mia sborra che ti cola già.» Si accarezzò il cazzo e sborrò a getti caldi sulla schiena di Marco, sul corsetto, sulle calze. La sborra bianca scendeva lenta. «Adesso muoviti. Tutta la sala.»

Marco si alzò sulle gambe di gelatina. Ogni passo faceva danzare il plug e il vibratore (riacceso al minimo), faceva tintinnare la campanella, faceva scivolare la sborra lungo le cosce di seta fino ai tacchi. Camminò davanti alle stele, sotto gli occhi di smalto delle divinità, davanti alle teche. Il culo ondeggia va, il cazzo gocciolava precome sul raso. Priya lo seguiva, una mano che di tanto in tanto premeva il fondo dei giocattoli per spingerli più a fondo. «Più lenta. Fai swingare quel culo pieno. Sì… così. Immagina se qualcuno entrasse adesso e ti vedesse: una sissy col collare, piena di cazzo e di giada, che cammina per i morti.»

Marco gemé, le guance in fiamme, il bisogno che gli bruciava il ventre. «Voglio che mi usi di nuovo… ti prego… legami e scopami finché non posso più camminare.»

Priya lo riportò al sarcofago, lo legò di nuovo a pancia in su, gambe divaricate all’aria, tacchi che pendevano. Gli risalì sopra, seni che premevano contro il corsetto, cazzo che rientrava accanto a tutto il resto. Lo scopò dall’alto con colpi profondi e rotondi, petto contro petto, baci umidi e affamati. Le mani di lei gli accarezzavano il viso, gli stringevano il collare, gli massaggiavano il cazzo imprigionato. «Vieni per me. Vieni mentre ti riempio. Mostrami quanto sei mia.»

L’orgasmo di Marco esplose violento: getti caldi che schizzarono tra i loro corpi, macchiando il raso, la pelle di Priya, i geroglifici. Lui gridò il nome di lei, corpo che si contraeva intorno al cazzo, al plug, al vibratore. Priya non si fermò. Continuò a spingere attraverso le spasmi, più veloce, più dura, finché venne di nuovo, profondo, sborra calda che riempì Marco finché colò fuori intorno a tutto, scese sulle pietre antiche, si mescolò a quella di lui. Tremavano entrambi, ansimanti, sudati. Priya spense il vibratore, lo estrasse piano insieme al plug, lo baciò teneramente sulle labbra gonfie, gli leccò il collo sotto il collare, gli sistemò una calza storta.

Lo liberò dalle manette di seta, lo aiutò a scendere, lo tenne contro di sé mentre le gambe di lui cedevano. Gli riaggiustò le mutandine, lisciò il corsetto, gli accarezzò i capelli. «Sei stupenda. Hai dato tutto. Sei la mia sissy perfetta, qui, tra questi sarcofagi.»

Marco, ancora tremante, collare al collo, sborra che gli colava dalle cosce e dalla bocca, alzò lo sguardo lucido e annuì, voce roca. «Non voglio che finisca. Voglio tornare ogni notte. Sono tua.»

Priya gli sorrise, lo baciò lento un’ultima volta, la campanella che tintinnò nel silenzio. Poi lo aiutò a rialzarsi del tutto, gli porse un fazzoletto per pulirsi appena, e lo accompagnò verso la porta socchiusa. Fuori, nel corridoio buio, non c’era nessuno. Lei chiuse quasi del tutto, lasciando solo un soffio d’aria.

Mentre Marco, ancora vestito da sissy sotto il cappotto lungo che aveva portato, usciva barcollando verso l’uscita di servizio con il sapore di lei in bocca e il culo che pulsava vuoto e pieno allo stesso tempo, Priya restò un attimo sola nella sala. Sapeva una cosa che lui non sapeva: il giorno dopo, all’alba, avrebbero sigillato definitivamente quella sala egizia per un restauro di sei mesi. I sarcofagi sarebbero stati spostati in deposito chiuso. Quella era stata l’ultima notte possibile. Non glielo aveva detto. Aveva voluto prenderlo fino all’ultimo respiro, lasciarlo con la promessa di «domani» bruciata tra le gambe, mentre lei già sapeva che il fuoco si sarebbe spento con le luci di emergenza all’alba.

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