Blizzard di Desiderio nella Suite Proibita

Marco e la sua matrigna Carmen, isolati dalla bufera, cedono finalmente al desiderio proibito nella suite.

10 min read August 23, 2026New

Sono Marco, venticinque anni freschi di laurea e di delusioni cittadine, e sono tornato a casa per le feste con la valigia piena di regali e la testa piena di lei. Carmen. Mia matrigna. Quarantadue anni di curve proibite, di sorrisi che mi hanno rovinato da quando papà l’ha sposata, di profumo di vaniglia e pelle calda che ho sniffato di nascosto per anni mentre mi segavo nel bagno di casa. Una donna che non dovevo desiderare. Una donna che mi ha guardato troppo a lungo dietro i bicchieri di Natale, le labbra socchiuse, gli occhi scuri che dicevano tutto quello che la bocca non poteva.

Dovevamo passare il Natale in questa suite di lusso sull’Appennino, tutti insieme: papà, i cugini, zia Marisol. Poi la bufera è scesa come un pugno. Neve alta fino alle ginocchia, strade chiuse, telefoni che squillavano solo per dire «restiamo bloccati in città, salvatevi voi». E così siamo rimasti solo io e lei, chiusi in queste stanze di legno scuro e camino acceso, con il vento che ululava fuori come un animale affamato e dentro un silenzio denso di anni di sguardi rubati.

Mi ero cambiato in una camicia leggera e pantaloni di lana. Lei era uscita dalla camera da letto con una vestaglia di seta nera che le scendeva appena sotto le cosce, i capelli castani sciolti sulle spalle, le labbra lucide di rossetto scuro. Teneva due bicchieri di vin brulé tra le dita. «Marco», ha detto, e la sua voce era già più bassa, più intima. «Sembra che il destino ci voglia soli stasera.»

Ci siamo seduti sul divano davanti al fuoco. Le fiamme leccavano i tronchi, proiettando ombre dorate sul suo décolleté. Il vino scendeva caldo in gola, speziato, e io non riuscivo a staccare gli occhi dalla riga della seta che si apriva un centimetro di troppo ogni volta che lei si muoveva. Anni di repressione mi premevano contro lo zip. Il cazzo già mezzo duro solo a sentirla respirare così vicino.

Carmen ha girato il bicchiere tra le dita, poi mi ha guardato dritto negli occhi. «Sai che ti ho sempre visto, vero? Quei tuoi sguardi famelici quando pensavi che non notassi. Quando mi chinavo a prendere qualcosa dal forno e sentivo il tuo respiro fermarsi. Quando uscivo dalla doccia in asciugamano e tu fingiavi di guardare il telefono.» Ha sorriso, ma era un sorriso da predatrice. «E sai cos’altro? Anche io. Dio, Marco, anche io ho fantasticato su di te. Sul mio figliastro. Sulla tua bocca, sulle tue mani. Sul cazzo che spingeva contro i pantaloni ogni volta che mi abbracciavi per salutare. È sbagliato. È proibito. E mi ha mangiata viva per anni.»

Mi ha preso la mano. La sua pelle era calda, le unghie curate. L’ha portata lentamente sul seno, sotto la seta. Ho sentito il calore del seno nudo, il capezzolo già duro che mi si è conficcato contro il palmo. «Stanotte», ha sussurrato, morendosi il labbro inferiore, «voglio trasgredire con te. Voglio che mi scopi come hai sempre immaginato. Dimmi che lo vuoi anche tu.»

«Lo voglio», ho rauco. «Cazzo, Carmen, lo voglio da sempre.»

La vestaglia è scivolata dalle spalle. Sono rimaste nude le tette pesanti, sode, con i capezzoli scuri e tesi. Mi sono chinato e le ho prese in bocca, succhiando forte, mordicchiando mentre lei gemiva e mi spingeva la testa contro il petto. Le ho aperto le cosce con le ginocchia. Niente mutandine. Solo la figa già lucida, le labbra gonfie, il clitoride in evidenza. L’ho toccata con due dita, l’ho sentita bagnata fino al palmo, e lei ha gettato indietro la testa.

«In ginocchio», ha ordinato, e si è scivolata sul tappeto davanti al camino. Mi ha sbottonato i pantaloni con mani frettolose, ha tirato fuori il cazzo duro e pulsante. «È più grosso di come l’immaginavo», ha mormorato prima di aprirlo con la lingua dalla base alla punta. Poi me l’ha ingoiato. Labbra strette, saliva che colava, gola che si apriva per prendermi fino in fondo. Gemiti soffocati le vibravano contro l’asta mentre io le afferravo i capelli castani e le muovevo la testa, spingendomi più a fondo. Guardarla così — mia matrigna, le labbra allungate intorno al mio cazzo, gli occhi umidi di piacere proibito — mi ha fatto quasi venire subito. «Succhialo», ho gemuto. «Succhia il cazzo di tuo figliastro come una troia.»

Carmen ha allargato di più la bocca, ha preso anche le palle con una mano, ha succhiato con avidità fino a quando non l’ho tirata su per i capelli e l’ho spinta sul grande letto a baldacchino. L’ho stesa sulla schiena, le ho divaricato le gambe e mi sono infilato dentro di lei in un colpo solo. La figa era stretta, bollente, vellutata. Ha urato il mio nome mentre la riempivo fino in fondo, le cosce tremanti intorno ai miei fianchi. Missionario profondo, fronte contro fronte, occhi negli occhi. «Guardami», le ho detto. «Guardami mentre ti scopo.» Ogni spinta faceva sbattere le sue tette, ogni ritirata faceva schioccare la figa bagnata. Le baciavo la bocca, le leccavo il collo, le dicevo quanto l’avevo desiderata mentre le martellavo il punto più profondo.

Poi l’ho girata. A pecorina, il culo alto, la schiena inarcata, i capelli sparsi sul cuscino. Le ho afferrato i fianchi e l’ho ripresa da dietro, sbattendola forte, le palle che le sbattevano contro la figa a ogni colpo. Schiaffo sul culo destro. Schiaffo sul sinistro. La carne bianca che diventava rosa. Carmen urlava e spingeva indietro, chiedendo di più, più forte, più profondo. «Scopami, Marco. Scopami come non hai mai scopato nessuno. Riempimi.» Le dita le stringevano le chiappe, i pollici le aprivano le labbra per vedere il cazzo sparire e riemergere lucido dei suoi succhi.

Quando le gambe le hanno tremato troppo, l’ho fatta salire sopra di me. Carmen si è seduta sul mio cazzo con un gemito lungo, le mani sul mio petto, e ha iniziato a cavalcarmi con furia. Su e giù, avanti e indietro, le tette che rimbalzavano pesanti, i capezzoli duri che le scuotevo con le dita. La figa le si contraeva a ondate. «Vengo», ha ansimato. «Vengo sul cazzo di mio figliastro… oh cazzo, Marco!» L’ho afferrata pei fianchi e l’ho spinta giù mentre sborravo dentro di lei, gettate calde e spesse che le riempivano l’utero mentre lei si contorceva e urlava il mio nome, venendo a ondate violente, la figa che mi mungeva fino all’ultima goccia.

Siamo crollati uno sull’altra, sudati, il respiro ancora spezzato. Fuori la bufera ruggiva contro i vetri. Carmen mi ha baciato dolcemente sulle labbra, lenta, quasi tenera, le dita che mi accarezzavano i capelli umidi. Il suo corpo era ancora avvinto al mio, il mio seme le colava piano lungo la coscia interna. Non abbiamo parlato del domani. Non abbiamo parlato di papà, o del telefono che prima o poi squillerà, o di cosa succederà quando la neve si scioglierà. Lei ha solo posato la testa sul mio petto e ha sussurrato, voce rauca di sesso: «Non basta. Non sarà mai abbastanza.»

Il fuoco crepitava. La suite odorava di vino, di pelle e di noi. E mentre la tenevo stretta, sentivo già il cazzo risvegliarsi di nuovo contro la sua pancia, e sapevo che la notte era ancora lunga, e che il desiderio proibito che ci aveva finalmente rotti non aveva intenzione di lasciarci dormire.

Il cazzo si era già indurito di nuovo contro la sua pancia ancora umida del nostro sesso. Carmen lo sentì, ovviamente. Emise un suono basso, quasi un ringhio soddisfatto, e strisciò una mano tra i nostri corpi sudati per prenderlo di nuovo in pugno. «Vedi?», mormorò contro la mia gola, la voce roca. «Non basta. Non basterà mai.» Lo strinse, lo strofinò lentamente dalla base alla punta già lucida di residui e di desiderio fresco. Io montei i fianchi contro la sua presa, gli occhi chiusi, il respiro che si spezzava di nuovo.

La spinsi sulla schiena. Le aprii le gambe con le ginocchia e scesi con la bocca. Dovevo assaggiarla. Dovevo leccare il mio stesso sesso mescolato al suo. La figa era gonfia, rosea, stillante di sborra bianca che le colava lungo la fessura e le bagnava il buco del culo. Ci immersi la lingua. Lenta, profonda. Lei inarcò la schiena e afferrò i miei capelli, spingendomi contro di sé come se volesse soffocarmi lì. «Marco… cazzo, sì, leccami tutto. Pulisci la figa di tua matrigna.» La lingua mi scivolò sul clitoride gonfio, lo succhiai forte mentre due dita le entravano dentro, cercando quel punto morbido che la faceva tremare. La sborra mia le usciva intorno alle nocche. Il sapore era salato, denso, proibito. Continuai finché non venne di nuovo, le cosce che mi stringevano la testa, un urlo lungo che si ruppe contro i cuscini.

Non le diedi tregua. La sollevai, la girai a pancia in giù, le sollevai i fianchi finché il culo non fu alto e offerto. Le chiappe erano ancora segnate di rosa dai miei schiaffi. Ci sputai sopra, massaggiai la saliva lungo la fessura stretta del culo. Carmen guardò indietro, gli occhi scuri, le labbra aperte. «Fallo», disse. «Prendimi anche lì. Voglio sentire il cazzo di mio figliastro ovunque.» Inumidii la punta con i suoi succhi e spinsi. Lentamente. Il buco resistette un secondo, poi cedette, caldo e strettissimo. Entrai centimetro dopo centimetro mentre lei gemev a denti stretti, le unghie conficcate nel lenzuolo. «Cazzo quanto sei stretta», borbottai. «La figa di tua matrigna mi ha già munto tutto e adesso il culo mi sta mangiando vivo.» Quando fui fino in fondo mi fermai, le lasciai abituare, poi cominciai a scoparla. Colpi lunghi e profondi. Il suono era osceno: pelle contro pelle, il suo gemito a ogni spinta, il camino che scoppiettava di sottofondo. Le allungai una mano sotto il ventre e le strofinai il clitoride a cerchi veloci. Carmen spingeva indietro come una pazza, chiedendo più forte, più a fondo. «Scopami il culo, Marco. Riempilo. Usami.»

La tenni così finché le gambe non le tremarono. Poi la sollevai, la portai in piedi contro la grande vetrata che dava sulla bufera. Fuori la neve batteva i vetri come un esercito. Dentro, la schiena di lei era premuta contro il vetro freddo, le tette schiacciate, i capezzoli duri che lasciavano aloni di calore. La sollevai per le cosce e la trafissi di nuovo nella figa, in piedi, con tutta la forza delle braccia. Ogni spinta la faceva sbattere contro il vetro. Lei mi mordeva la spalla, mi graffiava la schiena, mi chiamava figliastro e amore e troia nella stessa frase. «Guarda fuori», le ordinai. «Guarda la neve mentre ti scopo. Nessuno può entrarci. Nessuno può fermarci.» La figa le si chiudeva a ondate. Veniva di nuovo, si contrasse così forte che mi strappò il secondo orgasmo. Sboccai dentro di lei con un ruggito, gettate calde che le riempirono il canale già pieno, colandole lungo le cosce e gocciolando sul parquet scuro.

Non finì lì. Ci trascinammo sotto la doccia calda della suite. L’acqua scendeva a fiotti. La premetti contro le piastrelle, le sollevai una gamba e la ripresi da dietro mentre il vapore ci avvolgeva. Le mani le saponevano le tette pesanti, le dita le torcevano i capezzoli. Carmen teneva la fronte contro il muro e spingeva il culo indietro, prendendo ogni colpo come se fosse fame vera. Poi si inginocchiò sotto il getto, mi prese in bocca di nuovo, succhiò via la sborra e l’acqua mescolate, mi guardò dal basso con quegli occhi da predatrice. «Ancora», sussurrò con la bocca piena. «Voglio che mi sborri in faccia questa volta. Voglio sentire il sapore di mio figliastro sulla lingua e sulle guance.» La tirai su per i capelli bagnati, le sparai la terza sborrata calda sulle labbra, sul mento, sul seno. Lei leccò tutto quello che poté raggiungere, sorridendo come una santa e una puttana insieme.

Tornammo al letto bagnati e distrutti. La stesi di lato, mi misi dietro di cucchiaio, le sollevai la coscia e la penetrai ancora una volta, lenta, profonda, quasi tenera. Non c’era più furia. Solo il bisogno di stare dentro di lei il più a lungo possibile. Le baciavo la spalla, le sussurravo all’orecchio quanto l’avevo desiderata in tutti quegli anni, quanto mi ero segato pensando a questa figa, a queste tette, a questo culo. Carmen gemev a piano, una mano che mi teneva il polso contro il suo ventre. «Più piano… così… sento ogni vena.» Venimmo insieme l’ultima volta, un orgasmo lungo e silenzioso che ci lasciò tremanti e uniti. Il mio seme le colava di nuovo, caldo, e lei lo raccolse con le dita e se lo portò alle labbra come se fosse un sacramento.

Il fuoco era quasi spento. Fuori la bufera sembrava aver perso un po’ di rabbia. Carmen si voltò tra le mie braccia, mi baciò la bocca con lentezza, assaporando ancora il sapore di entrambi. «Dormi», sussurrò. «Io resto qui.» Chiuse gli occhi contro il mio petto. Il suo respiro si fece regolare.

Io restai sveglio ancora un poco, le dita nei suoi capelli umidi, il cuore che batteva troppo forte. Non sapevo che lei, mentre fingeva di addormentarsi, teneva gli occhi socchiusi e sorrideva nel buio. Sul comodino, sotto il telefono spento, c’era un messaggio che aveva cancellato ore prima: papà che scriveva che le strade stavano riaprendo all’alba e che sarebbe arrivato per pranzo. Carmen lo sapeva. E aveva scelto di non dirmelo.

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