Una notte sola sul treno

Due donne sole in treno, Sofia seduce la vicina e la fa venire intensamente.

5 min read September 01, 2026New

Il treno notturno per Milano scivolava nella penombra dei binari come una lunga bestia addormentata, e lo scompartimento di prima classe era vuoto tranne che per loro due. Sofia sistemò la giacca di lana scura sul gancio, i capelli castani raccolti in una crocchia precisa che lasciava nuda la linea del collo. Aveva trent’anni e l’abitudine di controllare ogni cosa: i report, gli orari, il proprio respiro. Accanto a lei, Lucia teneva un taccuino pieno di schizzi e un collana di perline colorate che tintinnava ogni volta che si muoveva. Ventotto anni, un sorriso storto e le cosce già scoperte dalla gonna corta che non cercava scuse.

Si guardarono. Non fu un’occhiata di circostanza. Sofia notò il rossetto un po’ sbavato sul labbro inferiore di Lucia, la scollatura della camicetta leggera, le dita macchiate d’inchiostro. Lucia fissò la bocca di Sofia, le unghie curate, il modo in cui le gambe si incrociavano con eleganza finta.

«Viaggi spesso di notte?» chiese Lucia, voce bassa, roca di chi ha parlato poco tutto il giorno.

«Quando posso evitarlo, lo faccio. Stanotte no.» Sofia si concesse un mezzo sorriso. «E tu? Artista in fuga?»

«In fuga da una mostra fallita e da un letto troppo vuoto.» Lucia si morse il labbro senza nasconderlo. «A volte penso che i desideri repressi siano l’unica cosa che mi tiene sveglia. Tu?»

Sofia sentì il calore salirle alle guance, ma non distolse lo sguardo. «Li tengo in un cassetto. Poi a volte il cassetto si apre da solo.»

Il silenzio che seguì non era imbarazzo: era densità. Il rumore monotono delle rotaie scandiva il tempo tra un sorriso complice e l’altro. Lucia allungò una gamba, il polpaccio sfiorò quello di Sofia. Non si scusò. Sofia non ritrasse la gamba. Dentro di sé, la manager elegante sentiva già l’umidità tra le cosce, un formicolio che non dipendeva dal treno.

La conversazione scivolò più in basso, più calda. Parlarono di mani che non osano, di bocche che restano chiuse troppo a lungo, di come il sesso tra donne a volte sembra un segreto che il mondo non merita di sapere. Lucia parlava con le mani, e a un certo punto le sue dita scesero sul ginocchio di Sofia, lo accarezzarono con la punta delle unghie, leggera, insistente.

Sofia arrossì. Il cuore le batteva contro le costole. Ricambiò. La sua mano salì sulla coscia di Lucia, fermandosi a metà, stringendo appena il tessuto caldo della gonna. «Se continuo, non mi fermo più», mormorò.

«Allora non fermarti.»

Si scelsero in quello stesso secondo. Sofia si sporse e le prese il volto tra le mani. Il bacio fu immediato, affamato, lingue che si cercavano senza timidezza. Lucia gemette nella sua bocca, le dita si conficcarono nei capelli di Sofia sciogliendo la crocchia. I capelli castani le cascilarono sulle spalle mentre le labbra di Sofia scendevano lungo la mascella, il collo, il punto esatto sotto l’orecchio dove Lucia tremava.

Le carezze diventarono audaci. Sofia sbottonò i primi bottoni della camicetta di Lucia, la mano scivolò dentro, trovò un seno piccolo e tondo, il capezzolo già duro. Lo strinse, lo stropicciò tra pollice e indice. Lucia apre le gambe di più, il respiro corto. «Cazzo, sì… così.»

Sofia spinse Lucia contro lo schienale del sedile. Le slacciò del tutto la camicetta, la aprì, e abbassò la testa. La bocca calda chiuse il capezzolo turgido, lo succhiò forte, la lingua ci girò intorno mentre l’altra mano scendeva sotto la gonna. Trovo la mutandina già bagnata, la spostò di lato e infilò due dita dentro la figa stretta e scivolosa di Lucia. Lucia gettò la testa all’indietro, un gemito acuto le sfuggì. «Sofia… più a fondo.»

Sofia pompò le dita, curvando le falangi contro quel punto spugnoso, continuando a succhiare e mordicchiare i capezzoli alternati. Il rumore umido delle dita che entravano e uscivano riempiva lo scompartimento insieme al respiro irregolare di Lucia. Lucia si bagnava di più a ogni spinta, le cosce tremavano, le unghie graffiavano i braccioli.

Poi si scambiarono. Lucia, con gli occhi lucidi di lussuria, spinse Sofia a sedere e le si mise sopra, in ginocchio tra le sue gambe. Le alzò la gonna della gonna-tubino, le calò le mutandine di pizzo nero fino alle caviglie e se le portò via. Aprì le labbra di Sofia con le dita e leccò. Una lingua piatta, avida, dalla fessura fino al clitoride gonfio. Sofia gemette, una mano affondò nei capelli ricci di Lucia. «Cazzo… leccami così, non smettere.»

Lucia succhiò il clitoride, ci batté la punta della lingua, poi scese a scoparla con la lingua, entrando e uscendo mentre due dita la riempivano. Sofia si inarcò, le cosce le si chiusero intorno alla testa di Lucia. L’odore del sesso di entrambe si mescolava all’aria chiusa dello scompartimento, dolce e salato.

Quando il piacere salì troppo forte, Lucia si staccò solo il tempo di voltarsi. Si posizionarono in 69 sul sedile largo, Sofia sotto, Lucia sopra a carponi. Si divorarono a vicenda. Sofia affondò la faccia nella figa di Lucia, leccando labbra e clitoride con la stessa fame, infilando di nuovo le dita mentre Lucia le succhiava il clitoride e le spingeva la lingua dentro. I gemiti si sovrapponevano, bagnati, rochi. I fianchi si muovevano contro le bocche. Sofia sentì l’orgasmo arrivare come un treno: le gambe le vibrarono, il ventre si contrasse, e venne con un grido soffocato contro la figa di Lucia, bagnandole il mento. Lucia venne un secondo dopo, le cosce che stringevano la testa di Sofia, un lungo gemito gutturale mentre i suoi succhi si riversavano sulla lingua di Sofia. Tremarono insieme, bagnate, appiccicose, il sapore dell’altra ancora in bocca.

Restarono così un momento, respiri spezzati, lingue che ancora leccavano piano, come a non voler finire. Poi, esauste e soddisfatte, si staccarono lentamente. Si rivestirono tra baci teneri, risate basse e complici. Sofia riabbottonò la camicetta di Lucia con dita ancora un po’ tremanti; Lucia le rimesse a posto i capelli dietro l’orecchio.

«Non pensavo che una manager potesse essere così sporca», sussurrò Lucia, sorridendo contro la sua bocca.

«E io non pensavo che un’artista potesse farmi venire così forte in uno scompartimento.»

Fuori, l’alba iniziava a schiarire i contorni della stazione di Milano. Il treno rallentò, i freni fischiarono. Si alzarono, si sistemarono i vestiti, si guardarono un’ultima volta con gli occhi ancora scuri di piacere. Sofia la baciò a fondo, lingua lenta, sapore di entrambe ancora mescolato. Nessuna promessa. Solo il ricordo caldo e segreto di quella notte sola sul treno.

Lucia, sulla porta dello scompartimento, si voltò con un sorriso cattivo e chiese: «La prossima volta che prendi un notturno, mi fai venire di nuovo così o mi fai aspettare fino a Milano?»

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