Sotto il Tendone con il Coinquilino Nero
Giulia cede al coinquilino nero sotto il tendone.
Sono Giulia, ho ventiquattro anni e da quasi un anno vivo in un appartamento al quarto piano di un palazzo scrostato nel quartiere San Lorenzo, a Roma. Condivido lo spazio con Jamal, ventisei anni, nero, alto, spalle larghe e un fisico che sembra scolpito a colpi di palestra e di sole. All’inizio era solo un coinquilino: politezza, divisioni delle bollette, chi lava i piatti. Poi è arrivata l’estate, quel caldo umido che s’infila sotto la pelle e non ti lascia scampo, e tutto è cambiato.
Il terrazzo è la nostra salvezza. C’è un grande tendone beige che filtra la luce e crea un’ombra densa, quasi intima. Sotto quel tessuto, con i ventilatori che ronzano e le bottiglie di birra che sudano sui tavolini di plastica, abbiamo iniziato a spogliarci della vergogna. Io giro in shorts cortissimi e reggiseno sportivo, i capelli chiari raccolti in una coda scompigliata, la pelle bianca lucida di crema solare e di sudore. Lui indossa solo pantaloncini leggeri, a volte neri, a volte grigi, che scendono bassi sui fianchi e lasciano vedere la linea a V dell’addome, i pettorali squarciati, le braccia venate. Quando si siede, il tessuto si tira sulla coscia e io devo fare uno sforzo per non fissarlo.
I primi giorni mi limitavo a sguardi rubati. Poi i sguardi si sono fatti più lunghi, più consapevoli. Un pomeriggio mi ha detto, ridendo mentre si asciugava il collo con un asciugamano: «Cazzo, Giulia, con quel culo così bianco al sole sembri una pubblicità proibita.» Io ho arrossito, ma non mi sono tirata indietro. «E tu con quel petto sembri uscito da un film porno americano,» ho risposto, e la risata ci ha uniti come un patto. Da allora i complimenti sono diventati moneta corrente. «Stai gonfio oggi.» «Quei shorts ti mangiano il culo.» «Se continui a girare così mezzo nudo non rispondo più di me.» Parole leggere, toni scherzosi, ma sotto c’era fame. La sentivo tra le gambe ogni volta che si chinava a raccogliere una lattina e i muscoli della schiena si disegnavano sotto la pelle scura. La sentivo quando io mi sporgevo a prendere il ghiaccio e sapevo che lui stava guardando la curva delle mie tette che spingevano contro la stoffa sudata.
Le notti erano peggio. Il caldo non scendeva mai del tutto. Restavamo sotto il tendone fino a tardi, le caviglie incrociate, le bottiglie che si svuotavano, le luci della città che tremolavano oltre il parapetto. Parlavamo di tutto e di niente, ma i silenzi erano pieni di corpi. Una volta mi sono alzata per andare in bagno e al ritorno l’ho trovato con la mano abbandonata sul basso ventre, le dita che sfioravano quasi la riga del tessuto. Non ha tolto la mano subito. Mi ha guardata e ha sorriso, lento, come a dire: so che hai visto, e so che ti piace. Io ho sentito il calore salirmi tra le cosce e mi sono seduta più vicina del solito.
Questa sera è diversa. Il caldo è afoso, il cielo ancora chiaro di un arancio sporco. Abbiamo messo le birre nel secchiello del ghiaccio, ci siamo sistemati sulle sdraio, e il tendone ci chiude in una bolla di ombra e di odore di crema e di pelle. Jamal ha i pantaloncini grigi che aderiscono, e quando si siede allarga le gambe senza pudore. Io ho un top bianco sottile, i capezzoli già duri per il contrasto dell’aria del ventilatore sulla pelle umida, e un pantaloncino di cotone che mi risale ogni volta che mi muovo.
Beviamo in silenzio per un pezzo. Poi lui posa la bottiglia, si gira verso di me e mi guarda dritto negli occhi. La luce dorata gli fa brillare le iridi scure.
«Devo dirtelo, Giulia. Me lo tengo dentro da settimane e sto impazzendo.»
Il cuore mi fa un balzo. «Dimmi.»
«Il tuo culo. Bianco, tondo, che si muove quando cammini… cazzo, mi piace da morire. Quando ti pieghi per raccogliere qualcosa penso solo a metterci le mani sopra, a spalancarlo, a spingere la faccia in mezzo. Non è uno scherzo. È una fissa.»
La voce è bassa, roca. Non ride. Io sento il fiato bloccarsi e poi uscire in un sospiro che sa di resa. Il sudore mi cola tra i seni. Le cosce si stringono da sole.
«Anche io,» dico, e la confessione mi esce prima ancora che io possa addolcirla. «Da settimane fantasticavo sul tuo cazzo. Sul fatto che sia grosso, nero, pesante… Immagino come ti si tende nei pantaloncini quando mi guardi. Immagino di toccarlo, di pesarlo in mano, di sentirlo caldo contro la mia pelle chiara. Di ingoiarlo. Di sentirlo spingere dentro di me fino in fondo. Non riesco più a masturbarmi senza pensarci.»
Lui emette un suono grosso, quasi un ringhio soffocato. «Gesù, Giulia.»
Ci alziamo nello stesso istante, ridendo per la tensione che ci scuote, ridendo perché è assurdo e bellissimo e inevitabile. Ci avviciniamo. Il ventilatore ci scompiglia i capelli. Sotto il tendone l’aria è densa, profumata di birra e di desiderio. La mia mano trova il suo petto: pelle scura, calda, umida, i capezzoli duri sotto le dita. La sua mano scende sulla mia schiena, scivola sotto il bordo del pantaloncino e afferra una chiappa intera, le dita che sprofondano nella carne morbida.
«Cazzo, è ancora più bello di come lo immaginavo,» mormora contro il mio orecchio. «Morbido. Bianco. Tutto mio stasera, se vuoi.»
«Lo voglio,» rispondo, e la voce mi trema di eccitazione. «Lo voglio da morire. Entrambi lo vogliamo. Lasciamoci andare. Niente più scherzi, niente più sguardi da lontano.»
Le sue labbra mi sfiorano la tempia, poi la guancia, poi l’angolo della bocca. Non è ancora un bacio pieno: è una promessa. Le mie dita scendono lungo i suoi addominali, contano i muscoli, arrivano al bordo dei pantaloncini. Sento il calore del suo cazzo già duro che preme contro il tessuto. Grosso, sì. Lungo. La forma si disegna chiara e il mio ventre si contrae di fame.
Lui mi tira contro di sé. Il suo petto contro i miei seni, il suo bacino contro il mio. Sento il sudore mescolarsi. La mano che mi tiene il culo mi apre leggermente le chiappe e un dito sfiora la riga del cotone, proprio lì dove sono già bagnata. Un brivido mi attraversa la schiena.
«Sei già umida,» dice, e c’è meraviglia e orgoglio nella voce. «Per me. Per questo cazzo nero che ti fa impazzire.»
«Sì,» ammetto senza vergogna. «Da quando ti ho visto la prima volta in mutande uscendo dalla doccia non ho più smesso di pensarci. Voglio vederlo. Voglio toccarlo. Voglio che tu mi fotti sotto questo tendone finché non grido.»
Lui ride basso, la fronte contro la mia. «Allora lo facciamo. Consapevolmente. Perché entrambi ci stiamo a morire dietro da troppo tempo.»
Le mani iniziano a esplorare con più coraggio. La mia scivola dentro i suoi pantaloncini, trova la base calda e spessa del suo cazzo, lo circonda con le dita e sente le vene, il calore, il peso. Lui soffia una parolaccia e mi stringe più forte. Con l’altra mano mi solleva il top e lascia liberi i seni: la bocca gli scende sul capezzolo destro, lo succhia, lo morde piano, mentre le dita dell’altra mano mi tirano giù il pantaloncino abbastanza da poter affondare due dita tra le mie labbra bagnate.
«Aperto e pronto,» mormora contro la mia pelle. «Il tuo figa bianca che gocciola per me.»
Io gli do un colpetto al polso per farlo fermare un attimo, non perché voglia smettere, ma perché voglio guardarlo. Abbasso i suoi pantaloncini. Il cazzo salta fuori, scuro, grosso, la testa lucida di liquido, le palle pesanti. La mia mano bianca lo stringe e il contrasto mi fa venire l’acquolina: dita chiare attorno a quella carne nera e dura. Lo potrei guardare per ore. Lo potrei leccare per ore.
«Dio, Jamal… è ancora più grosso di come lo sognavo.»
«Ed è tutto tuo stasera,» risponde. Mi gira piano, mi fa piegare appena in avanti contro il bordo della sdraio. Le sue mani mi aprono il culo, i pollici che scostano le chiappe, e sento il suo sguardo su di me, caldo come un tocco. «Guardati. Bianca, aperta, che aspetta solo di essere riempita.»
Mi volta di nuovo verso di lui. Ci baciamo finalmente, a fondo, lingue che si cercano, denti che sfiorano labbra. Le mani non stanno ferme: la mia pompa il suo cazzo lento, la sua mi ditalinea con due dita che entrano facili e fanno un suono obscene. Il tendone ci ripara dagli sguardi del mondo. Solo noi, il caldo, il rumore lontano del traffico e i nostri respiri sempre più corti.
Ci spostiamo verso il muretto basso del terrazzo, ancora coperti dall’ombra del tessuto. Lui si siede sulla sdraio più larga e mi tira a cavalcioni sulle cosce. Il suo cazzo preme contro la mia figa nuda, scivola tra le labbra bagnate senza entrare ancora, solo a sfregare, a cospargersi dei miei succhi. Io mi dondolo su di lui, le mani sui suoi spalloni, i seni nel suo viso. Lui li prende a baci, a morsi leggeri, mentre mi tiene i fianchi e mi guida contro la sua lunghezza.
«Non ancora dentro,» dico ansimando, anche se il corpo urla il contrario. «Voglio assaporare ogni secondo. Voglio che mi dici quanto ti piaccio mentre mi tocchi.»
«Mi piaci da impazzire,» ringhia. «Il tuo culo bianco sotto le mie mani scure. La tua figa che mi bagna il cazzo. Quei capezzoli rosa che voglio succhiare finché non ti viene solo per questo. Voglio spingerti contro il parapetto e fotterti da dietro guardando Roma, voglio che mi cavalchi finché non sborri sul mio petto, voglio venire dentro di te e vederti colare.»
Le sue parole mi mandano in tilt. Mi alzo appena, prendo il suo cazzo in mano e lo posiziono contro l’ingresso. La testa grossa preme, allarga, e io scendo di un centimetro, due, sentendo lo stretch dolce e bruciante. Mi fermo lì, tremante, piena solo in parte, gli occhi chiusi, il respiro spezzato.
«Più giù,» mi incoraggia lui, le mani che mi stringono le chiappe e mi spingono piano. «Prendilo tutto. Sei bagnata da farlo scivolare. Cazzo, sei stretta…»
Scendo ancora. Il suo cazzo nero scompare centimetro dopo centimetro nella mia figa bianca, e il contrasto visivo quando apro gli occhi e guardo in basso mi fa gemere ad alta voce. Sono piena. Stretta attorno a lui. Il pube mi sfiora il suo. Rimaniamo immobili un secondo, uniti, sudati, ansimanti, le fronti appoggiate.
Poi inizio a muovermi. Lente ondulazioni all’inizio, poi più profonde. Lui mi tiene e spinge dal basso, incontrandomi. Ogni spinta mi manda una scossa al basso ventre. Il suono delle nostre pelli che sbattono è umido, osceno, perfetto. Il tendone ondeggia leggermente nella brezza, e io penso che chiunque dal palazzo di fronte potrebbe intuire, ma non mi importa. Voglio solo questo: il suo cazzo che mi allarga, le sue mani scure sul mio culo chiaro, la sua bocca sui miei seni, le parolacce che mi soffia contro il collo.
«Più forte,» chiedo. «Usami. Ho fantasticato troppo a lungo per andare piano adesso.»
Lui grugnisce assenso, si alza tenendomi ancora impalata, mi porta contro il muretto. I piedi mi trovano un appoggio precario, le braccia gli si avvolgono al collo. Lui inizia a scoparmi sul serio: spinte lunghe e profonde, il cazzo che esce quasi tutto e rientra fino in fondo, le palle che sbattono contro di me. Io gemo senza freni, la testa rovesciata, i capelli chiari appiccicati alla fronte. Una sua mano scende a strofinarmi il clitoride in cerchi rapidi. L’altra mi tiene una chiappa aperta per spingere ancora più a fondo.
«Guarda come ti prendi il cazzo nero,» dice tra i denti. «Tutta bianca e aperta e che lo chiedi. Dimmi che lo volevi.»
«Lo volevo,» ansimo. «Lo voglio. Il tuo grosso cazzo nero nella mia figa. Non smettere. Non fermarti.»
Il piacere sale a ondate. Sento l’orgasmo costruirsi basso, caldo, inevitabile. Ma non voglio venire ancora: voglio prolungare, voglio assaporare ogni spinta, ogni parola, ogni contrasto di pelle. Mi stacco un attimo, gli scivolo giù in ginocchio sul pavimento caldo del terrazzo, e gli prendo il cazzo in bocca. Sa di me, sa di lui, è scivoloso e pesante sulla lingua. Lo succhio a fondo, le labbra strette, una mano a massaggiargli le palle, l’altra a tenermi i capelli indietro. Lui guarda dall’alto, le dita intrecciate nei miei capelli chiari, e geme il mio nome.
«Cazzo, Giulia… quella bocca…»
Lo leccio dalla base alla punta, lo spingo contro la guancia, lo guardo mentre collo dentro e fuori dalle mie labbra. Poi mi alzo di nuovo, gli volgo le spalle, mi piego in avanti aggrappandomi alla sdraio e apro le gambe. «Da dietro. Adesso. Voglio sentirlo fino in gola.»
Lui non se lo fa ripetere. Il cazzo mi trova al primo colpo e mi riempie di nuovo. Le spinte da questa posizione sono ancora più profonde, più brutali nel modo migliore. Le sue mani mi tengono i fianchi, poi scivolano avanti a prendermi i seni, a pizzicarmi i capezzoli. Il suono della carne contro la carne riempie lo spazio sotto il tendone. Io spingo indietro incontro a lui, chiedendo di più, sempre di più.
Il caldo ci fa scivolare l’uno sull’altra. Il sudore cola lungo la mia schiena e lui lo lecca via. Mi dice cose sporche, mi racconta quanto ha rincoglionito a guardarmi in cucina in mutandine, quanto si è segato pensando al mio culo. Io gli rispondo che ho venuto più volte col vibratore immaginando le sue mani scure che mi tenevano ferma mentre mi sfondava.
Siamo in un loop di piacere che non vuole finire. Lui mi tira su, mi fa sedere di nuovo a cavalcioni, faccia a faccia. Ci baciamo mentre mi scopa dal basso. Le nostre mani si esplorano ovunque: dita nel culo, dita in bocca, unghie sulla schiena. Il suo cazzo batte un punto dentro di me che mi fa vedere stelle. Sento che potrei venire da un momento all’altro, e lo stesso vale per lui: i suoi colpi diventano più irregolari, più urgenti.
Ma non cadiamo ancora. Ci freniamo sull’orlo, ridendo ansimanti, la fronte sudata contro la fronte. Ci guardiamo negli occhi e sappiamo che questa è solo l’apertura. Che sotto questo tendone, con Roma che brilla intorno, abbiamo appena cominciato a strapparci i vestiti e le bugie.
Jamal mi solleva ancora, il cazzo ancora duro e lucido che esce da me con un suono bagnato, e mi adagia sulla sdraio più grande. Si mette in ginocchio tra le mie gambe aperte, mi guarda da lì in basso, la faccia tra le mie cosce chiare, e sorride con una fame che mi fa tremare di nuovo.
«Adesso ti leccio finché non tremi,» dice. «Poi ti foto di nuovo. E di nuovo. Finché non mi supplichi di venire. E anche allora non ho finito con te.»
Le sue mani mi aprono le cosce. Il respiro caldo mi sfiora la figa pulsante. Io affondo le dita nei suoi capelli ricci e lo tiro verso di me, il cuore che batte come un tamburo, il corpo già teso verso il prossimo picco che ancora non arriva.
Sotto il tendone il caldo non è più solo aria: è pelle, è sudore, è il sapore del suo cazzo sulla mia lingua e il ricordo di come mi ha riempita. E sappiamo entrambi che la notte è lunga, che le birre si scaldano dimenticate, e che quello che abbiamo appena scatenato non si ferma qui.
Sono già nuda sotto il tendone, ma Jamal mi spoglia comunque con una lentezza cerimoniale, come se togliesse gli ultimi veli di resistenza. Mi solleva appena i fianchi, scivola via il pantaloncino che mi pendeva da una caviglia e lo lancia da parte. Poi le dita scure mi sfilano il top sudato dalla testa, e resto completamente esposta: seni bianchi con i capezzoli rosa turgidi, la figa lucida dei suoi baci precedenti, le cosce che tremano. Mi osserva da capo a piedi mentre il ventilatore gli muove i ricci, e io sento il mio cuore martellare contro le costole.
«In ginocchio, Giulia,» ordina con voce roca. «Voglio vederti succhiarmi questo cazzo nero grosso e spesso.»
Mi faccio scivolare dalla sdraio sul pavimento caldo del terrazzo. Le ginocchia mi bruciano un po’ sul cemento ruvido, ma non me ne frega niente. Lui è in piedi davanti a me, i pantaloncini già a metà coscia; glieli tiro giù del tutto e il suo cazzo salta fuori pesante, scuro come la notte, venoso, la testa gonfia e lucida di precome e dei miei succhi. Lo prendo con entrambe le mani bianche: il contrasto mi fa venire l’acquolina in bocca. Lo annuso, ci passo la lingua dalla base alle palle pesanti, poi lo avvolgo con le labbra e lo spingo dentro finché non mi sfiora la gola.
«Cazzo sì… così,» geme lui, le dita intrecciate nei miei capelli chiari. «Guarda come ti stai prendendo tutto. Bocca da puttana bianca sul mio cazzo nero.»
Succhio con fame, le guance cave, la lingua che preme contro la vena spessa sul lato. Sputo un filo di saliva e lo lascio scorrere lungo l’asta mentre lo pompo con la mano. Lui spinge piano i fianchi, non troppo, rispettando il mio ritmo, ma io voglio di più. Mi apro la gola e lo prendo fino in fondo, gli occhi che lacrimano, il naso schiacciato contro il suo pube. Quando tiro indietro un filo di bava mi collega le labbra alla sua punta. «È così grosso… lo sento pulsare sulla lingua,» confesso ansimando. «Voglio che mi sborri in gola dopo, ma prima fottemi.»
Mi solleva come se non pesassi niente. Mi gira, mi spinge contro il parapetto basso del terrazzo. Le mani scure mi aprono le chiappe, mi spalmando i pollici sulla figa bagnata. «In piedi. Guarda Roma mentre ti prendo da dietro.»
Il suo cazzo mi trova all’ingresso e spinge tutto d’un colpo. Un grido mi esce dalla gola: è profondo, mi allarga fino a bruciare dolcemente, mi riempie come non ho mai immaginato. Mi stringe i fianchi con forza, le dita che affondano nella carne bianca, e inizia a scoparmi forte. Colpi lunghi, secchi, che fanno sbattere le mie tette contro il muretto. Ogni spinta mi manda un’onda di piacere fino alla nuca. Il tendone ondeggia sopra di noi, le luci della città tremolano, e io mi aggrappo al parapetto gemendo il suo nome.
«Più forte, Jamal… sfondami. Voglio sentirlo fino allo stomaco.»
Lui accelera. Il suono umido della carne che sbatte riempie l’aria afosa. Una mano mi scivola davanti e mi strofina il clitoride a cerchi rapidi mentre continua a martellarmi da dietro. «Guarda come ti stai aprendo per me. Figa bianca che ingoia il cazzo nero fino alle palle. Sei la mia troia stasera, vero?»
«Sì… la tua… solo tua,» ansimo. Il piacere sale veloce, ma lui non mi lascia venire ancora. Mi tira indietro, mi bacia il collo, mi morde una spalla, poi mi spinge di nuovo contro il muretto e riprende i colpi profondi. Sento le sue palle sbattere contro di me, il sudore che cola dalla sua fronte sulla mia schiena. Dentro di me è tutto pieno, teso, caldo. Penso a quanto l’ho desiderato per settimane, a come mi masturbavo immaginando proprio questa scena: me nuda, lui nero e potente che mi usa sotto il tendone.
Dopo un pezzo mi solleva di peso e mi porta al divanetto di rattan coperto da un cuscino stinto. Mi adagia sulla schiena, mi solleva le gambe e me le appoggia sulle sue spalle larghe. Il suo cazzo è ancora lucido dei miei succhi quando lo riallinea e spinge dentro di nuovo. In questa posizione mi riempie ancora di più: lo sento battere contro il fondo, contro quel punto che mi fa vedere stelle. Inizia a scoparmi con colpi intensi e regolari, le mani che mi tengono le cosce aperte, gli occhi scuri fissi sulla mia figa che lo ingoia.
«Dio, sei stretta… mi stringi come una morsa,» ringhia. «Guarda il contrasto. Bianca e nera. Perfetto.»
Io gemo senza freno, le unghie che gli graffiano i pettorali. «Cavalcami… voglio stare sopra.»
Lui si siede sul divanetto e mi tira a cavalcioni. Mi impalo da sola sul suo cazzo nero, scendo lentamente fino a sentire le palle contro il culo, poi inizio a dondolare. Le mani sui suoi spalloni, i seni che gli sbattono contro il viso. Lui mi succhia un capezzolo mentre io gli cavalco forte, alzandomi quasi fino a farlo uscire e poi lasciandomi cadere di nuovo. Ogni discesa mi strappa un gemito alto. «Jamal… cazzo, Jamal, è troppo buono…»
Alterniamo. Lui mi ribalta di nuovo in missionaria, gambe sulle spalle, e mi fotte con furia per un pezzo, poi mi fa rimontare e mi lascia prendere il controllo. Io mi muovo come una pazza, il clitoride che sfrega contro il suo pube a ogni ondulazione. Il piacere si accumula a strati. Sento il primo orgasmo arrivare come un treno: parte dal basso ventre, mi contrae la figa a spasmi intorno al suo cazzo, e io grido il suo nome a piena voce. «Jamal! Oh dio, Jamal, vengo… vengo sul tuo cazzo nero!»
Non si ferma. Continua a spingere dal basso mentre io tremo e gocciolo su di lui. Mi bacia la bocca aperta, mi lecca il sudore dal collo. «Ancora. Voglio vederti venire di nuovo. Cavalcami finché non cedi.»
Mi riprendo appena e ricomincio a muovermi. Lui mi tiene i fianchi e mi guida, poi mi stende di nuovo e mi scopà a fondo con le mie caviglie sulle sue spalle. Il secondo orgasmo è ancora più forte: mi scuote intera, mi fa inarcare la schiena, mi fa gridare di nuovo il suo nome finché la voce mi si spezza. «Jamal… Jamal… non smettere…»
Un terzo picco mi prende mentre sono di nuovo sopra di lui, i suoi pollici che mi aprono le labbra della figa per vedere meglio come il suo cazzo scompare dentro di me. Vengo gridando, stringendolo, le lacrime di piacere che mi colano agli angoli degli occhi. Lui continua a muoversi dentro di me, duro come la pietra, i denti stretti, ma non viene ancora. Mi guarda con quella fame che non si è spenta.
Quando crollo sul suo petto, ansimante, piena, le gambe che non reggono più, lui mi accarezza i capelli chiari e mi sussurra all’orecchio: «Non ho ancora finito con te, Giulia. La notte è lunga. Voglio sborrare dentro questa figa bianca e poi ricominciare. Voglio vederti colare e rimettermi dentro finché non ti reggi più in piedi.»
Il suo cazzo è ancora pulsante e duro dentro di me. Fuori dal tendone Roma brilla indifferente. Io sento già il desiderio risalire tra le cosce, nonostante i tremori. So che non abbiamo finito. So che sto per chiedergli di più.
Il suo cazzo è ancora pulsante e duro dentro di me mentre resto accasciata sul suo petto largo, sudata e tremante. Non ho finito. Non abbiamo finito. Mi sollevo appena sulle ginocchia, lo sento scivolare quasi fuori dalla mia figa gonfia e poi mi lascio ricadere tutta d’un pezzo, ingoiandolo fino alle palle. «Ancora,» ansimo contro la sua bocca. «Sfondami di nuovo. Voglio sentirlo battere fino in fondo mentre mi sborri dentro.»
Jamal grugnisce, le mani scure mi afferrano i fianchi e mi sollevano solo per risospingermi giù con forza. Il contrasto è osceno: la mia pelle bianca e lucida di sudore contro i suoi addominali neri e scavati, il mio culo chiaro che sbatte sulle sue cosce muscolose. Cavalco come una pazza, i seni che gli sbattono sul viso, e lui mi prende i capezzoli tra le labbra, li succhia, li morde finché non grido. Ogni discesa mi allarga di nuovo, mi riempie fino a farmi vedere stelle. Dentro di me è caldo, spesso, venoso; lo sento pulsare contro le pareti strette della mia figa e penso solo a quanto cazzo lo volevo, a come mi sono bagnata per settimane immaginando proprio questa carne nera che mi apre.
«Guarda come ti prendi tutto,» ringhia lui, la voce roca. «Figa bianca che si dilata sul mio cazzo grosso. Continua a cavalcarmi così, troia. Voglio vederti colare.»
Mi dondolo più forte, le unghie conficcate nei suoi pettorali. Il clitoride sfrega contro il suo pube a ogni ondulazione e il piacere risale a ondate. Lui spinge dal basso, incontrandomi, e il suono umido delle nostre pelli che sbattono riempie lo spazio sotto il tendone. Roma brilla oltre il parapetto ma non esiste più: esistono solo il suo cazzo che mi martella, le sue dita che mi aprono le chiappe per spingere ancora più a fondo, il sudore che cola tra i miei seni e lui che lo lecca via.
Mi ribalta senza avvertire. Mi stende sulla schiena sul divanetto di rattan, mi solleva le gambe e me le piega contro il petto. Il suo cazzo esce con un suono schiocante, lucido dei miei succhi, e un attimo dopo mi conficca tutto d’un colpo. Grido. È troppo profondo, mi batte contro il fondo, mi allarga fino a bruciare dolcemente. Inizia a scoparmi da vero animale: spinte lunghe, secche, violente nel modo che volevo da sempre. Le palle gli sbattono contro il mio culo, le mani scure mi tengono le cosce spalancate, e io guardo in basso il contrasto perfetto: la mia figa rosa e bagnata che ingoia centimetro dopo centimetro quella carne nera e gonfia.
«Dimmi che lo volevi,» ordina tra i denti, accelerando. «Dimmi che hai sognato di farti riempire così.»
«Lo volevo,» ansimo, la voce spezzata. «Da quando ti ho visto nudo uscendo dalla doccia. Mi sono masturbata ogni notte pensando al tuo cazzo nero che mi sfonda. Più forte. Usami. Sfondami finché non riesco più a camminare.»
Lui obbedisce. I colpi diventano un martellare costante, umido, osceno. Una mano scende e mi strofina il clitoride a cerchi rapidi mentre continua a fottermi. L’orgasmo mi prende di sorpresa: parte dal basso ventre come un’esplosione, mi contrae la figa a spasmi intorno al suo cazzo, e io grido il suo nome a gola spiegata. «Jamal! Cazzo, Jamal, vengo… vengo sul tuo grosso cazzo nero!» I succhi mi colano lungo le chiappe, mi bagno ancora di più, e lui non si ferma. Continua a spingere attraverso le mie contrazioni, allungando il piacere finché non tremo tutta, le lacrime di piacere che mi bruciano gli angoli degli occhi.
Quando le scosse calano appena, mi solleva di peso e mi gira a pecora sul bordo del divanetto. Le ginocchia mi affondano nel cuscino stinto, il culo all’aria. Lui mi apre le chiappe con le due mani e mi guarda. «Guardati. Aperta, rossa, che gocciola. Tutta mia.» Poi mi conficca il cazzo di nuovo da dietro, fino in fondo, e riprende a scoparmi con colpi profondi e regolari. Ogni spinta mi fa avanzare, le tette che penzolano e ballano. Lui mi afferra i capelli chiari, mi tira indietro la testa, e mi parla sporco all’orecchio mentre mi martella.
«Questa figa bianca è fatta per il cazzo nero. La senti come ti allarga? Come ti riempie fino allo stomaco? Stasera ti sborro dentro e ti lascio colare. Vuoi i miei schizzi caldi, vero? Vuoi sentirmi pulsare mentre ti riempio?»
«Sì… sborrami dentro,» supplico, spingendo il culo indietro incontro a ogni colpo. «Riempimi. Voglio i tuoi schizzi caldi che mi spingono in gola. Non tirarlo fuori. Sborrami tutta.»
Il ritmo diventa frenetico. Il tendone ondeggia sopra di noi, il ventilatore ci copre di aria tiepida che non raffredda un cazzo. Io sono un disastro di gemiti e di sudore, la figa che squelcia a ogni penetrazione. Lui mi ditalinea il clitoride mentre mi fotte e un altro orgasmo mi investe, più basso, più lungo, mi fa stringere il cazzo come una morsa. «Jamal… oh dio… ancora…»
Sento le sue spinte diventare irregolari, più urgenti. Le palle gli sbattono pesanti, il respiro gli si spezza. «Sto per venire,» ringhia. «Sto per riempirti. Prendi tutto, Giulia. Prendi i miei schizzi.»
«Dentro… tutto dentro…» urlo.
Un’ultima spinta furiosa e lui esplode. Lo sento pulsare forte, le vene che battono contro le mie pareti, e poi arrivano i potenti schizzi caldi: getti spessi, roventi, che mi colpiscono in fondo e mi riempiono a ondate. Uno, due, tre, quattro… continua a sborrare, spingendo a scatti mentre mi inonda, e io sento il calore spargersi, traboccare, colarmi già lungo le cosce. Geme il mio nome a denti stretti, le dita conficcate nella carne del mio culo, e continua a pompare finché non ha dato tutto. Rimaniamo uniti, lui ancora conficcato fino in fondo, il cazzo che dà gli ultimi sobbalzi mentre gli ultimi schizzi mi riempiono.
Poi mi tira piano contro di sé, ancora impalata, e ci lasciamo scivolare sul divanetto. Le sue braccia muscolose e nere mi avvolgono stretta, il petto ampio contro la mia schiena sudata, mentre recuperiamo il fiato a scatti. Ci giriamo appena, faccia a faccia. I suoi occhi scuri incontrano i miei. Ridiamo, ansimanti, complici, la fronte sudata contro la fronte. Sappiamo entrambi che questa è solo la prima di molte notti bollenti sotto il tendone del nostro terrazzo: le birre dimenticate, Roma che brilla, e noi che ci scoperemo di nuovo e di nuovo finché l’estate non finisce.
Il suo cazzo mollisce piano dentro di me e quando scivola fuori un filo spesso di sborra calda mi cola dalla figa aperta, scende lungo la coscia bianca e mi macchia il cuscino. Me lo raccolgo con due dita, me lo porto alla bocca e lo succhio guardandolo negli occhi mentre gli dico: «La prossima volta me la fai leccare tutta dal pavimento dopo che mi hai sborrato nel culo.»
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